Editoriali
L’aria che respiriamo incide fortemente sulle nostre vite ed è strettamente correlata con il fenomeno del cambiamento climatico. A partire da un’audizione ASviS in Senato, dati scientifici e riflessioni sul tema. 08/10/26
“I morti da inquinamento ogni anno nel nostro Paese, secondo studi autorevoli come Epidemiologia & prevenzione (2023), sono 72mila, di questi almeno 43mila derivano dal particolato 2,5, ponendoci in testa a questa tragica statistica europea”, ha affermato Andrea Ferrazzi, responsabile delle Relazioni istituzionali dell’ASviS nel corso di una recente audizione parlamentare.
L’Italia è da anni interessata da procedure di infrazione europee per il mancato rispetto degli standard sulla qualità dell’aria, in particolare nella Pianura Padana. A complicare il quadro c’è anche il rinvio al 2027 del blocco strutturale dei veicoli diesel Euro 5 in tale area, inizialmente previsto dal 1° ottobre 2026. Una scelta che riporta al centro il tema della capacità dell’Italia di ridurre rapidamente le emissioni e rispettare gli impegni europei.
Le decine di migliaia di morti ci dicono che bisogna abbattere l’inquinamento, ma non tutti sono convinti del suo legame con la salute. Se ne è discusso, ad esempio, durante l’audizione al Senato del 6 ottobre sulla qualità dell’aria nella Pianura Padana. Un’audizione nel corso della quale i dati scientifici presentati dall’Alleanza sono stati messi in discussione. “Con il presidente di Commissione prima stavamo discutendo di come la correlazione tra presenza di inquinanti atmosferici e malattia non sia avvalorata da studi epidemiologici”, ha affermato la senatrice Elena Sironi, evidenziando l’importanza della condivisione delle fonti. A quel punto è intervenuto il presidente della Commissione Claudio Fazzone: “Per dire che la causa delle morti è legata a un certo tipo di inquinamento ci vogliono delle risultanze scientifiche, non si dice così a caso”. “Che ci sia una correlazione stretta tra gli inquinanti e la salute umana è acclarato a livello scientifico ormai da innumerevoli anni – ha risposto Ferrazzi -. La stessa Organizzazione mondiale della sanità stabilisce questo in maniera inequivocabile. La stessa Ue, le stesse Nazioni Unite e studi di carattere nazionale e internazionale”. Si pensi agli studi Oms (Ambient (outdoor) air pollution e il brief “Health effects on air pollution”) e Unicef (Air Pollution Report), al Rapporto MobilitAria di Cnr e Kyoto Club, alle “Linee di indirizzo per la prevenzione di ondate di calore e inquinamento atmosferico”, a cura di della direzione generale della Prevenzione sanitaria del Ministero della Salute, e del dipartimento di Epidemiologia del Ssr Lazio. Solo per citarne alcuni.
Ma guardiamo meglio alle dimensioni del fenomeno, zoomando dal livello globale a quello italiano. In Europa qualcosa è cambiato negli ultimi 20 anni. Tra il 2005 e il 2023 le morti premature nell’Ue attribuibili al PM2,5, superiori a 5 µg/m³, sono diminuite del 57%, dice l’Eea. Un risultato importante, che ha già superato l’obiettivo fissato dal Piano d’azione europeo Zero Pollution, che prevedeva di ridurre del 55% queste morti entro il 2030. Ma non possiamo considerare il problema risolto. Nonostante i miglioramenti, infatti, il 95% degli abitanti delle aree urbane europee continua a essere esposto a concentrazioni di inquinanti atmosferici superiori ai livelli raccomandati dall’Oms. E nel 2023, nell’Unione europea, si sono comunque registrati 182mila decessi prematuri attribuibili all’esposizione al particolato fine (PM2,5), 63mila all’esposizione all’ozono (O₃) e 34mila all’esposizione al biossido di azoto (NO₂).
Per capire quanto il problema sia ancora presente basta guardare ai livelli di esposizione. La nuova Direttiva europea sulla qualità dell’aria, votata nel dicembre 2024 e che va recepita dall’Italia entro dicembre del 2026, ha avvicinato gli standard europei alle raccomandazioni dell’Oms e introdotto limiti più severi da raggiungere entro il 2030. Ma i valori europei restano, in diversi casi, meno severi di quelli indicati dall’Oms e questa è una seria criticità: Rispettare il limite europeo, infatti, non significa necessariamente che l’aria sia a livelli considerati sicuri dall’Organizzazione mondiale della sanità. L’Italia ne è un esempio: secondo i dati Ispra, nel 2024 il limite europeo per il PM2,5, pari a 25 µg/m³, è stato rispettato in tutte le stazioni di monitoraggio. Ma il valore guida dell’Oms, molto più basso e fissato a 5 µg/m³, è stato superato nel 97,7% delle stazioni.
L’Italia ha fatto passi avanti, anche se più lentamente rispetto all’Europa. Tra il 2005 e il 2022 le morti premature attribuibili al PM2,5 sono diminuite del 32%, contro il 45% nell’Ue, mentre nel 2023 l’Italia è stato il Paese europeo con il maggior numero assoluto di morti attribuibili all’esposizione al PM2,5.
L’inquinamento dell’aria è prima di tutto una questione di salute, come dice l’Eea. Per alcune malattie, come l’asma, l’effetto principale è un peggioramento delle condizioni di salute. Per altre, come la cardiopatia ischemica e il tumore del polmone, può arrivare fino alla morte prematura. Secondo l’Airc, il tumore più frequentemente associato agli inquinanti atmosferici è il cancro ai polmoni, ma l’esposizione al diossido di nitrogeno e al particolato fine è stata associata anche al tumore del seno e a quello del cervello. E nuove evidenze suggeriscono che l’inquinamento atmosferico potrebbe contribuire anche all’insorgenza della demenza, il cui carico di malattia viene stimato superiore a quello di altre patologie rilevanti.
C’è poi un altro elemento da considerare: il cambiamento climatico. Il combinato disposto tra emissioni di gas nocivi dell’inquinamento e gas climalteranti sta creando una complicazione elevatissima dal punto di vista delle malattie, del rischio dei parti, delle malattie di natura psicologica o psichiatrica. Nei prossimi anni, senza interventi adeguati, il riscaldamento globale potrebbe rendere ancora più difficile affrontare il problema dell’inquinamento atmosferico, come evidenziato in un recente Rapporto dell’Unep.
La domanda di porsi oggi non riguarda soltanto che cosa dobbiamo fare per ridurre le emissioni, ma anche quanto velocemente dobbiamo farlo per evitare crisi ambientali ed economiche e rendere gli investimenti nella transizione più convenienti anche per il settore privato. Secondo l’Unep, considerando 25 soluzioni già sperimentate nei settori dell’energia, dell’industria, dei trasporti, dell’agricoltura, della cottura dei cibi e della gestione dei rifiuti, agire insieme su questi settori produce risultati migliori rispetto a interventi separati. Ogni dollaro investito può generare circa 15 dollari di ritorno.
I benefici non sarebbero soltanto economici. Entro il 2050 queste soluzioni potrebbero, a livello globale, evitare 144 milioni di morti premature e centinaia di milioni di casi di malattie croniche. E potrebbero essere attuate rapidamente: investire nelle condizioni che ne favoriscono l’applicazione potrebbe anticiparne la piena realizzazione di dieci anni, con risparmi che potrebbero arrivare a 10mila miliardi di dollari entro il 2040.

Alla luce di questi dati e delle preoccupazioni che ne emergono, l’ASviS auspica che il Parlamento, con l’indagine conoscitiva in corso, prenda piena coscienza della gravità della situazione, facendo in modo che queste indicazioni non diventino oggetto di polemica politica ma possano trovare un ampio consenso, e che promuova norme di legge capaci di aiutare il nostro Paese. Attualmente la direzione intrapresa non è quella giusta: per fare un esempio, nella Legge di Bilancio 2026 c’è stato un taglio del 75% del Fondo per il finanziamento di specifiche strategie di intervento volte al miglioramento della qualità dell’aria della Pianura Padana, con conseguente forte riduzione delle risorse disponibili. Eppure, la nostra Costituzione parla chiaro, grazie alla modifica agli articoli 9 e 41 fortemente voluta dall’ASviS: è necessario legiferare a tutela della salute delle persone e le attività economiche non possono svolgersi in contrasto con la salute o l’ambiente.
I dati e le evidenze scientifiche sono dunque inequivocabili: l’inquinamento atmosferico (ma anche dell’acqua e del suolo) non è un’emergenza soltanto ambientale, è anche un problema di salute pubblica. E come tale deve essere affrontato, con politiche strutturali, risorse adeguate e interventi più rapidi. Perché con la qualità dell’aria non è in gioco soltanto l’ambiente in cui viviamo, ma la salute delle persone.
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