Sviluppo sostenibile
Lo sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.

L'Agenda 2030 dell'Onu per lo sviluppo sostenibile
Il 25 settembre 2015, le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, un piano di azione globale per le persone, il Pianeta e la prosperità.

Goal e Target: obiettivi e traguardi per il 2030
Ecco l'elenco dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals - SDGs) e dei 169 Target che li sostanziano, approvati dalle Nazioni Unite per i prossimi 15 anni.

Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile
Nata il 3 febbraio del 2016 per far crescere la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e per mobilitare la società italiana, i soggetti economici e sociali e le istituzioni allo scopo di realizzare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Altre iniziative per orientare verso uno sviluppo sostenibile

Contatti: Responsabile Rapporti con i media - Luisa Leonzi
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The Italian Alliance for Sustainable Development (ASviS), that brings together almost 300 member organizations among the civil society, aims to raise the awareness of the Italian society, economic stakeholders and institutions about the importance of the 2030 Agenda for Sustainable Development, and to mobilize them in order to pursue the Sustainable Development Goals (SDGs).
 

Editoriali

L’AI ci ruberà il lavoro? Certamente lo cambierà e dovremo prepararci a un mondo nuovo

Dagli studi dell’azienda che ha sviluppato Claude agli scenari del World economic forum, le diverse possibili evoluzioni per il mondo dell’occupazione. Occorrerà formarsi e serviranno regole e politiche adeguate.

“Nei call centre migliaia di posti a rischio. L’intelligenza artificiale spegne il lavoro”. Così titola un articolo di Cinzia Arena del 17 marzo su Avvenire. Parliamo di un settore specifico, ma c’è una domanda che passa per la testa di molti: l’AI ci ruberà il lavoro?

Il The Future of Jobs Report del World Economic Forum, rivela che entro il 2030 la trasformazione del lavoro riguarderà il 22% dei posti di lavoro, con la creazione di 170 milioni di nuovi ruoli e la perdita di 92 milioni, per un aumento netto di 78 milioni di posti. Questo cambiamento richiederà un significativo adattamento della forza lavoro, un processo di “reskilling”, con nuove competenze tecnologiche in materia di AI, big data e cybersecurity che vedranno una rapida crescita della domanda. Ma si prevede anche che le competenze umane, come il pensiero creativo, la resilienza, la flessibilità, rimarranno fondamentali, come riportato da Skytg24.

Tuttavia, secondo una ricerca pubblicata il 5 marzo da Anthropic, azienda che ha sviluppato Claude, l’intelligenza artificiale è in grado di sostituire ancora poco il lavoro umano rispetto al potenziale, almeno per adesso. Tuttavia, riguardo ai giovani tra i 22 e i 25 anni, il tasso di nuove assunzioni nelle occupazioni più esposte è diminuito di circa il 14% rispetto al 2022, mentre nelle occupazioni meno esposte sembra rimanere stabile. C’è quindi una contrazione della domanda nelle posizioni junior: una dinamica che rivela come l’AI abbia la tendenza a sostituire non solo alcune figure senior, ma anche le attività tipicamente affidate ai ruoli di ingresso. Le lavoratrici e i lavoratori più esposti alla sostituzione sarebbero poi i più anziani, quelli di sesso femminile, quelli con retribuzioni orarie medie più alte e con titoli di studio più alti.

Un’immagine della ricerca mostra la distinzione tra le previsioni teoriche di quello che una tecnologia potrebbe fare (linea blu) e l’utilizzo reale che ne fanno i professionisti sul lavoro (linea rossa). Una distanza enorme tra potenziale tecnologico e uso reale. Questo è cruciale: non siamo davanti a una sostituzione immediata, ma a una trasformazione graduale e selettiva.

Come raccontato da Geopop, “nel settore Business & Finance le stime teoriche indicano che l’AI potrebbe sostituirci nel 70-75% dei casi, ma che nei fatti oggi Claude viene usata per svolgere solo il 10-15% dei compiti. Nel settore Computer & Matematica sarebbero in grado di sostituire gli umani nel 94% dei casi, ma per il momento viene coperto solo il 33% dei task. Nei ruoli d’ufficio e amministrativi la capacità è del 90%, contro il 10-15% effettivo, e così via”.

Le professioni per cui è stato osservato il livello di esposizione maggiore sono quelle di programmatore informatico (74,5%), operatore di servizio clienti (70,1%), addetto all’inserimento di dati (67,1%), specialista in cartelle cliniche (66,7%) e analista di ricerche di mercato (64,8%). Al fondo della classifica, con esposizione zero, ci sono invece cuochi, meccanici, bagnini e baristi.

Credo che stiamo entrando in un rito di passaggio, al tempo stesso turbolento e inevitabile, che metterà alla prova ciò che siamo come specie. All'umanità sta per essere consegnato un potere quasi inimmaginabile, ed è profondamente incerto se i nostri sistemi sociali, politici e tecnologici possiedano la maturità necessaria per gestirlo”, ha affermato Dario Amodei, CEO di Anthropic. Secondo quanto riportato da geopop, per il Ceo il 50% dei lavori entry-level del settore terziario verrà eliminato entro i prossimi 1-5 anni, con una concentrazione di ricchezza senza precedenti nelle mani di chi già la possiede, e un ulteriore impoverimento delle fasce più deboli.

Sicuramente la formazione continua è un elemento chiave per fronteggiare i rischi di impatto dell’AI. “L’IA è già nelle nostre vite. Guai a farsi trovare impreparati, altrimenti la subiremo soltanto”, ha affermato la scienziata Luigia Carlucci Aiello, madre dell’intelligenza artificiale in Italia e fondatrice dell’associazione nazionale per l’AI, intervistata da La Repubblica. “C’è bisogno di formazione continua per scacciare il timore che le macchine prendano il nostro posto in tutte le professioni. Il mio messaggio, comunque, è rivolto soprattutto ai potenti. Non devono mettersi in mano ai venditori, a chi non ha etica, a chi pensa solo al guadagno. L’uso dell’IA deve essere disciplinato”.

Quanto agli scenari previsti, nel 2030 l’intelligenza artificiale potrebbe aver trasformato in modo radicale il lavoro, ma non in un’unica direzione. A esplorare le diverse traiettorie è il World economic forum (Wef) nel paper Four futures for jobs in the new economy: AI and Talent in 2030, pubblicato a gennaio 2026. Secondo il sondaggio condotto su oltre 10mila dirigenti a livello globale, oggi il 54% dei dirigenti si aspetta che l’AI sostituisca posti di lavoro esistenti, mentre solo il 24% prevede la creazione di nuove occupazioni. Quasi il 45% indica un aumento dei margini di profitto come effetto probabile, ma appena il 12% ritiene che l’AI porterà a salari più alti.

Come riportato in un articolo su FUTURAnetwork, il Wef prevede, nel Rapporto Four Futures for Jobs in the New Economy: AI and Talent in 2030, quattro scenari: nel primo scenario l’AI evolve in modo esponenziale e la forza lavoro è ampiamente preparata, la produttività è da record, ma numerose occupazioni scompaiono; nel secondo l’AI avanza rapidamente,  ma la forza lavoro non riesce ad adattarsi, con aumenti di produttività e disoccupazione strutturale; nel terzo c’è un’evoluzione più graduale dell’AI, con l’intelligenza artificiale che affianca il lavoro umano; infine, nell’ultimo scenario, l’AI progredisce lentamente e le competenze restano insufficienti, con un aumento delle disuguaglianze. Ma quali sono i lavori che si svilupperanno? Su FUTURAnetwork, il professor Pietro Speroni di Fenizio ha provato a delineare otto lavori della società del futuro. Il primo ruolo è quello degli imprenditori, soprattutto innovatori, considerato che le intelligenze artificiali possono non solo rendere più semplice realizzare nuove imprese, ma anche fornire la forza lavoro necessaria a questi nuovi imprenditori. Il secondo è l’operatore avanzato di intelligenze artificiali e robot. Il terzo gli operatori, da chi guida un’AI programmatrice a chi guida un robot chirurgo o elettricista. Poi potrebbero esserci sempre più investitori, aiutati anche loro dalle AI per valutare le nuove startup su cui investire. Seguono i professionisti che certificano che il lavoro è fatto a regola d’arte, un ruolo che richiede molto studio prima di accettare di certificare qualcosa, e che verrà pagato bene. Ci saranno, infine, ancora studenti, pensionati, “artigiani della cura” (ruoli in cui l’essere umano introduce un valore aggiunto in quanto essere umano) e, con un pizzico di ironia, i ribelli.

Di fronte a questi scenari, la domanda non è più se l’intelligenza artificiale cambierà il lavoro, ma come possiamo prepararci a questo cambiamento. La formazione continua è la prima risposta, ma non può essere l’unica. Non si tratta solo di imparare a usare nuovi strumenti, ma di sviluppare quelle capacità – pensiero critico, adattabilità, creatività – che rendono il lavoro umano complementare, e non sostituibile, dall’intelligenza artificiale. Si tratta di educarci a un nuovo mondo.

Ma chiediamoci: le innovazioni tecnologiche hanno creato più lavoro di quello che hanno distrutto, ma questo è vero anche nel caso dell’intelligenza artificiale? Dalla Rivoluzione industriale fino all’informatica, le macchine hanno sostituito compiti, non intere professioni, e si sono creati nuovi settori (industria, servizi, digitale). L’AI, invece, colpisce anche il lavoro cognitivo, si sviluppa a velocità senza precedenti e può portare all’automazione di intere mansioni.

Se si prova a interrogare Chatgpt, potrebbero a questo punto potrebbero verificarsi tre scenari: più produttività, nuovi lavori, spostamento del lavoro umano su creatività, relazioni e decisioni complesse (scenario ottimista); l’AI sostituisce più lavoro umano di quanto ne crei, la domanda di lavoro umano cala strutturalmente, si crea una società più diseguale con pochi molto produttivi e molti marginalizzati (scenario pessimista); nel lungo periodo il lavoro non scompare, ma nel breve-medio si verifica una forte dislocazione occupazionale, aumentano le disuguaglianze, si crea una polarizzazione tra lavori ben pagati e lavori poveri (scenario intermedio, ad oggi il più realistico). La domanda a questo punto è: riusciremo ad adattare abbastanza velocemente la nostra società?

Il rapporto Randstad Intelligenza artificiale: una riscoperta del lavoro umano individua una serie di azioni per prepararci. Innanzitutto, propone un nuovo modello formativo: per le hard skills, servono investimenti in programmi di formazione continua (upskilling e reskilling) per rendere accessibili competenze tecniche avanzate, alfabetizzazione digitale, l’analisi dei dati e l’interazione con piattaforme di AI; per le soft skills, servono policy in grado di incoraggiare l’apprendimento e la pratica di pensiero critico, creatività e problem-solving. Il secondo punto riguarda il mercato e la necessità di ridefinire il lavoro ibrido per preservare la socialità e le competenze umane. Infine, su etica e governance, promuovere la trasparenza algoritmica, l’alfabetizzazione digitale e la sovranità tecnologica per la sicurezza sociale.

Prepararsi al cambiamento richiede politiche pubbliche adeguate, investimenti e regole capaci di orientare l’uso dell’intelligenza artificiale. Senza queste condizioni, il rischio è che i benefici si concentrino in poche mani, aumentando le disuguaglianze invece di ridurle. Inoltre, delegare completamente il "fare" all'IA comporta una potenziale perdita di "agency", ovvero la capacità di azione e autodeterminazione. Le istituzioni devono assicurare che la tecnologia sia uno strumento che amplifica l'essere umano, non che lo sostituisca. Infine, c’è la questione dell’impatto dell’AI sui giovani, che potrebbe rappresentare un serio problema se determinasse carriere discontinue, con effetti anche in termini pensionistici.

L’intelligenza artificiale ha già iniziato a impattare il lavoro. La differenza, nei prossimi anni, non la farà solo la tecnologia, ma anche la nostra capacità di governarla. E riusciremo a rispondere solo se saremo pronti ad accompagnare il cambiamento, e non a subirlo.

giovedì 2 aprile 2026
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