Vite connesse, benessere diseguale: cosa rivelano i nuovi dati Ocse sul digitale
Il 38% delle persone trascorre più di cinque ore al giorno davanti a uno schermo. L’uso di AI e tecnologie digitali cresce soprattutto tra i giovani e nelle economie emergenti. Servono politiche pubbliche inclusive. 13/01/26
Con la digitalizzazione sempre più integrata nella vita quotidiana, comprendere il rapporto tra tecnologie e benessere è diventato una priorità. In questo contesto, l’Oecd centre on well-being, inclusion, sustainability and equal opportunity, in collaborazione con Cisco, ha lanciato nel 2024 l’Oecd digital well-being hub. Al centro dell’iniziativa, un’indagine globale condotta tra febbraio e marzo 2025 per analizzare comportamenti digitali, percezioni e ricadute sul benessere delle persone, utilizzando il quadro dell’Oecd well-being framework. Lo studio distingue tra esposizione digitale passiva, come il tempo trascorso davanti agli schermi, e forme di coinvolgimento attivo, come la comunicazione sui social o la collaborazione online, integrando indicatori soggettivi e oggettivi legati a salute, relazioni sociali, sicurezza personale, partecipazione civica ed equilibrio tra vita e lavoro.

Età, genere e geografia
I dati mostrano che l’esperienza digitale non è uniforme. Età, genere e area geografica incidono in modo significativo sulle modalità di utilizzo. I giovani adulti guidano quasi tutte le dimensioni dell’engagement digitale: tra i 18 e i 25 anni si registra l’uso più intenso dei social network, con una partecipazione femminile più elevata rispetto a quella maschile, soprattutto in America Latina, in particolare in Messico e Brasile. Il lavoro da remoto raggiunge i livelli più alti nella fascia 26-45 anni, mentre l’uso di dispositivi connessi a Internet è particolarmente intenso tra i 26 e i 35 anni in India, Brasile e Messico, e più contenuto in Paesi come Giappone, Francia e Italia. Un andamento simile emerge per l’adozione dell’intelligenza artificiale generativa, sostenuta soprattutto dagli under 35 e più diffusa nelle economie emergenti, mentre in Germania, Francia e Italia prevale un atteggiamento più prudente.

Il tempo come fattore di rischio
L’uso ricreativo degli schermi rappresenta uno dei nodi più delicati. Il 38% degli intervistati dichiara di trascorrere più di cinque ore al giorno davanti a schermi per motivi personali, quota che sale al 41% tra i 18-25enni. I livelli più elevati si registrano in Messico, Brasile e Sudafrica, con tempi di esposizione ben al di sopra delle raccomandazioni degli esperti, che suggeriscono per gli adulti un limite inferiore alle tre ore quotidiane. I dati raccolti dall’Ocse indicano una correlazione negativa tra un utilizzo degli schermi superiore alle due ore al giorno e il benessere personale. Tuttavia, il tempo trascorso online non emerge come il principale fattore di disagio: condizioni di vita come privazione del sonno, difficoltà economiche e scarsa attività fisica risultano predittori più forti di un basso livello di benessere.
Il digitale divide le generazioni
Le percezioni sull’impatto delle tecnologie digitali variano in modo marcato tra generazioni e territori. A livello globale, il 39% degli intervistati ritiene che gli strumenti digitali abbiano rafforzato le proprie relazioni sociali, soprattutto tra gli adulti tra i 18 e i 45 anni e nei Paesi emergenti come India e Brasile. Questa visione positiva è meno diffusa tra le persone sopra i 56 anni. Emergono anche differenze di genere: le donne sono più propense degli uomini a riconoscere un effetto positivo delle tecnologie digitali sulle relazioni personali. Dati che suggeriscono che il valore sociale del digitale dipende non solo dall’accesso, ma anche dalle aspettative, dalle competenze e dai contesti di utilizzo.

AI: entusiasmo giovanile, fiducia selettiva
L’atteggiamento verso l’AI riflette le stesse fratture generazionali e geografiche. Oltre il 75% degli under 35 considera l’AI generativa uno strumento utile, con livelli di entusiasmo più elevati nelle economie emergenti. Tra gli uomini tra i 26 e i 35 anni, più della metà si aspetta un impatto significativo dell’AI sulla propria carriera, e quasi uno su cinque lo giudica molto rilevante. Con l’aumentare dell’età, diminuiscono fiducia e sicurezza etica, segnalando un bisogno crescente di politiche che accompagnino lo sviluppo tecnologico con formazione, trasparenza e tutele adeguate.
Policy: servono risposte mirate, non standard
Nel complesso, i risultati dell’indagine Ocse indicano che non esistono soluzioni valide per tutti in materia di benessere digitale. Le differenze demografiche e socio-economiche rendono necessarie strategie mirate, capaci di proteggere i gruppi più vulnerabili senza ostacolare l’innovazione. Lo studio sottolinea la necessità di ulteriori ricerche sugli effetti cognitivi ed emotivi dell’uso delle tecnologie e dell’IA, oltre all’importanza di dati nel lungo periodo per distinguere tra impatti temporanei e strutturali. In conclusione, suggerisce l’indagine Ocse, in un contesto in cui la vita digitale continua a espandersi, promuovere abitudini sane e rafforzare la consapevolezza dei rischi sarà centrale per promuovere una visione di benessere equo e sostenibile.
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