Sviluppo sostenibile
Lo sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.

L'Agenda 2030 dell'Onu per lo sviluppo sostenibile
Il 25 settembre 2015, le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, un piano di azione globale per le persone, il Pianeta e la prosperità.

Goal e Target: obiettivi e traguardi per il 2030
Ecco l'elenco dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals - SDGs) e dei 169 Target che li sostanziano, approvati dalle Nazioni Unite per i prossimi 15 anni.

Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile
Nata il 3 febbraio del 2016 per far crescere la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e per mobilitare la società italiana, i soggetti economici e sociali e le istituzioni allo scopo di realizzare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Altre iniziative per orientare verso uno sviluppo sostenibile

Contatti: Responsabile Rapporti con i media - Luisa Leonzi
Scopri di più sull'ASviS per l'Agenda 2030

The Italian Alliance for Sustainable Development (ASviS), that brings together almost 300 member organizations among the civil society, aims to raise the awareness of the Italian society, economic stakeholders and institutions about the importance of the 2030 Agenda for Sustainable Development, and to mobilize them in order to pursue the Sustainable Development Goals (SDGs).
 

Editoriali

Lavorare e restare poveri: un paradosso che l’Italia non può più ignorare

Dal food delivery al Made in Italy, il mercato del lavoro produce occupazione ma non garantisce dignità e diritti. È tempo di rispettare l’articolo 36 della Costituzione lungo tutta la filiera. 05/03/26

Un giorno di novembre del 2020 sono uscita dalla stazione centrale di Milano e mi sono ritrovata davanti a un gruppo di alcune decine di rider che manifestavano per le condizioni di lavoro e la mancanza di contratti regolari. Le grandi borse colorate per tenere al caldo il cibo durante il trasporto rendevano visibile il lavoro di migliaia di invisibili. A distanza di cinque anni, le recenti inchieste sulle società di consegna, della logistica e della moda mostrano che quasi nulla è cambiato.

La procura di Milano ha da poco messo sotto controllo giudiziario Deliveroo Italy, la filiale italiana della società di consegne a domicilio. L’accusa: caporalato digitale. Una forma di sfruttamento che passa dagli algoritmi. Decine di migliaia di rider (circa 20mila in Italia di cui 3mila a Milano) che corrono per le nostre strade per pochi euro all’ora. Secondo la procura di Milano, alcuni percepiscono compensi fino al 90% inferiori rispetto alla soglia di povertà. Eppure, la Costituzione italiana riconosce chiaramente il diritto a un salario equo all’articolo 36:

Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”.

A inizio febbraio un’altra società di consegne, Glovo, è stata posta sotto controllo giudiziario con la stessa accusa. Secondo la procura di Milano, oltre a percepire stipendi molto bassi (tra i 700 e i 1200 euro al mese), i rider di Glovo sono continuamente sotto controllo tramite la geolocalizzazione e lavorano fino a 12 ore al giorno per sei o sette giorni a settimana. Un’altra violazione dell’articolo 36 che stabilisce il diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite”.

La digitalizzazione e la gig economy (letteralmente “economia dei lavoretti”) hanno contribuito alla diffusione di lavori precari e temporanei, alimentando un modello di consumo basato sull’immediatezza e sulla convenienza. Le aziende della logistica offrono consegne sempre più rapide: pochi giorni, qualche ora, 30 minuti, o addirittura 10 minuti come promettono alcune aziende indiane del cosiddetto quick-commerce. La pressione per rispettare queste tempistiche ricade completamente sugli ultimi anelli della catena: i magazzinieri e i corrieri.

Per regolamentare il lavoro sulle piattaforme digitali, l’Unione Europea ha approvato nel 2024 una direttiva per determinare la situazione occupazionale delle persone che lavorano mediante piattaforme digitali e per stabilire l’uso di sistemi algoritmici sul luogo di lavoro. La maggior parte delle lavoratrici e dei lavoratori della gig economy, come i rider, sono ritenuti formalmente lavoratori autonomi, pur dovendo rispettare regole e restrizioni applicate a un lavoro subordinato. Si tratta di un tentativo di colmare un vuoto normativo che per anni ha lasciato migliaia di lavoratori in una zona grigia.

Non si tratta di casi isolati.  “Quelli che erano fenomeni scandalosi, ma periferici sono diventati sistematici e strutturali” ha scritto Sergio Labate sul Domani. “Non riguardano più i margini, ma la regola che orienta tutti i rapporti lavorativi: la schiavitù è diventata regolativa”. Ne sono la prova le inchieste che hanno coinvolto la moda Made in Italy, come Tod’s: 53 lavoratrici e lavoratori cinesi sarebbero stati costretti a lavorare con orari superiori ai limiti di legge e stipendi inadeguati in stabilimenti che violano le norme sulla sicurezza.

Le grandi aziende spesso si difendono invocando la complessità della filiera. La produzione è affidata a numerose piccole realtà, in una catena di appalti e subappalti difficile da controllare. Ma la procura milanese ha deciso di accertare le responsabilità delle aziende al vertice della filiera: grandi marchi di moda (tra cui Missoni, Dolce & Gabbana e Gucci), aziende della grande distribuzione (come Esselunga e Carrefour) e a catene di fast food (tra cui McDonald’s, Burger King e Kfc) dovranno fornire al tribunale alcuni documenti per dimostrare di essersi dotate di un’organizzazione interna in grado di prevenire il caporalato nelle imprese di cui si servono.

Il lavoro non è più una garanzia contro la povertà. Come sottolinea il Rapporto ASviS 2025, il tasso di occupazione nella fascia di età 20-64 anni ha raggiunto il 67,5%; allo stesso tempo, però, è cresciuta anche la quota di popolazione in povertà assoluta, passata dal 6,9% del 2015 al 9,7%. Si sta affermando così una fascia di lavoratori poveri (working poor), cioè lavoratori che, nonostante siano occupati, rischiano di cadere in povertà a causa di retribuzioni orarie troppo basse, o perché svolgono lavori precari o a tempo parziale. Lo confermano anche le ultime rilevazioni Eurostat: in Italia il 10,2% delle lavoratrici e dei lavoratori è a rischio povertà, contro una media europea dell’8,2%. Per contrastare la povertà, il precariato e il lavoro povero l’ASviS propone di rivedere gli strumenti scelti per sostituire il Reddito di cittadinanza. Sebbene la Legge di Bilancio 2025 abbia introdotto soglie Isee e reddituali più alte per facilitare l’Assegno di inclusione (Adi), le modifiche non intaccano il carattere categoriale della misura.

La procura di Milano ha tracciato una strada per portare alla luce i costi sociali che, come democrazia, non possiamo più fingere di non vedere, anche per responsabilizzare le grandi aziende. Ora spetta alla politica e alla società civile stabilire se il valore di un paio di scarpe o di una pizza valga più dei diritti e della dignità di chi li produce e li consegna.

giovedì 5 marzo 2026
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