Approfondimenti
L’Agenda 2030 tra potenzialità e problemi: implicazioni per le politiche economiche
Arturo Hermann*, Primo ricercatore presso l’Istat
L’Agenda 2030 richiede un approccio integrato tra tutela ambientale, contrasto alla povertà e alle disuguaglianze e valorizzazione delle persone. Una sfida che impone di superare gli ostacoli con politiche efficaci e coerenti.
Le prospettive dell’Agenda 2030
Come è noto, l’Agenda 2030 dell’ONU per lo Sviluppo Sostenibile costituisce il tentativo più sistematico - nell’ambito di un percorso iniziato con la Conferenza di Rio del 1992 - di affrontare in ambito sovranazionale la tematica dello sviluppo sostenibile.
Il carattere “organico” dell’Agenda deriva dalla circostanza che considera le problematiche ambientali non in modo isolato ma come un aspetto delle economic imbalances delle nostre economie. Le politiche per l’ambiente sono quindi strettamente collegate all’eliminazione della povertà, alla riduzione sostanziale delle disuguaglianze ed alla promozione delle potenzialità di tutte le persone. Ciò è riassunto nella frase leave no one behind. Una sintesi della visione dell’Agenda è espressa nel seguente passo:
Transforming our world: the 2030 Agenda for Sustainable Development
Preamble
This Agenda is a plan of action for people, planet and prosperity. It also seeks to strengthen universal peace in larger freedom. We recognise that eradicating poverty in all its forms and dimensions, including extreme poverty, is the greatest global challenge and an indispensable requirement for sustainable development. The 17 Sustainable Development Goals and 169 targets seek to realize the human rights of all and to achieve gender equality and the empowerment of all women and girls. They are integrated and indivisible and balance the three dimensions of sustainable development: the economic, social and environmental.
Link: Transforming our world: the 2030 Agenda for Sustainable Development | Department of Economic and Social Affairs
Alcune difficoltà dell’Agenda 2030
Ad oltre dieci anni dal varo dell’Agenda, accanto ad importanti progressi, permangono varie difficoltà nella piena realizzazione dei suoi Obiettivi. Come evidenziato in particolare nei Rapporti dell’ASviS, ISTAT, OCSE ed UN, vari SDGs, collegati in particolare alla riduzione dell’inquinamento, non hanno fatto sufficienti progressi e, per alcuni target ed indicatori, sono addirittura peggiorati. Ciò vale non solo per l’Italia ma per la quasi totalità dei paesi coinvolti.
Quali possono essere le difficoltà nel realizzare gli Obiettivi dell’Agenda? Vi sono numerosi fattori, ovviamente, sia di natura politica che economica. Tra i primi, possiamo menzionare la circostanza che l’Agenda non è ancora pienamente entrata tra gli obiettivi prioritari delle forze politiche e sociali. Ciò vale anche per le forze maggiormente interessate alle istanze ambientali, che spesso non hanno mostrato particolare entusiasmo per l’architettura istituzionale dell’Agenda, forse perché, come notato in precedenza, tendono a criticare il concetto di sviluppo economico sostenibile. Tale concetto può essere criticato ovviamente, ma andrebbe anche tenuto presente che, come notato in precedenza, l’SDG 8 Decent Work and Economic Growth si articola in target ed indicatori esplicitamente diretti alla tutela del lavoro, della salute e dell’ambiente e, inoltre, si raccorda con altri importanti SDGs rivolti all’empowerment ed alla riduzione sostanziale delle disuguaglianze.
In questo contesto, il mondo ecologista avrebbe tutto l’interesse a promuovere la realizzazione dell’Agenda: sia perché propone una radicale trasformazione del nostro sistema economico sia perché costituisce comunque il più importante game in town, ossia la più importante iniziativa sovranazionale che propone un percorso condiviso per lo sviluppo sostenibile che ogni paese può declinare secondo le sue convinzioni ed esigenze.
Accanto a questi aspetti di tipo più politico, vi sono aspetti di natura economica che rendono laborioso il percorso dell’Agenda. Tali aspetti si riferiscono al carattere fortemente innovativo dell’Agenda che implica per la sua attuazione una complessa trasformazione economica e sociale. Ciò richiede una politica economica di ampio respiro che è ancora largamente da costruire. Consideriamo alcuni aspetti di questa tematica anche facendo riferimento ai libri, editi da Routledge nel 2025 e curati dal sottoscritto:
- Conceptualising an Alternative Political Economy of Sustainability: The Contributions of Radical Ecology and Heterodox Economics;
- Realizing an Alternative Political Economy of Sustainability: The Contributions of Radical Ecology and Heterodox Economics.
Il dilemma tra crescite e decrescita, soprattutto nei paesi in via di sviluppo
Molte persone, anche di orientamento progressista, ritengono, pur riconoscendone alcuni limiti, che la crescita economica sia un vero e proprio imperativo: per i paesi in via di sviluppo, per “raggiungere” i paesi più avanzati, e per questi ultimi per mantenere il benessere materiale e l’occupazione. Cosa hanno da dire a questo proposito i contributi della Radical Ecology (RE) e della Heterodox Economics (HE)? Molte cose interessanti, che meriterebbero sicuramente maggiore attenzione anche da parte dei responsabili politici.
Per quanto riguarda la decrescita, i contributi più recenti hanno chiarito che la connotazione negativa del termine - collegata ad una diminuzione del reddito e della ricchezza - è solo apparente. Questo perché la decrescita si concentra principalmente sul consumo “dimostrativo” ed inquinante e, di conseguenza, le risorse umane e naturali così liberate possono essere impiegate per una crescita qualitativa del sistema, basata sulla scienza, la cultura e migliori relazioni sociali.
Per quanto riguarda l’alternativa della crescita (o dello stato stazionario), molti contributi delle RE e delle HE evidenziano la fallacia di una crescita orientata alle esportazioni basata sulla ricetta neoliberista dei salari bassi e dei lavori precari. Come dimostrano numerose esperienze, tale strategia, pur potendo aumentare il PIL e i profitti dei settori esportatori per alcuni anni, finirà per aggravare gli squilibri strutturali di tali paesi, quali la povertà, i lavori precari e sottopagati, il degrado ambientale e urbano, nonché il debito interno ed estero.
Per questo motivo, la crescita del PIL dovrebbe sempre essere accompagnata da una parallela riduzione di tali squilibri. Ciò implica una concezione inclusiva della crescita che include come aspetto centrale la partecipazione e la valorizzazione dei lavoratori. Come abbiamo visto, il goal 8 dell’Agenda è basato su questa prospettiva.
Il (dubbio) ruolo degli extra profitti
Tuttavia, l’idea di una crescita equa e inclusiva (o di uno stato stazionario) si scontra con la convinzione diffusa secondo cui solo profitti elevati (e relativi bassi salari) possano fornire sia l’incentivo che il finanziamento per nuovi investimenti produttivi.
Di conseguenza, vi è un’opinione diffusa che ampie disuguaglianze siano un ingrediente necessario della crescita economica. Quali possono essere le risposte della RE e della HE a tali osservazioni?
Molto semplicemente, che gli extra profitti (ossia redditi di impresa che eccedono il cosiddetto “salario di direzione”), sebbene abbiano spesso accompagnato periodi di boom economico, non sono una condizione necessaria per una crescita economica sostenuta. Per quanto riguarda la questione degli incentivi, gli investimenti possono essere incentivati anche, ad esempio, dalla nozione Keynesiana di animal spirits, ossia una tendenza istintiva ad agire (non necessariamente legata al fine di lucro) piuttosto che rimanere inattivi.
Nella stessa prospettiva, molti contributi relativi alle teorie “principale-agente” evidenziano che, specialmente nelle grandi imprese in cui sono presenti numerosi stakeholder (che includono lavoratori, comunità civiche, associazioni ambientaliste), i manager tendono a perseguire obiettivi spesso non legati alla pura massimizzazione del profitto, ma rivolti ad accrescere l’importanza e la visibilità delle imprese.
Inoltre, come sottolineato in particolare dai contributi post-Keynesiani e della Modern Monetary Theory, è il processo di creazione del credito, e il sistema bancario ad esso correlato, a svolgere un ruolo centrale nel finanziamento degli investimenti. La creazione di credito, inoltre, nel promuovere la domanda effettiva (ad esempio attraverso il credito al consumo), costituisce un importante aspetto nella formazione dei profitti.
Conclusioni: come promuovere la trasformazione ecologica del sistema?
Dal punto di vista economico, un aspetto centrale riguarda il modo in cui realizzare gli obiettivi della sostenibilità e della piena occupazione. Supponiamo che, come ipotesi abbastanza realistica, per realizzare un’economia sostenibile, sia necessaria una riduzione di almeno il 70% dei consumi “dimostrativi” e superflui. In questo modo, tuttavia, una quantità corrispondente di forza lavoro diventerebbe in esubero.
Si pone quindi la questione centrale di come gestire questa trasformazione, ovvero come garantire ai lavoratori in esubero un nuovo impiego (o, nel frattempo, un sostegno al reddito).
Per gestire una trasformazione di così vasta portata è necessaria una adeguata governance del sistema, basata su un efficace coordinamento delle politiche economiche che, in effetti, sembra essere l’obiettivo di fondo dell’Agenda. In particolare, a livello orizzontale, tra politiche macroeconomiche, dell’ambiente, della scienza e dell’innovazione (ad esempio, un sistema di tasse ambientali è molto più efficace se si raccorda con politiche per lo sviluppo di energie rinnovabili e tecnologie pulite). E a livello verticale, tra differenti livelli istituzionali: in particolare, sovranazionale, nazionale, regionale e locale (ad esempio, interventi per la riduzione dell’inquinamento a livello nazionale sarebbero più efficaci e sinergici se raccordati con politiche per il recupero dei suoli e lo sviluppo di città sostenibili).
Un aspetto importante per realizzare un’efficace governance, evidenziato in particolare dai contributi dell’economia istituzionale (in particolare nella tradizione di Thorstein Veblen, John Rogers Commons e Wesley Clair Mitchell), consiste nel promuovere i processi di valutazione (ossia una partecipazione attiva) tra tutti i soggetti coinvolti a vario titolo nelle politiche ambientali.
*le opinioni espresse impegnano solo l’autore
