Rubrica: Voci dal territorio
Riabitare le aree interne: a Pennabilli prende forma Ca’Co
Un coliving che unisce abitare, lavoro e comunità per contrastare lo spopolamento. A Pennabilli il progetto Ca’Co attiva nuovi abitanti, relazioni e opportunità. Ne abbiamo parlato con Andrea Zanzini.
A Pennabilli, piccolo comune dell’Appennino romagnolo, un immobile è tornato a vivere. Uno spazio condiviso dove abitare, lavorare e costruire relazioni, lontano dal modello della struttura ricettiva tradizionale. È il progetto Ca’Co – Casa Coliving, promosso da Vorrei Impresa Sociale e nato dall’esperienza di Appenninol’Hub, che punta a contrastare lo spopolamento delle aree interne attraverso un modello integrato.
Il progetto è già operativo: la struttura ospita i primi ‘colivers’, ha attivato una posizione lavorativa stabile e avviato le prime collaborazioni con il territorio. “All’origine di Ca’Co c’è un problema molto concreto”, racconta Andrea Zanzini, ideatore del progetto. “Girando per l’Italia nelle aree interne ci siamo accorti che, anche dove erano già attivi percorsi di rigenerazione, mancava sempre un elemento fondamentale: le case. Non si trovano spazi dove vivere in modo stabile”.
Una contraddizione evidente, che emerge in molti territori.“Ci sono immobili vuoti, ma non disponibili. Oppure case destinate agli affitti stagionali, per cui dopo qualche mese devi lasciare. In altri casi sono in condizioni molto degradate, oppure troppo piccole e non adatte ad accogliere nuove persone”.
Un ecosistema che prende forma
Ca’Co nasce con l’obiettivo di dimostrare che le aree interne possono tornare attrattive. Il modello tiene insieme tre dimensioni: abitare, con alloggi temporanei; lavoro, con coworking e incubazione; comunità, con relazioni e attività locali. “Non volevamo solo creare un posto dove dormire”, spiega Andrea, “L’idea era costruire un sistema: nuovi abitanti, nuove economie, qualità della vita e spazi dove tutto questo potesse accadere insieme”.
Da settembre il progetto è partito. E i numeri raccontano una prima risposta. “Abbiamo accolto circa venti colivers, principalmente italiani ma anche dagli Stati Uniti e dal Brasile. A breve arriverà una ragazza francese. Oggi siamo quasi al completo, con dieci ospiti su dodici posti”. Un avvio rapido. “Per essere partiti da pochi mesi è un risultato molto positivo”.
Lo spazio è progettato per tenere insieme condivisione e autonomia. “Abbiamo cinquemila metri di giardino, spazi per lavorare, per fare sport, momenti comuni. Ma anche stanze che garantiscono privacy”.
Accanto agli spazi, anche le figure chiave. “C’è un gestore sociale, fondamentale. E poi persone che si occupano della manutenzione, della pulizia e dell’organizzazione delle attività. Il lavoro è tenere insieme le persone e metterle in relazione con il territorio”.

Una comunità che cambia (e si lascia cambiare)
Prima ancora di partire, il progetto ha lavorato sul territorio. “Abbiamo incontrato le associazioni locali per raccontare l’idea. All’inizio non era chiarissimo cosa fosse il coliving, e forse nemmeno la sua utilità”. Poi qualcosa è cambiato: “oggi vedono che gli ospiti si muovono nel paese, partecipano agli eventi, collaborano alle attività. Vanno al circolo, entrano nella vita quotidiana”. Alcuni segnali sono già concreti: “due ragazzi sono diventati soci del circolo di Pennabilli”. È qui che emerge uno degli impatti più interessanti: non solo presenza, ma relazione: “questa ventata di persone da fuori porta nuove idee, nuove prospettive. A volte sblocca situazioni ferme. Dinamiche che erano in stallo ripartono”.
L’impatto è anche economico: “nuove persone che vivono qui significano consumo, attività, movimento. Mangiano, partecipano, vivono il territorio. Questo genera un indotto reale”. Resta però una sfida aperta: “dobbiamo migliorare nella capacità di restituire questo impatto. Farlo vedere, misurarlo, raccontarlo meglio”.
Chi arriva (e perché sceglie di restare)
“Le aspettative iniziali sono state in parte superate. Pensavamo di accogliere soprattutto nomadi digitali. In realtà è arrivato un mix molto più ampio. Ci sono persone che vogliono cambiare stile di vita. Magari qualcuno che vuole scrivere un libro. Oppure lavoratori da remoto, di età diverse”.
Un elemento comune emerge chiaramente: “la ricerca di un ritmo diverso. Un rapporto più diretto con la natura. Una vita più a misura d’uomo”.
Un modello che può essere replicato
Ca’Co guarda già oltre Pennabilli: “abbiamo iniziato a costruire strumenti per replicare il modello. Abbiamo sottoscritto il Manifesto dei coliving rurali e stiamo lavorando a un Manuale delle buone pratiche. L’esperienza ha già generato apprendimento. Abbiamo capito cosa serve davvero: la figura del gestore sociale, i servizi minimi, come costruire le relazioni”.
E quindi il passo successivo è naturale: “ci piacerebbe portare questo modello in altri territori dove servono nuovi abitanti e nuovi spazi”. Il senso, però, resta molto concreto. “A volte nei territori nascono tante iniziative, ma restano frammentate. Il coliving tiene insieme questi pezzi. È il punto in cui bisogni diversi si incontrano”.

