Approfondimenti
Fondo Gorizia, 50 anni di sviluppo: ogni euro investito ne genera 8,4 per il territorio
Di Renato Chahinian, docente universitario, si occupa di economia e finanza dello sviluppo sostenibile
L’impatto degli interventi pubblici di sviluppo locale può essere molto diverso in relazione agli obiettivi strategici pianificati. Per questo occorrono chiare linee guida di valutazione.
11 marzo 2026
E’ il caso di segnalare uno studio pubblicato dalla Camera di commercio della Venezia Giulia in occasione del cinquantennale del Fondo Gorizia. Al di là dell’intento celebrativo, tale studio ha ricercato gli effetti d’impatto economico, sociale ed ambientale dell’attività di questo Fondo statale, creato dalla legge n. 700 del 1975 ed ancora operante in virtù di un meccanismo di rotazione di prestiti, il cui rimborso permette nuovi interventi.
Pertanto ora si è voluto realizzare una pubblicazione di sintesi, la quale ha messo in evidenza le principali azioni intraprese per lo sviluppo socio-economico della provincia, ma soprattutto si è voluto stimare il rilevante impatto economico derivante dalle medesime, impatto che ha favorito pure incisivi effetti sociali ed ambientali. A tale scopo, si è analizzato più specificatamente il periodo 1999 – 2024 e si sono stimati tutti i principali effetti (per l’intera comunità provinciale) derivanti dalle sovvenzioni, dai prestiti e dagli investimenti complessivamente realizzati.
Lo studio è stato curato, su incarico dell’Isig (Istituto di sociologia internazionale di Gorizia), dal professore Francesco Marangon, docente del Dipartimento di scienze economiche e statistiche dell’Università di Udine, e dal dottore Renato Chahinian, già segretario generale delle Camere di commercio di Treviso e di Gorizia ed esperto in economia e finanza dello sviluppo sostenibile.
Inizialmente è stata presentata un’ampia descrizione della situazione di sostenibilità della provincia goriziana sulla base delle fonti statistiche territoriali nei diversi temi ESG, ormai numerose e dettagliate, anche se ancora poco conosciute (Istat, ASviS, Next, ecc.). E’ quindi ora possibile costruire una soddisfacente fotografia sulla sostenibilità di ogni territorio italiano fino al livello provinciale (ed in alcuni casi pure a livello comunale) e ciò è molto utile per gli enti locali.
Successivamente si è effettuata l’analisi d’impatto dell’attività del Fondo Gorizia, i cui risultati finali si sono rivelati molto lusinghieri per il periodo in esame:
- costi a carico del Fondo Gorizia per gli interventi: 178 milioni di euro;
- benefici lordi per la comunità: 1.489 milioni.
Pertanto, ogni euro investito dal Fondo ha generato 8,4 euro per la collettività (7,4 euro al netto del relativo costo).
Un simile successo è certamente meritorio, ma non è affatto da considerarsi eccezionale, se si programmano e si realizzano interventi razionali e di lungo termine in favore dello sviluppo sostenibile, cioè per il benessere del territorio (e non per il massimo profitto delle multinazionali). Si tratta cioè di finanziare, anche con agevolazioni:
- esclusivamente PMI con progetti di sviluppo economico che abbiano anche contenuti sociali (aumento dell’occupazione) e/o ambientali (transizione energetica e idrica, o di economia circolare);
- infrastrutture produttive di servizi reali alle imprese (formazione, consulenza, ecc.) o di opere logistiche;
- azioni ben programmate che rispettino i basilari principi sociali ed ambientali.
Per tali motivi qualsiasi ente pubblico (ma soprattutto quelli locali), nell’ambito della propria attività di competenza e nei limiti delle proprie risorse, può dar vita a piani di sviluppo analoghi, con la prospettiva di ottenere pure risultati proporzionalmente soddisfacenti.
I contenuti dello studio d’impatto
I contenuti dello studio d’impatto, quindi, possono essere replicati in altri contesti ed adattati alla generalità delle indagini sugli interventi pubblici nell’economia territoriale, per valutare il grado di sviluppo sostenibile che ne deriva. A questo proposito, giova richiamare qualche passaggio significativo del processo di valutazione adottato, come linea – guida per altre indagini dello stesso tipo.
Innanzi tutto, l’indicatore – chiave non è il profitto aziendale, né il fatturato, ma il valore aggiunto che si crea all’interno ed all’esterno dell’impresa beneficiaria dell’intervento. Detto valore, che si riferisce usualmente soltanto alla produzione di mercato, in realtà può essere esteso, con opportune stime, anche alla produzione di beni e servizi pubblici ed inoltre può essere sottratto quando si rileva qualche perdita di valore (ad esempio, in caso di distruzione di ricchezza per calamità naturali). In altri termini, si può andare “oltre il PIL”, estendendo l’uso dello stesso PIL per la misurazione di grandezze sinora non rilevate. Certamente poi, quando tutto è stato monetizzato, rimarrà sempre qualcosa da valutare qualitativamente o con altri indicatori.
La misurazione del valore aggiunto delle imprese beneficiarie (valore della produzione meno costi esterni per materie prime o altri servizi) va effettuata all’inizio dell’intervento ed alla fine di ogni effetto prodotto dall’investimento e pertanto dopo almeno cinque o possibilmente anche 10 anni, per intercettare tutti i benefici che si sono formati nel lungo termine. Visti gli Obiettivi dell’Agenda 2030 e quelli al 2050, ogni piano di investimento sostenibile dovrebbe essere proiettato a tali anni. La somma degli incrementi annuali di valore aggiunto, opportunamente attualizzati, esprime il beneficio generato per l’impresa, da confrontare con il costo dell’investimento attuato.
Se l’impatto è positivo per l’azienda beneficiaria, il maggior valore aggiunto viene distribuito tra gli stakeholder interni (dipendenti, creditori, investitori), ma, in buona parte, va pure allo Stato (e, in misura modesta, agli stessi enti locali finanziatori) sotto forma di maggiori imposte per tutte le remunerazioni erogate dall’impresa. Anzi, generalmente la finanza pubblica ottiene la quota maggiore, se si considera che la pressione fiscale complessiva sul PIL (comprensivo anche delle imposte indirette ed al netto dei contributi pubblici alla produzione) è attualmente intorno al 43%. Pertanto, se l’incremento di valore aggiunto annuale è consistente, nell’arco di pochi anni la P.A. può recuperare tutto il capitale impiegato per l’agevolazione concessa. E’ questa una strategia di sviluppo poco conosciuta e praticamente non considerata, nonostante la sua ottima convenienza, in quanto costituisce il caso più eclatante di spesa pubblica produttiva.
Ma l’impatto di ogni investimento aziendale non riguarda soltanto quanto ritorna all’organizzazione medesima; anche gli stakeholder esterni si avvantaggiano. Soprattutto i clienti ed i fornitori (in pratica, tutta la filiera produttiva), a loro volta, accrescono il loro reddito se l’attività originariamente finanziata è cresciuta, secondo gli effetti indotti individuabili con il sistema delle tavole input – output. Infine, pure la comunità cresce per gli effetti moltiplicatori generati dai maggiori consumi effettuati da tutti gli stakeholder (interni ed esterni) che hanno ottenuto un maggior reddito rispetto alla situazione iniziale (prima dell’investimento).
Se poi l’intervento comprende specifici aspetti sociali ed ambientali, gli effetti esterni possono essere ancora maggiori, in quanto si dovranno valutare i benefici derivanti dal miglioramento della sostenibilità collettiva e detti vantaggi possono essere quantificati o anche monetizzati, se danno luogo ad ulteriori movimenti economici. Ad esempio, uno sviluppo aziendale basato sulla drastica riduzione delle emissioni climalteranti ed inquinanti non determina soltanto un maggior valore aggiunto a lunga scadenza per il minor costo energetico delle fonti rinnovabili rispetto a quelle fossili, ma anche vistosi risparmi per la collettività in virtù della minore incidenza di malattie da degrado ambientale.
Ovviamente bisogna scegliere le azioni giuste, che creano benessere e valore economico assieme a protratta scadenza. Ciò è quasi sempre possibile, se si valutano gli impatti sin dalla fase programmatoria degli investimenti.
Naturalmente tutti questi effetti tanto vantaggiosi non si notano nell’insieme dei risultati macroeconomici, in quanto:
- gli incentivi pubblici all’economia sono limitatissimi rispetto agli investimenti totali di una comunità e quindi anche gli impatti rappresentano una quota molto modesta del PIL dell’area di riferimento;
- anche gli incentivi effettivi non sempre vengono programmati correttamente e monitorati successivamente;
- nell’ambito degli incentivi corretti non sempre le soluzioni adottate trovano il massimo vantaggio integrato (economico, sociale ed ambientale).
Occorrerebbero interventi pubblici su larga scala e meglio programmati ed allora quanto qui illustrato risulterebbe chiaramente evidente e condiviso da tutti.
