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La lunga ombra dei Sad: quei 48 miliardi di euro che frenano la transizione
Il Mase stima 25 miliardi di sussidi ambientalmente dannosi, ma l’analisi di Legambiente rivela un quadro più esteso tra agevolazioni non conteggiate, incongruenze e misure ibride che favoriscono attività inquinanti. 31/3/26
Alla fine del 2024 la fotografia dei sussidi ambientalmente dannosi (Sad) in Italia resta impietosa. Secondo lo studio di Legambiente, che ha censito 76 voci di sussidi, sono 48,3 i miliardi di euro che lo scorso anno il nostro Paese ha destinato ad attività che, direttamente o indirettamente, hanno colpito le risorse naturali incidendo così sul benessere collettivo. Si tratta di una cifra che, nonostante gli impegni formali dell’Italia sulla transizione ecologica, continua a consolidare modelli di produzione e consumo incompatibili con gli obiettivi ambientali e climatici.
Sono nel settore energetico che si concentrano maggiormente i Sad: 14,2 miliardi distribuiti in 28 misure che spaziano dalle agevolazioni fiscali alle garanzie pubbliche per progetti legati alle fonti fossili. L’edilizia segue con 9,08 miliardi, i trasporti con 8,76 miliardi, e agricoltura e pesca con 4,36 miliardi, mentre il resto si disperde in una galassia di interventi che tocca dai rifiuti alle politiche fiscali.

Stime diverse
Per il Catalogo stilato dal Ministero dell'Ambiente e della sicurezza energetica (Mase) i Sad ammonterebbero a circa 25 miliardi di euro. Una cifra che, evidenzia Legambiente, non considera però diverse criticità dato che trascura una parte rilevante del quadro: molte agevolazioni fiscali non vengono quantificate, alcune tipologie di sussidi non sono elencate e altre risultano in contraddizione con i dati della Ragioneria dello Stato. A questo si aggiunge la zona grigia dei Sai, i sussidi ambientalmente incerti: nel 2024 ammontano a 26,45 miliardi distribuiti in 18 misure che sostengono sia attività inquinanti sia attività innovative.
Il nodo metodologico nasce dal fatto che il Mase utilizza una definizione più ristretta di sussidio, concentrandosi soprattutto sui trasferimenti diretti o sulle spese esplicite inserite nel bilancio pubblico. Le principali istituzioni internazionali - come Wto, Ocse e Fmi - adottano invece criteri molto più ampi, includendo fisco, mancati introiti, esenzioni, canoni sottocosto e tutte quelle misure che alterano il prezzo reale di un bene o di un servizio favorendo attività inquinanti. Legambiente si muove in questa direzione: considera sussidi non solo le risorse stanziate, ma anche ciò che lo Stato non incassa o rende artificialmente più conveniente per settori ad alto impatto. È questa differenza di perimetro a generare cifre molto distanti tra le due stime.
Energia: troppe le agevolazioni per le trivelle
Nel dettaglio, l’energia resta il cuore delle distorsioni. Il sussidio più consistente è l’Iva agevolata per i prodotti energetici, che da sola vale 3,6 miliardi di euro. Seguono le quote Ets gratuite, per 2,94 miliardi, e le garanzie pubbliche offerte di Sace e Cassa Depositi e Prestiti, entità chiave del sistema finanziario italiano, per progetti legati ai combustibili fossili, pari a 2,037 miliardi.
Altro nodo controverso, che da tempo non trova soluzione, riguarda il settore delle trivellazioni. Le risorse del sottosuolo sono patrimonio dello Stato, eppure il sistema dei compensi continua a essere troppo generoso con le imprese estrattive del gas e del petrolio. Nel 2024 questo meccanismo ha prodotto una mancata entrata di almeno 547,4 milioni di euro per una serie di ragioni. La prima riguarda l’inadeguatezza delle aliquote delle royalties che le imprese versano allo Stato per estrarre idrocarburi, pari al 10% per il gas fossile estratto sia in mare che su terraferma e per il petrolio estratto su terraferma, e pari al 7% il petrolio estratto in mare. Percentuali che continuano a essere più basse della media europea.
La seconda ragione riguarda le esenzioni dal pagamento delle royalties per le estrazioni del gas al di sotto di una specifica soglia. In particolare, nel caso della produzione su terraferma, sono esenti dal pagamento di royalties quantità prodotte annualmente inferiori a 10 milioni di metri cubi. Mentre per le estrazioni in mare, sono esenti dal pagamento le quantità al di sotto dei 30 milioni di metri cubi. A tutto questo si aggiunge l’anomalia dei canoni irrisori per permessi ed estrazioni. Basti pensare che oggi in Italia per un permesso di prospezione le imprese pagano appena 92,50 euro a chilometro quadro (kmq), 185,25 euro per kmq per un permesso di ricerca e 1,481 euro per kmq per una concessione di coltivazioni. Cifre che rendono l’accesso alle risorse del Paese estremamente vantaggioso per le imprese energetiche.
Edilizia e trasporti
Le politiche edilizie del 2024 non hanno orientato il comparto verso una trasformazione strutturale. Il dato più significativo riguarda il sostegno all’installazione di caldaie a gas, che assorbono il 61,9% del totale, pari a 5,6 miliardi. Una scelta che rallenta l’elettrificazione degli edifici, utilizzando per esempio le pompe di calore, e che contraddice gli obiettivi europei sullo stop ai combustibili fossili negli impianti termici.
I trasporti restano un altro snodo critico. Le esenzioni e riduzioni fiscali pesano per 3,89 miliardi, le agevolazioni fiscali per 1,2 miliardi, mentre la differenza di trattamento fiscale tra benzina e gasolio vale 3,17 miliardi.
Un problema globale
Il caso italiano si inserisce in una tendenza internazionale tutt’altro che marginale. Legambiente ricorda che l’organizzazione Earth Track stima che nel 2023 i sussidi ambientalmente dannosi nel mondo abbiano raggiunto i 2.680 miliardi di dollari, pari al 2,5% del Pil globale e in crescita di 800 miliardi in un solo anno. Il settore energetico pesa per 1.050 miliardi, seguito dall’agricoltura (610 miliardi) e dall’acqua (390 miliardi). Anche nel G20 lo squilibrio resta evidente: nel 2023 i Paesi del blocco hanno supportato con 535 miliardi di dollari le fonti fossili, contro i 168 miliardi per le rinnovabili.

Copertina: Unsplash
