Rubrica: Voci dal territorio
La salute si impara da piccoli: a Bologna 18 anni tra scuola, scienza e benessere
Dal 2009 “Una settimana per una vita sana” coinvolge studenti, insegnanti e famiglie per promuovere alimentazione equilibrata, attività fisica e consapevolezza. Ne abbiamo parlato con Marco Malaguti. 13/05/26
A 12 anni molte abitudini sono ancora in formazione. Alcune possono durare una vita intera. È in questa fase che prendono forma il rapporto con il cibo, il movimento e il proprio corpo: quando la crescita incontra le prime autonomie e le scelte quotidiane iniziano a diventare stile di vita. Ed è proprio qui che interviene “Una settimana per una vita sana”, il progetto promosso dall’Università di Bologna e sostenuto da Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, che da 18 anni entra nelle scuole secondarie di primo grado del territorio bolognese per portare educazione alimentare, attività fisica e consapevolezza. Una pratica educativa che nel tempo ha costruito un metodo solido, tanto da ricevere anche il riconoscimento di ASviS come buona pratica territoriale per lo sviluppo sostenibile.
Oggi il progetto è coordinato da Marco Malaguti, docente del Dipartimento di Scienze per la Qualità della Vita dell’Università di Bologna, che ha raccolto il testimone dalla professoressa Silvana Hrelia che lo ha ideato e guidato per 16 anni. “È il secondo anno che coordino formalmente il progetto, ma ci lavoro da molto tempo. È un percorso consolidato, che negli anni ha costruito un metodo efficace”, racconta.
Dove nasce la salute
L’obiettivo è intercettare ragazze e ragazzi in un’età cruciale della crescita. Il progetto si rivolge agli 11-13enni, studenti delle scuole secondarie di primo grado, quando autonomia e scelte quotidiane iniziano a consolidarsi. “Vogliamo provare a diffondere il concetto di benessere in modo completo: sana alimentazione, attività fisica, equilibrio negli stili di vita”, spiega Malaguti. “A quell’età si può ancora incidere molto. Il progetto lavora sull’educazione alimentare e sul Goal 3 dell’Agenda 2030, dedicato a salute e benessere. Si collega anche al Goal 12, sul consumo responsabile, e al Target 4.7, dedicato all’educazione allo sviluppo sostenibile. Perché scegliere cosa mangiare significa comprendere l’impatto delle proprie scelte, sulla salute e sull’ambiente.”

Dalla teoria al laboratorio: “li facciamo diventare piccoli scienziati”
Il cuore del progetto è il metodo: un percorso in più tappe. Si parte con un incontro aperto a insegnanti e famiglie, dedicato ai temi chiave della sana alimentazione. Poi il progetto entra nelle classi, con tutor universitari e attività pratiche. “Le aule si trasformano in laboratori. I ragazzi vedono, sperimentano, toccano. Facciamo piccoli esperimenti con succhi di frutta e reagenti colorati per mostrare la presenza di antiossidanti nei vegetali. In quel momento il messaggio diventa concreto”.
Un modo semplice ed efficace per far capire che ciò che mangiamo produce effetti reali sul nostro corpo. La frutta, in questo caso, diventa strumento di conoscenza prima ancora che alimento. È un approccio che unisce divulgazione scientifica e partecipazione attiva, facendo dialogare teoria ed esperienza. “Ed è proprio in questo modo che riusciamo a catturare l’attenzione. Quando li coinvolgiamo nella parte pratica, l’attenzione cresce subito. Si sentono protagonisti”.
Dall’apprendimento alla creatività
Il percorso prende vita nelle classi e converge ogni anno in un grande evento collettivo. “Ogni classe rielabora i temi affrontati attraverso produzioni creative: disegni, video, canzoni, podcast, escape room, persino giochi di società e videogiochi”.
L’educazione alimentare esce dal perimetro scientifico e incontra altri linguaggi: italiano, arte, tecnologia, comunicazione. “Cerchiamo di far capire che il cibo è molto più di nutrizione: dentro ci sono cultura, ambiente, relazioni. È questo il filo che accompagna l’evento finale del progetto, che ogni anno riunisce tra i 600 e gli 800 studenti in un momento collettivo di restituzione, confronto e premiazione dei lavori realizzati durante l’anno”.
I dati che raccontano i cambiamenti
Da 18 anni il progetto raccoglie dati sulle abitudini alimentari dei ragazzi. Ogni studente compila un questionario all’inizio del percorso e, alla fine, partecipa a una verifica sotto forma di quiz. Un patrimonio di informazioni che, anno dopo anno, ha permesso di delineare un quadro sempre più chiaro dei comportamenti alimentari in una fase importante della crescita. “Abbiamo una fotografia molto interessante delle abitudini dei ragazzi. E stiamo lavorando per elaborare in modo sistematico tutti questi dati”. Dati utili, perché sovrappeso, obesità e sedentarietà restano temi centrali per la salute pubblica. E la scuola resta uno dei luoghi più efficaci per intervenire.
È proprio lì che emergono differenze sociali e culturali che influenzano il rapporto con il cibo.
“Ci sono ragazzi che arrivano già con una buona consapevolezza, spesso legata al contesto familiare. In altri casi il margine di lavoro è molto più ampio”. Anche in questo il progetto mostra il suo valore: portare conoscenza dove può generare cambiamento, riducendo disuguaglianze educative e di salute. Dentro le famiglie, nelle comunità, nella vita quotidiana di chi sta costruendo il proprio futuro.

