Sviluppo sostenibile
Lo sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.

L'Agenda 2030 dell'Onu per lo sviluppo sostenibile
Il 25 settembre 2015, le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, un piano di azione globale per le persone, il Pianeta e la prosperità.

Goal e Target: obiettivi e traguardi per il 2030
Ecco l'elenco dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals - SDGs) e dei 169 Target che li sostanziano, approvati dalle Nazioni Unite per i prossimi 15 anni.

Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile
Nata il 3 febbraio del 2016 per far crescere la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e per mobilitare la società italiana, i soggetti economici e sociali e le istituzioni allo scopo di realizzare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Altre iniziative per orientare verso uno sviluppo sostenibile

Contatti: Responsabile Rapporti con i media - Luisa Leonzi
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The Italian Alliance for Sustainable Development (ASviS), that brings together almost 300 member organizations among the civil society, aims to raise the awareness of the Italian society, economic stakeholders and institutions about the importance of the 2030 Agenda for Sustainable Development, and to mobilize them in order to pursue the Sustainable Development Goals (SDGs).
 

Editoriali

Il paradosso europeo sul clima: accelerare l’elettrificazione svuotando l’Ets

La proposta di riforma dell’Emission trading system segna un passo indietro: più quote gratuite, meno vincoli e prezzo del carbonio al ribasso. Mentre Bruxelles punta sull’elettrificazione, cresce il rischio di una strategia incoerente. 23/07/26

Tra il 2005 e il 2024 le emissioni gas serra dei settori coperti dall’Ets (Emission trading system) sono diminuite del 50%, risultando inferiori di circa un miliardo di tonnellate di CO2 all’anno rispetto all’avvio del sistema. Secondo una ricerca della London School of Economics, nello stesso periodo i settori non inclusi - che rappresentavano oltre la metà delle emissioni gas serra europee - hanno registrato una riduzione molto più contenuta, pari al 17%.

Sull’argomento, venerdì scorso, il Commissario europeo per il Clima, Wopke Hoekstra, ha ricordato che “senza l’Ets l’Europa oggi consumerebbe circa 100 miliardi di metri cubi di gas in più, risultando ancora più vulnerabile di quanto non lo sia già”. Si tratta di un’ulteriore conferma delle bontà di uno strumento che ha saputo negli anni ridurre la dipendenza europea dai combustibili fossili e incentivare investimenti in innovazione e rinnovabili da parte delle industrie energivore. Tuttavia, nel presentare la proposta di riforma dell’Ets, Hoekstra ha di fatto aperto al depotenziamento dello strumento.

Nonostante i risultati raggiunti, la Commissione si è piegata a mesi di pressioni politiche - in particolare delle forze politiche e dei governi di destra - e industriali, tra cui spicca la Confindustria italiana, finendo per indebolire il principale pilastro della politica climatica europea. Si tratta di un arretramento, ma non di uno smantellamento o di una sospensione del Sistema richiesta da alcuni governi, tra cui quello italiano.


Come funziona l’Ets:

  • Introdotto nel 2005 sulla scia del Protocollo di Kyoto e più volte riformato nel corso degli anni, il sistema si basa sulla creazione di un mercato del carbonio dove vengono scambiate quote di emissioni di CO₂.
  • Inizialmente concepito per regolamentare il settore elettrico e le industrie “energivore”, oggi coinvolge quasi 2mila installazioni in Italia e più di 22mila in Europa.
  • Il suo funzionamento si fonda sul principio del “cap and trade”: viene cioè fissato un tetto massimo alle emissioni complessive e le imprese ricevono quote che autorizzano a emettere una determinata quantità di CO₂. Se superano il limite assegnato, devono acquistare ulteriori permessi sul mercato, il cui prezzo è determinato dalla domanda e dall’offerta.
  • L’obiettivo di questo meccanismo è chiaro: orientare investimenti e innovazione verso tecnologie a basse emissioni. Perché ciò avvenga, tuttavia, il prezzo della CO₂ - quel “permesso a inquinare” che negli ultimi mesi si è attestato intorno agli 80 euro per tonnellata - deve risultare più elevato rispetto agli investimenti necessari per decarbonizzare processi produttivi e sistemi energetici.

Per comprendere la portata di questa revisione, è necessario entrare nel merito delle misure proposte, distinguendo tra i pochi passi avanti e molti indietro. Vediamone qualcuno. I passi indietro emergono con chiarezza già a partire dal nodo forse più politico della riforma: le quote gratuite assegnate. Quelle che, una volta terminate, “costringono” le imprese ad acquistare permessi di emissione. La revisione ne prolunga la durata prevista precedentemente, rinviando la scadenza al 2038 per i comparti interessati dal Carbon border adjustment mechanism (Cbam), il meccanismo europeo di tassa sul carbonio alle frontiere. Una scelta che rischia di minare la credibilità dell’Unione sul tema: come sottolinea il Wwf, le evidenze mostrano da anni che le quote gratuite rallentano la trasformazione industriale, riducendo l’incentivo a investire in tecnologie pulite.

Un secondo arretramento riguarda il ritmo di riduzione delle quote disponibili sul mercato. L’attuale traiettoria - basata su un Linear reduction factor del 4,4% annuo tra il 2028 e il 2030 - viene sostituita da un percorso più lento: basterà tagliare del 3,7% le emissioni ogni anno tra il 2031 e il 2035 e appena dell’1,7% tra il 2036 e il 2040. Una scelta che, sempre secondo il Wwf, potrebbe tradursi nell’emissione aggiuntiva di circa due miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente.

Diversi dubbi suscita anche la modifica al Market stability reserve, il meccanismo pensato per evitare che la presenza di troppe quote sul mercato disincentivi l’innovazione delle aziende. Oggi la riserva assorbe ogni anno il 24% dei permessi eccedenti, la proposta della Commissione dimezza il tasso al 12%. L’effetto è prevedibile: con un maggior numero di quote in circolazione il prezzo della tonnellata di CO₂ emessa sarà più contenuto e, di conseguenza, si indebolirà il segnale economico che dovrebbe spingere la decarbonizzazione.

Infine, la Commissione ha proposto di integrare la rimozione permanente di carbonio nell’Ets per "offrire maggiore flessibilità" ad alcuni settori che faticano a decarbonizzare. Una soluzione che rischia di creare una falla al Sistema, esponendolo all’uso di tecnologie inefficaci ed estremamente costose. "Ciò indebolirebbe l'impatto dell'Ets, minerebbe il prezzo del carbonio e creerebbe nuove scappatoie per gli inquinatori, anziché accelerare la transizione verso l'abbandono dei combustibili fossili", ha infatti sottolineato Sven Harmeling, responsabile per il clima presso Climate action network europe.

Passiamo ai pochi passi avanti. Il primo riguarda l’utilizzo dei proventi generati dal sistema. La proposta stabilisce che i Paesi membri dovranno destinare almeno il 50% delle entrate derivanti dalle aste Ets alla decarbonizzazione dei settori coperti dal meccanismo, con un potenziale di oltre 100 miliardi di euro di investimenti entro il 2030. Si tratta di un correttivo non marginale, se si considera che, nonostante il fatto che dal 2023 gli Stati siano formalmente tenuti a impiegare integralmente questi fondi per clima ed energia, la Commissione stessa riconosce che finora “trasparenza ed efficacia” sono state insufficienti. Oggi, infatti, solo una parte molto limitata delle entrate, circa il 5%, sostiene la decarbonizzazione industriale nei settori più difficili da abbattere, come acciaio, chimica e fertilizzanti. Non fa eccezione l’Italia che, tra il 2012 e il 2024, dei 18 miliardi di euro di entrate, ha destinato solo 1,6 miliardi di euro alla decarbonizzazione. Un aspetto che ha inciso negativamente, considerando che quelle risorse avrebbero dovuto alleggerire in modo duraturo il peso degli oneri nelle bollette di famiglie e imprese e incentivare la transizione energetica, affrontando il nodo reale del caro energia: la dipendenza dai combustibili fossili.

Un secondo elemento positivo riguarda l’estensione del sistema Ets a un maggior numero di emissioni del settore marittimo e delle compagnie aeree. Per il primo, responsabile di circa il 4% delle emissioni complessive dell’Unione, si propone un’estensione a imbarcazioni di dimensioni più ridotte, tra le 400 e le 5mila tonnellate, mentre il secondo si estende, a partire dal 2029, a tutti i voli in partenza dallo Spazio economico europeo, più a quelli in arrivo da altri paesi entro un raggio di 5mila km (da un punto stabilito dell'Europa centrale).

In parallelo alla proposta sull’Ets, la Commissione ha presentato anche l’Electrification action plan, il piano per accelerare l’elettrificazione dei consumi. L’obiettivo è ambizioso: ridurre di due terzi la dipendenza dal gas e dimezzare quella dal petrolio entro il 2040. Il target medio di elettrificazione è fissato al 46% nello stesso orizzonte temporale, senza però tappe intermedie, lasciando ai Paesi membri un margine di flessibilità più ampio del previsto.

Anche qui, i dati raccontano una realtà complessa. Secondo l’analisi del think tank Ecco, il tasso europeo di elettrificazione degli usi finali è fermo da circa un decennio al 23%, mentre economie come Cina, Corea del Sud e Giappone hanno già superato il 30%. Per colmare tale ritardo abbiamo bisogno di politiche più incisive, non segnali contraddittori. Ed è proprio qui che emerge il cortocircuito della strategia europea. L’elettrificazione, infatti, non è un processo autonomo: per affermarsi nel mondo industriale ha bisogno di un segnale di prezzo forte e credibile sulle emissioni di CO2, capace di rendere progressivamente meno conveniente il ricorso ai combustibili fossili. Indebolire l’Ets - rallentando la riduzione delle quote, prolungando le assegnazioni gratuite e aumentando la disponibilità di permessi sul mercato - significa attenuare proprio quel segnale.

Dopo aver già rivisto al ribasso altre misure legate alla politica climatica - dalle emissioni delle auto alla rendicontazione aziendale, fino alle norme su deforestazione e greenwashing - e mentre la proposta di Bruxelles passa ora al vaglio del Parlamento europeo, resta aperta una domanda di fondo: quanto è realistico puntare alla riduzione del 90% delle emissioni entro il 2040 (rispetto al 1990) e accelerare l’elettrificazione svuotando, al tempo stesso, l’architrave delle politiche climatiche europee?

 

Copertina: European Commission

Scritto da Ivan Manzo
giovedì 23 luglio 2026
Tempo di lettura: min

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