Editoriali
L’Ebola in Congo è un promemoria di possibili minacce epidemiche. Dopo il Covid sono stati creati nuovi strumenti e assunti nuovi impegni, ma la preparazione alle pandemie rischia di indebolirsi proprio mentre dovrebbe diventare strutturale. 01/10/26
“La prossima pandemia è una questione di quando, non di se”. È il messaggio lanciato dal direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) Tedros Adhanom Ghebreyesus, nel corso del secondo High-Level Meeting dell’Assemblea generale dell’Onu sulla prevenzione, preparazione e risposta alle pandemie, riunito il 25 settembre a New York. Sono parole che fanno paura, che ci riportano al ricordo delle mascherine, degli ospedali in tilt, dell’isolamento con i lockdown, delle morti dei cari. Terminata la pandemia da Covid-19 noi siamo tornati alle nostre frenetiche vite quotidiane mettendo quei ricordi in un cassetto, eppure la minaccia di future pandemie non è scomparsa.
Come riporta Reuters il 28 settembre, il numero dei casi confermati di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo ha superato per la prima volta quota 8mila dall’inizio dell’attuale epidemia. L’ultimo Rapporto sulla situazione, pubblicato dall’istituto di sanità pubblica, indica 8.067 casi e 3.901 decessi. L’epidemia, causata dalla specie Bundibugyo del virus Ebola, è diventata la più grande e letale nella storia del Congo, superando l’epidemia del 2018-2020. Ghebreyesus ha precisato che è improbabile che l’Ebola evolva in una pandemia, ma ha indicato questo caso per ricordare la presenza costante di minacce epidemiche, capaci di colpire innanzitutto le comunità locali, ma di avere potenziali conseguenze più ampie. Il punto, per il direttore generale dell’Oms, è quello di evitare che la preparazione torni a essere una priorità soltanto quando l’emergenza è già iniziata. “Non potremo mai dire che il mondo è abbastanza preparato. La minaccia evolve e anche noi dobbiamo evolvere”, ha affermato Ghebreyesus.
I progressi non è che non ci siano stati. Rispetto alla vigilia della pandemia da Covid-19, alcuni strumenti e meccanismi di preparazione sono stati rafforzati, anche se il livello di preparazione resta insufficiente e disomogeneo. A livello globale, il Covid-19 ha provocato oltre 20 milioni di morti in eccesso e una perdita superiore ai 10 mila miliardi di dollari per il sistema economico, che ha aggravato le fratture esistenti nella sicurezza sanitaria globale. Da allora, l’Oms ha promosso o contribuito a realizzare diverse iniziative per rendere il mondo più sicuro di fronte a future epidemie e pandemie. Ne sono un esempio il rafforzamento del Pandemic Fund, sviluppato insieme alla Banca mondiale, l’Act Accelerator Covax dedicato all’accesso equo a vaccini e altri strumenti sanitari, o il Who BioHub per favorire la condivisione internazionale dei campioni di patogeni.
L’adozione, nel maggio 2025, dell’Accordo sulle pandemie dell’Oms ha rappresentato un passaggio storico nel rafforzamento della cooperazione internazionale sulla prevenzione, preparazione e risposta alle pandemie. Si tratta di un atto importante, adottato dopo tre anni di accesi negoziati, grazie a una schiacciante maggioranza di ministri della Salute e funzionari di oltre 130 Paesi, ma non degli Stati Uniti, che avevano annunciato il loro ritiro dall’Oms e che ha votato contro. Trump ha accusato l’Oms di aver gestito male la pandemia di Covid-19 sotto l’influenza della Cina e di aver chiesto agli Stati Uniti troppi finanziamenti. Come riportato dall’Economist, nel 2024 un candidato marginale alla presidenza degli Stati Uniti aveva definito l’accordo sulle pandemie un tentativo di acquisire potere da parte di “burocrati internazionali e dei loro capi del club dei miliardari di Davos”, accusandoli di calpestare i diritti costituzionali degli americani. Purtroppo per l’Oms, quel candidato senza concrete possibilità di vittoria, Robert F. Kennedy Jr., è poi diventato il ministro della Salute di Trump.
Affinché l’Accordo sulle pandemie possa procedere verso la ratifica e l’entrata in vigore come diritto internazionale, occorre concludere il negoziato sul sistema di Pathogen Access and Benefit Sharing (Pabs), sul quale i Paesi stanno ancora negoziando. Il Pabs dovrebbe regolare la condivisione rapida dei patogeni con potenziale pandemico e, allo stesso tempo, garantire che i Paesi che condividono quei materiali possano beneficiare dei prodotti sviluppati grazie a essi, come vaccini, diagnostici e trattamenti.
Arrivano però anche cattive notizie. Secondo dati Ocse, dopo il picco registrato durante il Covid, gli investimenti per prevenzione, preparazione e risposta alle emergenze sanitarie sono diminuiti in tutti i Paesi, pur restando nel 2023 mediamente del 13% sopra i livelli pre-pandemia. Fortissimo il divario tra Paesi ad alto e a basso reddito: 75,7 dollari pro capite nei primi, appena 3,7 nei secondi. Nei Paesi poveri il 74% delle risorse arriva dall’estero, solo il 19% proviene da risorse pubbliche nazionali e il restante 7% dalla spesa privata. E ora il taglio senza precedenti (-46%) degli aiuti internazionali alla salute, anche in questo caso grazie soprattutto agli Stati Uniti, rischia di indebolire ulteriormente la capacità di risposta dei sistemi più fragili.
Per rendere più trasparente il quadro dei finanziamenti, l’Ocse ha annunciato la costruzione, insieme a Oms, Banca mondiale e altri partner, di un Global Health and Resilience Tracker. Un nuovo strumento per integrare dati su spesa sanitaria nazionale, aiuto pubblico allo sviluppo e altre fonti di finanziamento, consentendo di seguire nel tempo gli investimenti e individuare più rapidamente eventuali carenze.
Per prepararsi alle future pandemie è importante seguire quanto indica l’Oms che, per mandato, coordina la risposta alle emergenze sanitarie, stabilisce standard comuni, favorisce la condivisione di informazioni, aiuta i Paesi con sistemi sanitari più fragili e rimane luogo di negoziazione tra gli Stati. Ghebreyesus ha ricordato i cinque impegni contenuti nella dichiarazione politica sulla prevenzione, preparazione e risposta alle pandemie: costruire e rafforzare le capacità a livello locale e nazionale; investire in sistemi sanitari resilienti; promuovere la fiducia nei sistemi e nelle istituzioni di sanità pubblica; favorire il coinvolgimento delle comunità; garantire solidarietà ed equità nell’accesso a prodotti, strumenti e risorse.
Ora è importante che dalla dichiarazione politica si passi alla pratica, anche in Italia, sebbene il nostro Paese non si sia associata a quanto scritto nella dichiarazione. In sede Onu l’Italia ha infatti affermato: “Abbiamo tuttavia alcune preoccupazioni riguardo alla dichiarazione politica. L’Italia non ha sostenuto l’adozione dell’Accordo sulle pandemie, né gli emendamenti del 2024 al Regolamento sanitario internazionale. Pertanto, non possiamo associarci alle disposizioni che ne accolgono con favore l’adozione o ne chiedono l’attuazione. Riteniamo inoltre che il ruolo dell’Organizzazione mondiale della sanità non debba andare oltre il suo mandato costituzionale, nel pieno riconoscimento del diritto sovrano dei governi nazionali di definire le proprie politiche sanitarie”.
Una posizione allarmante considerato che, come ha ricordato Ghebreyesus, in gioco c’è la sicurezza sanitaria di tutte e tutti, perché “nessuno è al sicuro finché tutti non sono al sicuro”.
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