Rubrica: Voci dal territorio
Buone pratiche: come ascoltare le piante per usare meglio l’acqua
Un biosensore fitocompatibile riesce a leggere in tempo reale lo stato delle piante, riducendo sprechi idrici e stress delle colture. Il caso di PlantVoice per una gestione più efficiente delle risorse. 28/01/26
Ridurre l’uso inefficiente dell’acqua in agricoltura è una delle sfide più urgenti della transizione ecologica. Eventi climatici estremi, siccità ricorrenti e crescente pressione sulle risorse naturali rendono sempre meno sostenibili approcci basati su stime o pratiche consolidate, ma non più adeguate. L’esperienza di PlantVoice si inserisce proprio in questo contesto. La startup di Bolzano ha scelto di partire da un punto di vista radicalmente diverso: ascoltare direttamente la pianta.
Come spiega Giorgia Ferrari, Chief operating officer di PlantVoice, l’intuizione nasce da un’analisi critica delle tecnologie disponibili, spesso concentrate su dati ambientali esterni – suolo, meteo, modelli previsionali – che forniscono solo una lettura indiretta dello stato delle colture. “Mancava un’informazione fondamentale: ciò che accade dentro la pianta. Il segnale biologico, legato al flusso della linfa, restituisce una fotografia diretta della sua condizione fisiologica. È paragonabile a un elettrocardiogramma negli esseri umani: non descrive il contesto, ma la risposta dell’organismo”.
Il cuore della tecnologia è un biosensore fitocompatibile, non invasivo, grande quanto uno stuzzicadenti, inserito nel fusto della pianta. Il segnale raccolto viene elaborato e restituito in forma comprensibile, supportando decisioni agronomiche basate su evidenze oggettive. Non si tratta di prevedere il comportamento delle colture, ma di leggerne le risposte in tempo reale.

Dal 2024 a oggi, l’utilizzo di PlantVoice in campo si è evoluto in modo significativo. Le principali applicazioni riguardano alberi da frutto e vite, ma la tecnologia è stata estesa anche alle colture orticole, soprattutto nei contesti in cui la gestione dello stress idrico è diventata cruciale. Tra le esperienze più rilevanti, Giorgia Ferrari cita quella sul kiwi, una coltura particolarmente sensibile sia alla carenza sia all’eccesso di acqua. “Monitorare direttamente il segnale della pianta ha permesso di intervenire con maggiore precisione, fornendo la giusta quantità d’acqua nel momento corretto e solo dove necessario. Questo consente di superare definitivamente l’irrigazione ‘a sensazione’, oggi non più sufficiente”.
I benefici non riguardano solo il risparmio idrico, ma anche la riduzione dei costi operativi, il miglioramento della qualità delle produzioni e una maggiore resilienza delle colture agli stress climatici. PlantVoice rappresenta una buona pratica che intercetta diversi Obiettivi dell’Agenda 2030, in particolare quelli legati all’uso efficiente delle risorse idriche (Goal 6), all’innovazione responsabile (Goal 9) e all’adattamento ai cambiamenti climatici (Goal 13).
Dal punto di vista Esg, il valore dell’esperienza sta nella possibilità di passare da una sostenibilità dichiarata a una sostenibilità misurabile. “Il dato generato dal segnale biologico della pianta consente di documentare in modo oggettivo le scelte di gestione idrica e agronomica”, sottolinea Ferrari. “Anche per le aziende di piccole dimensioni significa poter dimostrare il proprio impegno ambientale attraverso indicatori chiari e tracciabili, integrabili in percorsi di rendicontazione, certificazioni di filiera o dialogo con stakeholder sempre più attenti alla qualità dei processi produttivi”.

Altro elemento distintivo è la scelta di un’innovazione sobria: minima invasività, basso consumo energetico, semplicità d’uso. La tecnologia è progettata per essere facilmente installabile e consultabile anche da smartphone. “Per essere davvero utile, uno strumento deve semplificare il lavoro in campo, non complicarlo. Fin dall’inizio abbiamo coinvolto agricoltori e tecnici nello sviluppo, raccogliendo feedback basati sull’esperienza reale”.
Nata in un territorio specifico, l’esperienza di PlantVoice parla un linguaggio universale. Crisi idrica, variabilità climatica e necessità di produrre meglio con meno risorse sono sfide condivise da molti contesti agricoli, in particolare nelle aree mediterranee. “La scalabilità dipende dall’accessibilità della tecnologia, dalla sua adattabilità a specie e contesti diversi e dalla capacità di integrarsi con le pratiche esistenti”, conclude Ferrari. “Proprio per questo, un approccio basato sull’ascolto diretto della pianta può diventare un modello replicabile”.
