Rubrica: Voci dal territorio
Tempesta Vaia: come passare dall’emergenza a un modello rigenerativo
Dal ciclone del 2018 che ha piegato le Dolomiti nasce un progetto che recupera legno di scarto, sostiene artigiani locali e riforesta i boschi. Federico Stefani spiega come si costruisce un modello rigenerativo. 25/02/26
Il rumore era quello dei tronchi che si spezzavano. Un suono secco, ripetuto, come colpi sordi nel buio. Il vento fischiava con una continuità quasi metallica, penetrante, tanto costante da diventare presenza. Raffiche oltre i 200 chilometri orari. Tra il 27 e il 30 ottobre 2018 la tempesta Vaia ha colpito l’arco alpino, abbattendo milioni di alberi e devastando oltre 40mila ettari di foresta. Quella notte saltò la corrente. Paesi interi rimasero al buio. Le linee telefoniche interrotte. Le strade bloccate da tronchi e smottamenti. I lampeggianti dei vigili del fuoco erano gli unici punti di luce in un paesaggio sospeso.
E poi il mattino dopo. Con la luce del sole la montagna appariva diversa. La linea morbida delle chiome era scomparsa. I versanti erano spezzati, spogliati, interi pendii rasi al suolo. Migliaia di tronchi intrecciati, radici sollevate, terra nuda. Un cimitero di alberi. Un paesaggio che non sarebbe più tornato com’era.
Federico Stefani, co-fondatore e Ceo di Vaia, quel suono lo ricorda bene. È cresciuto tra quelle montagne. Pochi mesi dopo, insieme ai suoi co-founder, sceglie di non restare impotente davanti a quella distruzione. “Ci siamo trovati a fare gli imprenditori in modo inaspettato, partendo da una domanda: come ricostruire la rinascita di un territorio facendo impresa? È una domanda che oggi riguarda tutte e tutti. Se non investiamo nei territori e nelle persone che li abitano, l’impresa diventa estranea al luogo in cui opera. Se un’azienda guarda solo al profitto immediato, il territorio si impoverisce e si lascia spazio alle multinazionali. Questa non è l’Italia. Se invece lo sostiene, quel valore si moltiplica”.

Nel 2019 nasce Vaia. Il primo prodotto è Vaia Cube, un amplificatore naturale per smartphone, realizzato con il legno degli alberi abbattuti. Un cubo di legno massello, lavorato da artigiani delle Dolomiti. Una cassa passiva che amplifica il suono senza energia elettrica. Ogni pezzo è unico: il taglio inciso con l’ascia segue la venatura naturale del legno e ricorda la ferita del bosco. “Volevamo cercare una soluzione concreta per quegli alberi considerati inutilizzabili. Recuperare quella materia prima, costruire una filiera con gli artigiani del territorio e creare oggetti che avessero una funzione, ma che portassero anche un messaggio di forza e di comunità”. Il design diventa così metafora. Una cassa che amplifica il suono, ma anche il grido della natura.
Un modello rigenerativo, non solo un prodotto. “Quando un’impresa supporta chi vive in un territorio, quel valore resta lì e genera altro valore. Noi siamo nati per rispondere al territorio dove siamo cresciuti”. Ogni acquisto attiva una restituzione concreta. Per ogni prodotto venduto viene piantato un nuovo albero nelle aree colpite. Secondo l’ultima “Relazione di Impatto”, nel solo 2024 Vaia ha piantato 36.533 alberi, contribuendo alla riforestazione di 21 ettari di bosco tra Trentino, Alto Adige, Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Dal 2019 il progetto ha contribuito alla messa a dimora di circa 200mila alberi e alla rigenerazione di 130 ettari, recuperando oltre 1.000 metri cubi di legno e coinvolgendo 15 imprese e artigiani locali.
I prodotti sono arrivati in 37 Paesi nel mondo. E ogni acquisto, spiega Federico, rigenera tre volte: “Rigenera la materia prima, perché recuperiamo legno destinato allo scarto. Rigenera l’economia locale, perché lavoriamo con artigiani del territorio. E rigenera la foresta, perché investiamo nella resilienza dei boschi”. È da questa pratica che nasce la definizione che più li rappresenta: modello rigenerativo. Recupero della materia prima, attivazione delle filiere locali, restituzione al territorio.

Dal Cube a People: prodotti intenzionali
Nel 2024 Vaia è diventata Società Benefit e ha ottenuto la certificazione B Corp con un punteggio di 90,9. Una formalizzazione di un percorso iniziato fin dall’inizio. “Quando ho fondato Vaia l’ho fatto per rispondere al territorio dove sono nato. Costruire impresa per noi significa costruire comunità. Vaia Cube non è solo design: è un frammento di foresta che torna a vivere. Non volevamo fare solo un oggetto simbolico. Volevamo creare prodotti intenzionali. Oggetti capaci di mettere in relazione ambiente e digitale”.
Con questa filosofia nasce Vaia People, docking station in legno che sostiene smartphone, auricolari e smartwatch. Una triade che richiama una community e tiene insieme tecnologia e natura. È realizzata con legno recuperato e lavorata da artigiani locali. Anche qui, per ogni prodotto venduto, un nuovo albero viene piantato nelle aree colpite. Accanto a Cube e People c’è Vaia Focus, amplificatore schermo per smartphone: un invito semplice a “mettere a fuoco l’essenziale”.

Oltre le Dolomiti: la sfida degli ulivi
Ora lo sguardo si sposta in Puglia. “A maggio verrà presentato un nuovo progetto legato al legno degli ulivi abbattuti a causa della Xylella, oggi destinati quasi esclusivamente alla biomassa o al compostaggio. L’idea è trasformare quel legno in un nuovo materiale composito, capace di generare valore invece che scarto. Anche quegli ulivi possono diventare una risorsa preziosa. È un modo per restituire dignità a un territorio che ha subito una devastazione”. La tempesta Vaia è stata un evento estremo. Ma la frequenza crescente di fenomeni violenti impone una domanda più ampia: quale impresa vogliamo costruire? Vaia mostra che profitto e rigenerazione possono stare insieme. A un pezzo di bosco che torna a parlare corrisponde un’impresa che sceglie di ascoltare.
