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Lavoro, negli ultimi sei anni il 51% degli italiani non ha recuperato l’inflazione
Il nuovo rapporto Acli-Iref, basato su oltre otto milioni di dichiarazioni fiscali, mostra un lavoro che non protegge: salari fermi, mobilità sociale bloccata, affitti più fragili e meno investimenti sui figli. 14/04/26
Si lavora di più, ma vivere meglio resta un traguardo lontano. È questo il dato che emerge con maggiore forza dal nuovo rapporto “Un’Italia stabilmente fragile”, realizzato da Acli e Iref sui dati fiscali raccolti dal Caf Acli tra il 2020 e il 2025. Oltre la metà dei lavoratori italiani (51%) negli ultimi sei anni non è riuscita a recuperare l’inflazione cumulata del periodo, pari al 18%, perdendo potere d’acquisto. Il lavoro resta il principale fattore di tenuta economica delle famiglie, ma sempre più spesso fatica a garantire stabilità, mobilità sociale e capacità di costruire futuro. La fragilità economica si riflette nella casa, nelle scelte familiari e nelle opportunità offerte ai figli.
Cinque dati per capire il lavoro che cambia
- 51% non ha recuperato l’inflazione negli ultimi sei anni
- 66,1% è rimasto nella fascia di reddito più bassa
- 23% ha avuto più di un datore di lavoro
- -23% il reddito mediano di chi vive in affitto
- 38% delle famiglie con figli taglia su istruzione e sport
L’analisi mette in relazione lavoro, reddito, casa e capacità di spesa delle famiglie, restituendo una fotografia concretata delle condizioni economiche di chi lavora in Italia. E da questa fotografia emerge un dato strutturale: la crescita dell’occupazione negli ultimi anni non si è tradotta in un miglioramento equivalente della qualità economica del lavoro.
Salari fermi e ascensore sociale quasi bloccato
Il rapporto mostra una forte immobilità reddituale. Tra chi nel 2020 si trovava nel quintile più basso di reddito, il 66,1% è rimasto nella stessa fascia anche nel 2025. Per due lavoratori su tre la posizione economica è rimasta sostanzialmente invariata. Anche sul versante opposto il sistema appare rigido: oltre l’80% di chi era nella fascia più alta ci è rimasto. Un mercato che si muove poco e che tende a consolidare le posizioni di partenza.
Il quadro è ancora più evidente guardando ai salari reali. Le retribuzioni nominali crescono, ma non abbastanza da compensare l’aumento dei prezzi. È quella che il rapporto definisce una sorta di illusione ottica salariale: guadagni di più sulla carta, ma puoi comprare meno.

Fare più lavori non significa guadagnare di più
Uno dei dati più interessanti riguarda il fenomeno del lavoro multiplo. Il 23% dei lavoratori ha avuto più di un datore di lavoro nello stesso anno. Una quota che sale al 25,9% tra i giovani tra 25 e 34 anni. Ma avere più lavori non coincide con redditi più alti.
Nel 2025 il reddito medio dei lavoratori stabili arriva a quasi 34mila euro, mentre quello dei multi-job si ferma sotto i 24mila euro. Il divario supera ancora i 10mila euro annui. Per molti, il lavoro multiplo non rappresenta un’opportunità di crescita, ma una condizione necessaria per sostenere il reddito.

Tra i giovani la precarietà tende a consolidarsi più facilmente
Se il lavoro multiplo è più diffuso tra i giovani, il tema riguarda anche la stabilità dei percorsi lavorativi. Il report mostra che nella fascia 25-34 anni il passaggio verso forme di lavoro più stabili resta lento e discontinuo. Le transizioni occupazionali tendono a concentrarsi dentro percorsi fragili, con una mobilità che spesso resta interna alla precarietà. Un dato che pesa sul presente, ma soprattutto sul tempo: perché entrare tardi in una traiettoria stabile significa ritardare autonomia economica, casa e progettualità familiare.
Casa e figli: quando la fragilità economica si trasmette
Il lavoro fragile si intreccia direttamente con la questione abitativa. Tra chi vive in affitto il reddito mediano è di 20.526 euro, contro i 26.680 euro dei proprietari, con una differenza del 23%. E tra gli affittuari la precarietà lavorativa è molto più diffusa.
Il 38% delle famiglie con almeno un lavoratore dipendente non sostiene spese per istruzione o attività sportive. Una quota che sale al 66,5% tra i redditi più bassi. È qui che il rapporto mostra il suo punto più delicato: il rischio che le disuguaglianze si consolidino nel tempo, riducendo le opportunità educative e sociali delle nuove generazioni.
Quando lavoro, casa e capacità educativa si indeboliscono insieme, la fragilità smette di essere individuale e diventa sistemica.

Chi vive in affitto ha redditi più bassi e maggiore precarietà lavorativa. Nelle famiglie monoparentali cresce anche la rinuncia alle spese educative.
Un problema sociale, economico e generazionale
Il rapporto Acli-Iref restituisce l’immagine di un Paese in cui lavoro, casa e opportunità educative si intrecciano nel produrre fragilità persistenti.
Se il salario perde valore, la casa pesa di più e le famiglie tagliano su formazione e sport, il problema non riguarda solo il presente. Riguarda la capacità del Paese di generare mobilità sociale, crescita economica e coesione. È qui che il lavoro torna a essere una questione di sviluppo sostenibile: perché dignità del lavoro, diritto alla casa e accesso all’educazione restano tre pilastri della tenuta sociale del Paese.
Il rapporto definisce questa condizione una “promessa tradita”: quella del lavoro dipendente come garanzia di stabilità, crescita e protezione sociale. Una promessa che oggi si incrina sotto il peso della stagnazione salariale, della precarietà diffusa e di una mobilità sociale sempre più debole.
Scarica il Report Iref Acli
