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Giovani, per otto italiani su dieci le opportunità migliori sono all’estero
L’Education Monitor 2026 di Ipsos fotografa una crescente sfiducia nel futuro da parte delle nuove generazioni. E tra le economie emergenti e quelle mature esiste un vero e proprio optimism gap. 02/09/26
Se a un adulto italiano si domanda dove un giovane possa trovare le opportunità migliori per costruire il proprio futuro, la risposta sembra essere sempre più spesso: fuori dal Paese. È il dato che racconta meglio di altri il rapporto dell’Italia con le nuove generazioni. Secondo l’Education Monitor 2026 di Ipsos, il 79% degli intervistati in Italia ritiene che i giovani avrebbero maggiori opportunità trasferendosi all’estero. Tra i 31 Paesi analizzati, soltanto Indonesia e Sudafrica registrano percentuali superiori.
Non è soltanto una fotografia della mobilità internazionale o della cosiddetta fuga dei cervelli. Dietro quel numero il Rapporto fa emergere una frattura importante: la fiducia nella capacità di una società di offrire alle nuove generazioni prospettive migliori di quelle ricevute dai propri genitori. In molte economie emergenti, soprattutto asiatiche e latinoamericane, prevale l’ottimismo; in diverse economie occidentali mature cresce invece la sensazione che le giovani e i giovani possano avere davanti a sé una vita più difficile. Inflazione, accesso alla casa e riduzione degli standard di vita contribuiscono, secondo Ipsos, ad alimentare questa distanza.

Fig.1 Percentuale di chi ritiene che i giovani avranno una vita migliore rispetto ai propri genitori
L’Italia, i giovani e l’economia
Il 36% degli intervistati considera la situazione economica del Paese una delle principali sfide affrontate oggi dai giovani, una quota che colloca l’Italia tra le nazioni nelle quali questa preoccupazione è più diffusa. Ipsos individua una relazione importante: nei Paesi dove l’economia viene percepita maggiormente come un ostacolo per le nuove generazioni è generalmente più diffusa anche l'idea che le occasioni migliori si trovino oltreconfine.
Ma il disagio generazionale non è soltanto economico. A livello globale la salute mentale rimane la principale preoccupazione associata ai giovani, indicata dal 33% degli intervistati e delle intervistate. Seguono l’economia del proprio Paese (31%), gli effetti dei social media e delle tecnologie come l’intelligenza artificiale (30%), povertà e disuguaglianze (29%) e disponibilità e costo delle abitazioni (25%). Quasi una persona su due, il 48%, considera inoltre scarsa la salute mentale dei giovani nel proprio Paese. Rispetto all’anno precedente sono aumentate soprattutto le preoccupazioni per l’economia, salite di sette punti percentuali, ma anche quelle per la casa (+6 punti) e per gli effetti dei social media (+5).
È in questo scenario che cambia anche il rapporto con la tecnologia. Il 73% degli intervistati nei 31 Paesi sostiene il divieto di utilizzo dei social media per i minori di 14 anni, e dal 2024 il consenso verso restrizioni di questo tipo è cresciuto quasi ovunque. L’Italia registra un aumento di otto punti percentuali. Ma la diffidenza verso i social non coincide con un rifiuto indiscriminato della tecnologia: soltanto il 39% pensa che l’intelligenza artificiale dovrebbe essere vietata nelle scuole. Ipsos legge questa distanza come il segnale di un atteggiamento più selettivo: proteggere i ragazzi e le ragazze dalle tecnologie percepite come dannose, senza rinunciare a quelle che possono contribuire all’apprendimento.

Fig.2 Divieto di utilizzo dei social media
L’università resiste come strada verso il futuro
In mezzo all’incertezza, una delle istituzioni che continua a conservare un ruolo centrale è l’università. In 29 dei 31 Paesi analizzati le persone sono più propense a consigliare a un giovane di frequentare prima l’università anziché entrare direttamente nel mercato del lavoro. Solo Germania e Gran Bretagna fanno eccezione. L’Italia si colloca nettamente dalla parte dell’istruzione universitaria, con un saldo di 41 punti percentuali tra chi consiglierebbe prima gli studi e chi suggerirebbe invece l’ingresso immediato nel mondo del lavoro.
Il valore attribuito al titolo di studio, però, non cancella i dubbi sulla capacità dei sistemi educativi di preparare davvero alle trasformazioni che attendono i ragazzi e le ragazze. In media, appena il 44% ritiene che i programmi scolastici preparino adeguatamente gli studenti e le studentesse alle professioni del futuro, mentre il 49% non è d’accordo. Curiosamente, chi vive più da vicino la scuola è più fiducioso: tra i genitori con figli in età scolastica la quota positiva sale al 52%, contro il 40% di chi non ha figli a scuola.
L’optimism gap
Salute mentale, casa, economia, istruzione, tecnologia e mobilità internazionale sembrano questioni separate, ma raccontano tutte la stessa domanda: quanto crediamo ancora che chi viene dopo di noi possa vivere meglio? Ipsos parla di un vero e proprio optimism gap tra economie emergenti e mature.
Il Rapporto colloca l’Italia, insieme a Francia, Germania, Belgio e Giappone, nella parte più pessimista, molto lontana da Paesi come India e Malaysia. Per il nostro Paese, quel 79% convinto che le opportunità migliori possano trovarsi all’estero diventa qualcosa di più di un dato sulla disponibilità a emigrare. È una misura indiretta della fiducia nel futuro. E suggerisce che la sfida non sia soltanto preparare meglio i giovani e le giovani alla scuola, al lavoro o alle nuove tecnologie, ma costruire condizioni economiche e sociali capaci di convincerli che il progresso sia ancora possibile anche restando nel proprio Paese. Come osserva Ipsos nelle conclusioni del Rapporto, la fiducia delle nuove generazioni non può essere data per scontata: deve essere costruita attraverso sistemi educativi, mercati del lavoro e società capaci di offrire ragioni credibili per credere nella possibilità di migliorare la propria condizione.
