Sviluppo sostenibile
Lo sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.

L'Agenda 2030 dell'Onu per lo sviluppo sostenibile
Il 25 settembre 2015, le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, un piano di azione globale per le persone, il Pianeta e la prosperità.

Goal e Target: obiettivi e traguardi per il 2030
Ecco l'elenco dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals - SDGs) e dei 169 Target che li sostanziano, approvati dalle Nazioni Unite per i prossimi 15 anni.

Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile
Nata il 3 febbraio del 2016 per far crescere la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e per mobilitare allo scopo di realizzare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

I nostri Progetti per orientare verso uno sviluppo sostenibile

Contatti: Responsabile Rapporti con i media - Lorenzo Scheggi Merlini

The Italian Alliance for Sustainable Development (ASviS), that brings together almost 300 member organizations among the civil society, aims to raise the awareness of the Italian society, economic stakeholders and institutions about the importance of the 2030 Agenda for Sustainable Development, and to mobilize them in order to pursue the Sustainable Development Goals (SDGs).
 

Editoriali

Le leve per accelerare il progresso verso lo sviluppo sostenibile

Ci sono gruppi che è necessario sconfiggere, decisi a rallentare la transizione. Ma abbiamo anche bisogno di affrontare con più coraggio i divari e di valorizzare il contributo femminile.  

di Donato Speroni

“Structures of sin”.

Nel suo intervento all’evento centrale del Festival dello sviluppo sostenibile, l’economista Jeffrey Sachs ha ricordato una frase di Papa Giovanni Paolo II per definire le forze che rallentano la transizione a un mondo più sostenibile, più pulito e più giusto. Siamo abituati a pensare ai peccati come a degli atti individuali. Ma esistono vere e proprie “strutture del peccato”, orientate a impedire il progresso verso il bene.

Con questa espressione Sachs si è riferito soprattutto alla esigua minoranza dei più ricchi che non intende rinunciare ai propri privilegi. Ha parlato innanzitutto degli Stati Uniti (“Donald Trump non era solo uno psicopatico, ma l’espressione di forze potenti”) e ha poi allargato il discorso a tutto il mondo: “Basterebbe prelevare una piccola parte dei profitti annuali delle cinquecento persone più ricche per garantire a tutti i bambini l’accesso a scuola e per vaccinare tutti contro il Covid”.

Avevo ascoltato altri discorsi di Sachs, uno dei più autorevoli esperti nella lotta alla povertà, ma non lo avevo mai sentito esprimersi con tanta durezza. Il suo messaggio è molto chiaro: abbiamo davanti due scadenze fondamentali, il prossimo G20 a presidenza italiana e la Cop 26 di Glasgow, che sono l’ultima occasione per far cambiare rotta al mondo. Entro cinque anni, la temperatura media sarà cresciuta di un grado e mezzo rispetto all’epoca preindustriale. Avremo cioè raggiunto il limite fissato a Parigi, sei anni fa, per contenere gli effetti della crisi climatica. Poi la temperatura continuerà ad aumentare, ma tutto dipenderà dalle scelte che faremo adesso.

Per Sachs, già abbiamo le tecnologie e le possibilità economiche per garantire una ordinata transizione ecologica e sociale, ma bisogna vincere le resistenze di gruppi potenti che ancora si battono per rallentare il processo ed è anche necessario operare per ridurre le disuguaglianze con una migliore distribuzione delle ricchezze.

Una seconda leva di progresso è certamente una maggiore attenzione ai Paesi più deboli e fragili. Nell’evento dell’ASviS, il ministro Roberto Cingolani ha ricordato l’importanza dell’impegno a finanziare con cento miliardi di dollari all’anno la transizione energetica dei Paesi in via di sviluppo, mentre il ministro Luigi Di Maio ha sottolineato l’impegno a ridefinire il debito ormai insostenibile per molti di questi Paesi. È evidente che non può esistere uno sviluppo sostenibile limitato soltanto alle aree ricche, sia perché la crisi climatica ha carattere globale e le emissioni di gas climalteranti vanno abbattute in tutto il mondo, sia perché i profondi squilibri dei Paesi più fragili si traducono in migrazioni di massa, guerre e violenze.

Di una terza importante leva di progresso ha parlato di recente un’inchiesta dell’Economist: il ruolo delle donne. L’articolo ha preso spunto dal saggio di tre ricercatrici, Valerie Hudson, Donna Lee Bowen e Perpetua Lynne Nielsen, che nel loro studio “The first political order: how sex shapes governance and national security worldwide” hanno messo in relazione l’indice di fragilità degli Stati calcolato dal Fund for peace con i diritti riconosciuti alle donne. Dal Sud Sudan allo Yemen, dalla Somalia all’Afghanistan, i Paesi che maggiormente opprimono le donne sono anche i più violenti e instabili.

Le tre studiose elencano diverse forme di oppressione delle donne. La prima consiste proprio nel non farle nascere. La pratica di abortire se il feto è di sesso femminile, diffusa in Cina, India e anche nel Caucaso post sovietico, ha fatto sì che dal conto della popolazione mondiale manchino almeno 130 milioni di donne.

Anche la poligamia, tuttora diffusa in molti Paesi, è destabilizzante perché consente a un ristretto gruppo di uomini più potenti e più abbienti di avere più mogli, mentre molti altri sono condannati a rimanere single. Sembra una pratica del passato, ma si calcola, riferisce sempre l’Economist, che più di un terzo delle persone in Mali, Burkina Faso e Sud Sudan vivono in famiglie poligame e questa percentuale sale al 44% delle donne dai 15 ai 49 anni nelle aree della Nigeria dominate da Boko Haram.

Ci sono poi gli aspetti patrimoniali, che in molti Paesi favoriscono gli uomini, sia per legge, sia per tradizione. In India, solo il 13% della terra è posseduta da donne. Infine le limitazioni nei diritti: solo di recente in Arabia Saudita le donne hanno ottenuto il permesso di guidare un’auto.

La vittoria dei talebani in Afghanistan segna un grave arretramento dei diritti delle donne, ma più in generale nel mondo si può riscontrare qualche segno positivo. I matrimoni infantili sono in diminuzione. Dal 2000, più di 50 Stati hanno portato a 18 anni l’età minima del matrimonio. Oggi si calcola che delle donne che hanno tra i 19 e i 24 anni il 19% fosse già sposato a 18 anni e il 5% a 15, ma secondo l’Unicef queste percentuali erano del 31 e del 10% nel 2000. Anche la tendenza a emigrare verso le città consente alle donne di percepire salari più alti e di essere più indipendenti.

“Life in danger on Mother Earth – Le donne salveranno la Terra” è il tema dell’incontro del W20 (il gruppo delle associazioni femminili collaterali al G20, presieduto da Linda Laura Sabbadini) che si è svolto a Cà Foscari a Venezia. Del resto, quattro anni fa Aldo Cazzullo aveva scritto il libro “Le donne erediteranno la terra”. Ci sono insomma molti segni del fatto che l’empowerment femminile aiuterebbe ad affrontare meglio le crisi che ci attendono, perché le donne sono più propense a gestire il conflitto senza arrivare allo scontro. Anche in Paesi avanzati come nel nostro resta molto da fare, perché l’aumento della occupazione femminile darebbe un contributo importante alla crescita.

Concludo segnalando che il Festival dello sviluppo sostenibile è in pieno svolgimento con oltre 750 eventi, un trend in linea con quello dello scorso anno che testimonia la volontà della società civile di continuare a confrontarsi sui temi della sostenibilità. Il Rapporto dell’ASviS, presentato nel convegno inaugurale del 28 settembre, è in discussione in numerosi convegni nazionali promossi dai Gruppi di lavoro dell’Alleanza: ne deriva un ampio materiale di riflessione, ma anche linee di azione alle quali dare subito consistenza. Come dice l’hashtag del Festival, #StiamoAgendo.  

Venerdì 08 Ottobre 2021

Aderenti