Sviluppo sostenibile
Lo sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.

L'Agenda 2030 dell'Onu per lo sviluppo sostenibile
Il 25 settembre 2015, le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, un piano di azione globale per le persone, il Pianeta e la prosperità.

Goal e Target: obiettivi e traguardi per il 2030
Ecco l'elenco dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals - SDGs) e dei 169 Target che li sostanziano, approvati dalle Nazioni Unite per i prossimi 15 anni.

Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile
Nata il 3 febbraio del 2016 per far crescere la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e per mobilitare la società italiana, i soggetti economici e sociali e le istituzioni allo scopo di realizzare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Altre iniziative per orientare verso uno sviluppo sostenibile

Contatti: Responsabile Rapporti con i media - Luisa Leonzi
Scopri di più sull'ASviS per l'Agenda 2030

The Italian Alliance for Sustainable Development (ASviS), that brings together almost 300 member organizations among the civil society, aims to raise the awareness of the Italian society, economic stakeholders and institutions about the importance of the 2030 Agenda for Sustainable Development, and to mobilize them in order to pursue the Sustainable Development Goals (SDGs).
 

Notizie dal mondo ASviS

Bonifiche ambientali: quasi la metà dei Comuni italiani coinvolti

Il 46% dei Comuni è interessato da almeno un procedimento di bonifica in corso. Al primo gennaio 2024 le pratiche attive erano 16.365. Ogni anno si aprono in media quasi 1.200 nuovi procedimenti. 27/01/26

martedì 27 gennaio 2026
Tempo di lettura: min

Quasi un Comune su due in Italia è oggi coinvolto in almeno un procedimento di bonifica ambientale. È il dato che emerge dal quarto rapporto Ispra “Lo stato delle bonifiche dei siti contaminati in Italia”, che fotografa una situazione ormai strutturale: al primo gennaio 2024 risultano censiti 38.556 procedimenti complessivi, di cui 16.365 ancora in corso e 22.191 conclusi. In termini territoriali, significa che 3.619 Comuni italiani, pari al 46% del totale, ospitano almeno un sito potenzialmente contaminato sottoposto a procedura amministrativa. Un fenomeno che non riguarda più soltanto aree industriali storiche o grandi poli produttivi, ma si estende anche a piccoli centri e contesti urbani ordinari, riflettendo decenni di utilizzo del suolo, attività produttive dismesse e pratiche di gestione ambientale poco adeguate.

Quando la bonifica non è necessaria

Un elemento centrale del Rapporto riguarda il significato stesso di “procedimento di bonifica”. L’avvio di una procedura, infatti, non implica automaticamente che il sito debba essere risanato. Nella maggior parte dei casi si tratta di percorsi di accertamento, analisi e valutazione del rischio. I dati Ispra mostrano che nel 70% dei procedimenti non si rende necessario alcun intervento diretto, perché le concentrazioni degli inquinanti risultano compatibili con gli usi previsti del suolo o non presentano rischi per la salute e l’ambiente. Solo nel restante 30% dei casi è stato invece necessario avviare vere e proprie operazioni di bonifica o di messa in sicurezza. Attualmente sono 3.243 i procedimenti in fase di intervento, con 2.601 cantieri attivi e 642 interventi già conclusi ma non ancora certificati dalle autorità competenti, a dimostrazione della complessità tecnica e amministrativa che caratterizza questi percorsi.

Il divario territoriale e il nodo dei siti “orfani”

La distribuzione geografica delle bonifiche conferma forti squilibri territoriali. Lombardia, Campania e Toscana concentrano da sole circa il 53% dei procedimenti in corso a livello nazionale, mentre se si guarda solo agli “interventi attivi” la Lombardia pesa per il 28%, seguita da Piemonte e Toscana. Accanto ai siti ordinari, il Rapporto richiama l’attenzione sui cosiddetti siti orfani, ovvero quelli per cui non è possibile individuare un soggetto responsabile degli inquinamenti. Al 2024 ne risultano censiti 484, di cui 225 già finanziati e 55 con procedura conclusa. Si tratta in larga parte di aree industriali storiche, spesso abbandonate da decenni, per le quali solo recentemente lo Stato è intervenuto direttamente grazie alle risorse del Pnrr, assumendosi un ruolo sostitutivo rispetto ai privati.

Piccoli siti, lunghi iter

Contrariamente all’immaginario che associa le bonifiche a grandi aree industriali, la maggior parte dei siti censiti ha dimensioni contenute. Il 70% delle superfici amministrative è inferiore ai 10.000 metri quadrati, e nel 30% dei casi si scende addirittura sotto i 1.000 metri quadrati. Solo una minoranza, pari al 18%, supera i 20 ettari. Tuttavia, anche per siti di piccole dimensioni i tempi possono essere molto lunghi: la metà dei procedimenti conclusi con un intervento termina in meno di quattro anni, ma in un quarto dei casi sono necessari almeno otto anni, a causa di sovrapposizioni normative, carenze di dati ambientali storici, difficoltà nella caratterizzazione dei suoli e nella certificazione finale. Un segnale chiaro di quanto il tema delle bonifiche rappresenti non solo una questione ambientale, ma anche una sfida amministrativa e istituzionale per il sistema pubblico italiano.

Un tema chiave per la transizione ecologica

Nel suo insieme, il Rapporto restituisce l’immagine di un Paese in cui la gestione dei siti contaminati è ormai parte integrante delle politiche ambientali ordinarie. La presenza di oltre 1.190 nuovi procedimenti avviati ogni anno mostra che il fenomeno non è in fase di esaurimento, ma continua ad accompagnare la trasformazione del territorio. In questo quadro, le bonifiche diventano un tassello essenziale anche per la rigenerazione urbana, la tutela della salute e il riuso sostenibile del suolo, temi centrali per gli Obiettivi di sviluppo sostenibile e per le strategie di transizione ecologica. La sfida, come sottolinea Ispra, non è solo risanare i siti più compromessi, ma rendere i procedimenti più trasparenti, rapidi ed efficaci, affinché il recupero ambientale diventi un vero motore di qualità ambientale e sociale.

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Copertina: Unsplash

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