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Italia: c’è un alto divario salariale tra lavoratori nazionali e migranti
Retribuzioni più basse, maggiore presenza nei lavori meno qualificati e minori opportunità per valorizzare le proprie competenze. Il 35% dei lavoratori stranieri è impiegato in occupazioni pagate poco. 15/06/26
Secondo il Rapporto “Il divario retributivo dei lavoratori stranieri in Italia”, elaborato nell’ambito della preparazione del report New Measures of Wage Adequacy della Commissione europea, nel 2023 il divario salariale orario medio tra lavoratori italiani e stranieri ha raggiunto il 32,6%.
Si tratta di una delle differenze più ampie registrate a livello europeo e rappresenta un indicatore significativo delle difficoltà che molti lavoratori migranti continuano a incontrare nel mercato del lavoro italiano. Lo studio, basato sui dati Eu-Silc relativi al periodo 2009-2023, mostra inoltre come oltre il 35% dei lavoratori stranieri sia impiegato in occupazioni a bassa retribuzione, una quota più che doppia rispetto a quella degli italiani, che si ferma intorno al 15%. Un dato che evidenzia come la disparità non riguardi soltanto il livello dei salari, ma anche la qualità delle opportunità occupazionali disponibili.
Differenze che colpiscono soprattutto gli stranieri
L’analisi mette in luce come le disuguaglianze non interessino tutti i lavoratori non comunitari allo stesso modo. I cittadini provenienti da Paesi extra Ue risultano infatti maggiormente penalizzati rispetto ai lavoratori comunitari, sia in termini salariali sia nelle possibilità di accesso a professioni più qualificate. Le differenze diventano ancora più marcate quando si incrociano con il genere. Le donne di origini non nazionali rappresentano infatti il gruppo più svantaggiato: i loro salari medi risultano inferiori del 42,6% rispetto a quelli del genere maschile italiano. Un fenomeno che evidenzia come origine e genere possano sommarsi, generando forme di svantaggio particolarmente profonde e persistenti.
Quando il titolo di studio non basta
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dal Rapporto riguarda il valore economico dell’istruzione. Per i lavoratori stranieri, infatti, il rendimento salariale associato ai titoli di studio risulta inferiore rispetto a quello degli italiani. La situazione è particolarmente evidente tra i lavoratori più qualificati e con maggiore esperienza professionale: questo evidenzia la presenza di ostacoli legati al riconoscimento delle competenze e dei titoli acquisiti all’estero, che spesso impediscono una piena valorizzazione del capitale umano disponibile. Pertanto, studiare e acquisire competenze non garantisce agli stranieri gli stessi ritorni economici che ottengono i lavoratori italiani.
Il peso della segregazione occupazionale
Una parte consistente del divario salariale è spiegata dalla forte concentrazione dei lavoratori stranieri nei settori e nelle professioni meno retribuite. Agricoltura, assistenza alla persona, logistica e alcuni comparti dei servizi continuano a registrare una presenza particolarmente elevata di lavoratori migranti. Tuttavia, il Rapporto evidenzia che la segregazione occupazionale non è l’unica causa delle differenze retributive. Anche confrontando italiani e stranieri impiegati nello stesso settore e nella stessa occupazione permane un differenziale salariale medio del 9,2%. Un dato che il documento interpreta come possibile effetto di meccanismi di penalizzazione e discriminazione presenti nel mercato del lavoro.
Ridurre le disuguaglianze per rafforzare la crescita
I risultati dello studio riportano al centro del dibattito il tema dell’inclusione economica e della qualità del lavoro. In un Paese che affronta sfide legate all’invecchiamento della popolazione, alla carenza di manodopera in diversi settori e alla stagnazione salariale, valorizzare pienamente le competenze dei lavoratori stranieri rappresenta una questione non solo sociale ma anche economica. Ridurre il divario salariale tra italiani e migranti significa favorire maggiore equità, migliorare la qualità dell’occupazione e rafforzare la coesione sociale. Perché un mercato del lavoro realmente inclusivo non è soltanto una condizione di giustizia, ma una leva fondamentale per la competitività e lo sviluppo del Paese.
di Eleonora Gori
