Il punto di Giovannini
Europa tra realismo e valori: la sfida di definire una nuova visione nel mondo che cambia
16 marzo 2026
Tanti anni fa il celebre economista John Maynard Keynes disse a un interlocutore: “Quando i fatti cambiano, io cambio opinione. E lei?”. È una frase che tutti dovremmo tenere a mente. Quando i fatti cambiano, cambia anche l’interpretazione della realtà, come gli scienziati ci insegnano continuamente. Una cosa, però, sono le opinioni, un’altra sono i valori.
Riflettevo su questo aspetto leggendo le recenti dichiarazioni della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, secondo cui l’Unione Europea non può essere custode di un ordine internazionale ormai distrutto. Un’affermazione che ricorda da vicino un’altra formula circolata negli ultimi anni: l’idea che l’Europa non possa essere un “erbivoro in un mondo di carnivori”. Visto che però parliamo di valori, vale la pena ricordare che l’articolo 3 del Trattato sull’Unione Europea che spetta anche a von der Leyen e alla sua Commissione attuare stabilisce chiaramente che lo scopo dell’Unione è promuovere la pace, il benessere e i valori dei suoi popoli. E non è un caso che tutte le indagini demoscopiche mostrino che gli europei, non solo gli italiani, sono contrari alla guerra in Iran e, più in generale, al modo in cui oggi vengono ridefinite le relazioni internazionali, in particolare secondo l’impostazione promossa da Donald Trump.
Prendere atto che la realtà internazionale è cambiata è necessario. Ma riconoscere il cambiamento non significa accettare l’idea che l’Europa debba comportarsi come gli altri attori globali, soprattutto quelli che investono cifre altissime nella difesa salvo poi avere pezzi consistenti della società in condizioni economiche e sociali inaccettabili, almeno per noi europei. Se, dunque, il Trattato affida all’Unione il compito di promuovere i propri valori, oltre che la pace e il benessere dei popoli che hanno scelto di costruire il progetto europeo, è questo che dobbiamo svolgere al meglio. Ovviamente, questo non significa essere ingenui in un mondo che sta ridisegnando profondamente gli equilibri di potere. Significa piuttosto che, dopo aver riconosciuto il mutamento del contesto globale, occorre spiegare quale visione del futuro si vuole costruire. Quale idea di Europa e quale ruolo si vuole per l’Unione in un sistema internazionale trasformato.
Purtroppo, è proprio su questo terreno che emergono differenze tra gli Stati membri e anche all’interno delle istituzioni europee. Differenze che si riflettono nei punti di vista della stessa von der Leyen e del presidente del Consiglio Europeo, António Costa. Divergenze politiche che rimandano alle famiglie europee di appartenenza: il Partito Popolare nel caso della presidente della Commissione, l’area socialista nel caso di Costa. Non si tratta di sfumature buone solo per i dibattiti televisivo, ma di divisioni profonde, di visioni diverse da cui dipendono scelte concrete che influenzeranno il futuro dell’Europa.
Ed è proprio qui che emerge una delle preoccupazioni più forti, almeno per me: dopo aver portato avanti nel suo primo mandato obiettivi ambiziosi, basti pensare al Green Deal europeo, e aver conseguito successi indiscussi, la Commissione sembra oggi orientata verso una significativa inversione di rotta. Il dibattito sulle cosiddette “semplificazioni” per le imprese, che secondo molti nascondono in realtà un processo di deregulation, appare come un tentativo di inseguire un modello di capitalismo meno regolato, più vicino a quello statunitense. Non vorrei, quindi, che questa retromarcia sulle politiche ambientali si estenda anche a quelle orientate a costruire un sistema di governance di tipo americano, almeno di quello corrente. I segnali emergono sempre più spesso, come la proposta avanzata dai popolari di concentrare in un’unica persona le funzioni di presidente del Consiglio Ue e della Commissione.
La questione centrale, quindi, ruota intorno alla visione del futuro dell’Unione e dell’Europa, di cui abbiamo assoluto bisogno: non basta affermare che il passato non è più adeguato, ma occorre indicare con chiarezza quale futuro si intende costruire ed è su questo punto che i leader europei mostrano orientamenti molto differenti, da Emmanuel Macron a Giorgia Meloni fino a Friedrich Merz. Differenze legittime, ma che richiedono un confronto politico aperto e trasparente, magari basato su documenti strutturati e non su episodiche dichiarazioni alla stampa.
La speranza è che la guerra in Iran non distolga l’attenzione da questa discussione decisiva. Riuscire a evitare questo rischio, molto concreto, dipende anche dal comportamento della società civile, cioè di tutti noi.
