Rubrica: Voci dal territorio
Buone pratiche: con Pazzi Fuori Millennials e Gen Z trovano parole per la salute mentale
Un video podcast nato dal territorio che intercetta il disagio emotivo delle nuove generazioni aprendo spazi di dialogo autentico sulla salute mentale fuori dalla retorica e dentro la vita quotidiana. 4/02/26
Tra i 10 e i 25 anni il suicidio è oggi tra le prime cause di morte. Ansia, depressione, autolesionismo e isolamento non sono fenomeni marginali, ma esperienze diffuse soprattutto tra Millennials e Generazione Z. A confermarlo sono, tra gli altri, i dati di Telefono amico Italia e Fondazione Veronesi, che segnalano un aumento costante delle richieste di aiuto da parte degli under 25.
Eppure, a fronte di un disagio così esteso, il silenzio resta uno degli ostacoli principali.
Secondo una ricerca Bva Doxa, in Italia sei persone su 10 non parlano di salute mentale, nemmeno con amici e familiari. Una difficoltà che pesa in modo particolare sulle nuove generazioni, più esposte alla pressione sociale e digitale e meno abituate a trovare parole condivise per raccontare ciò che stanno vivendo. Accanto al rafforzamento delle politiche pubbliche – come il nuovo Piano nazionale per la salute mentale 2025–2030 – resta però aperta una domanda cruciale: come si parla davvero di salute mentale, fuori dai documenti e dentro la vita quotidiana?
In questo spazio, fatto di fragilità non dette e di linguaggi che mancano, nasce Pazzi Fuori. Un video podcast ideato e condotto da Flavia Tallarico che parte da un gesto semplice, ma radicale: dare parole al disagio mentale di Millennials e Gen Z, portandolo fuori dal silenzio e dentro la vita quotidiana. Flavia racconta “l’idea di Pazzi Fuori nasce osservando una frattura sempre più evidente: persone che all’esterno sembrano a posto, ma dentro sono stanche, fragili, sovra stimolate. Da una parte chi ripete che va tutto bene, anche quando non è vero. Dall’altra chi ha perso la speranza che le cose possano migliorare. In mezzo, tanta vergogna. La paura di mostrarsi per quello che si è, l’ansia di essere sempre performanti, l’idea di essere sbagliati se non si regge il ritmo.”

Dentro quella fotografia c’era anche lei. “Il bisogno non era solo raccontare, ma riconoscersi. Legittimare le proprie emozioni attraverso quelle degli altri. Nel 2024, sui social, questa dinamica appariva amplificata: la perfezione sembrava l’unico linguaggio possibile. Vite impeccabili, fragilità assenti. Eppure, nei commenti, emergeva un coro di persone che si sentivano sole, fuori posto, inadeguate. Da lì la scelta di creare uno spazio opposto: reale. Un luogo in cui la fragilità non fosse un difetto, ma una parte normale dell’essere umani. Coinvolgendo anche persone molto esposte e seguite, perché quando chi viene idealizzato racconta le proprie vulnerabilità, succede qualcosa di potente: chi ascolta si sente meno solo e più autorizzato a parlare o a chiedere aiuto.”
Pazzi Fuori prende così forma come real talk sulla salute mentale. Non un format terapeutico, né un prodotto motivazionale, ma uno spazio di conversazione autentica. “Influencer, creator, artisti e professionisti si siedono davanti alla videocamera per raccontare ciò che spesso resta ai margini: ansia, paura di non essere all’altezza, senso di inadeguatezza, burnout, relazioni difficili.”
Il progetto parla in modo diretto soprattutto a Millennials e Gen Z, generazioni cresciute dentro ambienti digitali ad alta esposizione, dove il confronto è costante e la pressione della performance è diventata quotidiana. Qui il linguaggio conta quanto il contenuto: deve essere accessibile, riconoscibile, non giudicante. “Dalle storie ascoltate emerge con forza una parola che ritorna: ansia. Ansia di essere all’altezza, di non deludere, di non restare indietro, di non perdere occasioni. Accanto a questo, la paura di non essere mai abbastanza: abbastanza bravi, belli, pronti, forti. Una pressione continua che rende difficile anche rilassarsi nelle relazioni. Per proteggersi, molti imparano a funzionare, a performare, a tenere tutto sotto controllo, ma senza sentirsi davvero visti. Ne deriva una stanchezza emotiva profonda, che non è debolezza, ma il risultato di un sistema senza pause e senza strumenti adeguati.”
“La scelta del video è parte integrante di questa pratica. Metterci la faccia significa assumersi una responsabilità: aprire uno spazio che va curato, nelle domande, nell’ascolto, nel montaggio. Il video cambia la relazione perché non passa solo dalle parole, ma dagli sguardi, dai silenzi, dalle esitazioni. Rende visibile l’umanità, normalizza le emozioni e riduce lo stigma.” Quando a raccontarsi è una persona stimata o idealizzata, il messaggio cambia: non “anche loro sono perfetti”, ma “anche loro hanno paura, dubbi, fragilità”.

La prima stagione di Pazzi Fuori ha superato 1,4 milioni di visualizzazioni. A oggi il progetto conta tre stagioni del format principale e una dello spin-off Human Expert, con oltre due milioni di visualizzazioni complessive sui social e circa 20mila ascolti sulle piattaforme di streaming. Il valore di questo progetto va ovviamente ben oltre i numeri. Si misura nei messaggi ricevuti, nelle persone che si riconoscono, che si sentono meno sole, che trovano parole per dire ciò che prima restava muto. L’impatto non è “curare”, ma creare uno spazio sicuro di contatto umano, dove il primo passo è sentirsi riconosciuti.
Per questo motivo è nato anche Human Expert, lo spin-off dedicato ai professionisti della salute mentale. Le storie accendono una luce, ma spesso lasciano domande sospese: “Mi riconosco, e adesso? Affiancare il vissuto al sapere professionale significa offrire contesto e strumenti, con un linguaggio chiaro, accessibile e responsabile. Un dialogo semplice: l’esperienza porta verità, la competenza aiuta a orientarsi.”
Pazzi Fuori resta un progetto in evoluzione. Nato come podcast, guarda ora a spazi di incontro reali: eventi, momenti dal vivo, occasioni in cui le persone possano riconoscersi e sentirsi parte di una comunità. L’orizzonte è quello di una casa culturale stabile, dove la salute mentale si racconta con verità, linguaggio umano e responsabilità. Un movimento gentile che aiuta le persone a sentirsi meno sole e più legittimate a prendersi cura del proprio benessere psicologico.
