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“Più parchi e meno pregiudizi”: cosa chiedono i giovani delle periferie
Dati e testimonianze di Save the Children raccontano un’Italia dove bambine e bambini crescono tra disuguaglianze educative e stigma sociale. Ma le periferie sono anche luoghi pieni di energia, che chiedono ascolto. 10/06/26
Ci sono quartieri dove il pomeriggio finisce presto. Le scuole chiudono, i campetti restano vuoti o abbandonati, gli autobus passano poco e male, le biblioteche sono lontane e trovare uno spazio sicuro dove trascorrere del tempo diventa complicato. È da questo contesto che Save the Children ha scelto di partire per Impossibile 2026, la Biennale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ospitata all’Acquario Romano di Roma e dedicata quest’anno al tema “Investire nelle periferie, investire nell’infanzia”. Non soltanto un evento pubblico, ma un tentativo di riportare al centro del dibattito politico una domanda scomoda: cosa accade quando intere aree urbane vengono lasciate indietro per anni? E soprattutto, cosa succede a giovani e adolescenti che crescono lì?
“I luoghi contano” davvero
La risposta attraversa tutta la nuova ricerca di Save the Children, significativamente intitolata “I luoghi che contano”. Perché i luoghi contano davvero. Contano quando determinano la qualità delle scuole, la presenza di servizi, la possibilità di fare sport, musica o semplicemente incontrarsi. Ma contano anche nel modo in cui una persona viene guardata dagli altri. Nel Rapporto emerge un dato che pesa quasi quanto quelli economici: un adolescente su due si sente etichettato per il quartiere in cui vive.
Eppure, gli stessi ragazzi raccontano anche altro. Raccontano appartenenza, amicizie, comunità. Raccontano quartieri che spesso vengono descritti solo attraverso degrado e cronaca nera, ma che per loro restano casa. “Servirebbero più parchi e meno pregiudizi sul mio quartiere”, dice uno dei ragazzi coinvolti nella ricerca. Una frase semplice, ma sufficiente a spiegare meglio di molte analisi il peso che possono avere le disuguaglianze territoriali sulla crescita delle nuove generazioni. Secondo la ricerca, nei comuni capoluogo delle 14 città metropolitane italiane circa 142 mila minorenni vivono nelle cosiddette Aree di disagio socioeconomico urbano, le Adu. In pratica, un minore su dieci cresce in territori segnati da fragilità economiche, povertà educativa e carenza di servizi.
Le disuguaglianze iniziano da bambini
I numeri raccontano una frattura che rimane invisibile finché non esplode. Nelle aree più fragili il tasso di dispersione scolastica arriva al 15,4%, contro il 7,6% della media cittadina. Anche i giovani che non studiano e non lavorano aumentano drasticamente: il 35,6% nelle Adu contro il 22,9% della media urbana. Ma il Rapporto prova a smontare una narrazione troppo semplice delle periferie come luoghi esclusivamente “problematici”. C’è infatti un aspetto che la ricerca mette in luce con forza: il 78,4% dei ragazzi che vive nelle aree più fragili dichiara di sentirsi felice nel proprio quartiere. Perché nelle periferie convivono difficoltà e risorse, marginalità e creatività, rabbia e senso di appartenenza. È proprio questa complessità che rischia di andare perduta quando le politiche pubbliche si limitano a interventi temporanei o frammentati. Durante la plenaria, Claudio Tesauro, presidente di Save the Children Italia, ha parlato della negazione delle pari opportunità come di una “ferita sociale profonda”, capace di mettere in discussione anche la qualità della democrazia. Un passaggio che lega direttamente il tema dell’infanzia alla tenuta sociale del Paese.
Investire ai margini per non perdere il futuro
Secondo Save the Children manca continuità. Negli ultimi anni sono arrivati investimenti importanti, anche attraverso il Pnrr, ma spesso senza una strategia stabile e di lungo periodo. La ricerca sottolinea che rigenerazione urbana non significa soltanto ristrutturare edifici o riqualificare piazze, ma costruire infrastrutture sociali permanenti, capaci di restare vive nel tempo. Per questo l’organizzazione ha lanciato una petizione per chiedere una legge che garantisca spazi socio-educativi sempre aperti nelle periferie più vulnerabili: luoghi dove bambini e adolescenti possano trovare sostegno educativo, attività culturali, relazioni, sport e ascolto psicologico durante tutto l’anno. Perché il rischio più grande, non è soltanto perdere pezzi di città. È abituarsi all’idea che una parte di bambini e bambine possano avere meno futuro, semplicemente per il quartiere in cui sono nati.
