Sviluppo sostenibile
Lo sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.

L'Agenda 2030 dell'Onu per lo sviluppo sostenibile
Il 25 settembre 2015, le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, un piano di azione globale per le persone, il Pianeta e la prosperità.

Goal e Target: obiettivi e traguardi per il 2030
Ecco l'elenco dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals - SDGs) e dei 169 Target che li sostanziano, approvati dalle Nazioni Unite per i prossimi 15 anni.

Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile
Nata il 3 febbraio del 2016 per far crescere la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e per mobilitare la società italiana, i soggetti economici e sociali e le istituzioni allo scopo di realizzare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Altre iniziative per orientare verso uno sviluppo sostenibile

Contatti: Responsabile Rapporti con i media - Luisa Leonzi
Scopri di più sull'ASviS per l'Agenda 2030

The Italian Alliance for Sustainable Development (ASviS), that brings together almost 300 member organizations among the civil society, aims to raise the awareness of the Italian society, economic stakeholders and institutions about the importance of the 2030 Agenda for Sustainable Development, and to mobilize them in order to pursue the Sustainable Development Goals (SDGs).
 

Notizie

Parità di genere e salute delle donne: due facce della stessa disuguaglianza

La certificazione di genere nelle imprese è lenta. La salute delle donne è sotto-finanziata: solo il 6% degli investimenti privati va a un settore che riguarda la metà della popolazione. Per la parità servono politiche strutturali. 9/02/26

lunedì 9 febbraio 2026
Tempo di lettura: min

Due studi pubblicati nelle ultime settimane raccontano, da prospettive diverse, la stessa storia. Se da un lato l’analisi di LaVoce sulla certificazione di genere nelle imprese italiane mostra una diffusione ancora limitata degli strumenti per promuovere l’uguaglianza sul lavoro, dall’altro il rapporto “women’s health investment outlook 2026” del World economic forum e di Boston consulting group, evidenzia come solo una quota minima degli investimenti globali in sanità sia destinata alla salute delle donne. Due ambiti diversi, ma un unico filo conduttore: la parità di genere resta fragile quando si passa dalle dichiarazioni ai dati.


Fig.1 La parità di genere nelle imprese italiane

Il primo segnale arriva dal mondo delle imprese

Secondo l’analisi pubblicata su LaVoce, a fine 2024 le imprese italiane in possesso della certificazione di genere erano poco più di 4.000, a fronte di oltre 1,3 milioni di imprese attive. In termini percentuali, si tratta quindi di meno dello 0,4% del totale, una quota che rende evidente come lo strumento, pur formalmente centrale nelle politiche pubbliche, sia ancora lontano dall’essere un fattore di trasformazione reale del mercato del lavoro. Anche considerando solo le imprese di dimensioni medio-grandi, la diffusione resta limitata: la maggior parte delle certificazioni riguarda aziende con meno di 50 addetti, mentre le grandi imprese, che concentrano una parte rilevante dell’occupazione femminile, restano una minoranza tra i soggetti certificati.

Un altro elemento critico riguarda la qualità dell’impatto. La certificazione misura dimensioni come parità salariale, opportunità di carriera, tutela della maternità e conciliazione tra vita privata e lavoro, ma l’adesione resta volontaria e non comporta obblighi vincolanti. I principali incentivi sono di tipo reputazionale e procedurale, come i punteggi aggiuntivi negli appalti pubblici e alcune agevolazioni contributive, ma non esistono ancora meccanismi che colleghino in modo diretto la certificazione a miglioramenti misurabili su indicatori strutturali, come il gender pay gap o la presenza femminile nei ruoli apicali.


Fig.2 Investimenti nella salute delle donne

La salute femminile come mercato invisibile

Lo stesso squilibrio emerge in modo ancora più netto se si guarda alla salute. Il report del World economic forum e di Boston consulting group mostra che, nonostante le donne rappresentino quasi il 50% della popolazione mondiale, solo il 6% degli investimenti privati in sanità è destinato specificamente alla loro salute. Le risorse si concentrano soprattutto su ambiti tradizionali come fertilità, maternità e tumori, lasciando scoperti settori ad alto impatto come malattie cardiovascolari, menopausa, disturbi metabolici e salute mentale femminile.

Secondo il rapporto, questa scarsa destinazione di risorse non è solo una questione di diritti, ma anche di inefficienza economica. Le donne vivono più a lungo degli uomini, ma trascorrono in media il 25% della loro vita in condizioni di cattiva salute o disabilità. Questo si traduce in una perdita stimata di circa 75 milioni di anni di vita sana ogni anno a livello globale, con effetti diretti su produttività, partecipazione al lavoro e sostenibilità dei sistemi sanitari.

Stessa logica, stessi divari

Letti insieme, i due studi mostrano una dinamica comune: ciò che riguarda le donne tende a essere considerato “specifico”, “di nicchia”, e quindi meno prioritario negli investimenti pubblici e privati. La certificazione di genere resta marginale nelle imprese; la salute femminile resta un “white space” nei mercati sanitari. In entrambi i casi, la disuguaglianza non è solo il risultato di discriminazioni dirette, ma di modelli economici e organizzativi costruiti storicamente su bisogni e standard maschili. Finché questi modelli non cambiano, la parità rischia di restare una promessa incompiuta.

Leggi l’analisi sulla parità di genere

Scarica il Rapporto

Aderenti