Sviluppo sostenibile
Lo sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.

L'Agenda 2030 dell'Onu per lo sviluppo sostenibile
Il 25 settembre 2015, le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, un piano di azione globale per le persone, il Pianeta e la prosperità.

Goal e Target: obiettivi e traguardi per il 2030
Ecco l'elenco dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals - SDGs) e dei 169 Target che li sostanziano, approvati dalle Nazioni Unite per i prossimi 15 anni.

Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile
Nata il 3 febbraio del 2016 per far crescere la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e per mobilitare la società italiana, i soggetti economici e sociali e le istituzioni allo scopo di realizzare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Altre iniziative per orientare verso uno sviluppo sostenibile

Contatti: Responsabile Rapporti con i media - Luisa Leonzi
Scopri di più sull'ASviS per l'Agenda 2030

The Italian Alliance for Sustainable Development (ASviS), that brings together almost 300 member organizations among the civil society, aims to raise the awareness of the Italian society, economic stakeholders and institutions about the importance of the 2030 Agenda for Sustainable Development, and to mobilize them in order to pursue the Sustainable Development Goals (SDGs).
 

Approfondimenti

New Nature Economy, la nuova frontiera del bene comune e dell’antifragilità

di Oliviero Casale, General Manager di UniProfessioni, e Stefano Monti, Partner di Monti&Taft

La new nature economy propone un modello in cui natura, filiere e prosperità diventano interdipendenti: proteggere ecosistemi e risorse non è un costo, ma la condizione per innovazione, resilienza e crescita economica durevole.

Nel quadro dell’Agenda 2030 la natura torna al centro della riflessione economica non come semplice oggetto di tutela, ma come condizione strutturale della prosperità, della sicurezza produttiva e della stabilità sociale. Perché acqua disponibile, suoli fertili, biodiversità, continuità degli ecosistemi, accesso sostenibile alle risorse e capacità dei territori di mantenere funzionalità e continuità anche sotto stress rappresentano la base materiale su cui si reggono filiere, infrastrutture, approvvigionamenti e qualità della vita, e proprio questa consapevolezza rende la new nature economy una delle traiettorie più interessanti della trasformazione contemporanea. Lo dimostra con chiarezza il lavoro del World Economic Forum con Oliver Wyman, che collega il rilancio dei sistemi naturali a una nuova stagione di investimenti, innovazione e resilienza economica.

L’idea di bene comune prende forma in questa prospettiva perché la natura viene letta come un patrimonio condiviso da cui dipendono insieme attività produttive, territori, comunità e mercati, e dunque non come una variabile periferica della sostenibilità o come un costo da compensare, ma come un insieme di condizioni fondamentali che rendono possibile la vita economica organizzata.

Il report richiama il legame profondo tra salute dei sistemi naturali ed economia globale, ricordando la forte dipendenza del Pil mondiale dalla natura e indicando nella transizione nature-positive un potenziale di circa 10 mila miliardi di dollari l’anno entro il 2030, una stima che rende evidente come la tutela del capitale naturale coincida con la tutela delle basi della prosperità diffusa.

 

Questa impostazione consente di leggere la sostenibilità non più come mitigazione marginale del danno, ma come ricostruzione delle condizioni di stabilità di lungo periodo, ed è qui che acquista particolare rilievo il riferimento del report alla critical resilience for both business and society, una formula che racchiude bene l’idea secondo cui investire nella protezione della natura e nella trasformazione delle filiere significa rafforzare simultaneamente imprese e società, riducendo vulnerabilità che altrimenti si tradurrebbero in scarsità, volatilità dei costi, interruzioni produttive, pressione regolatoria, perdita di competitività e crescente esposizione a shock ambientali e climatici.

La connessione con l’antifragilità diventa allora particolarmente feconda, perché la logica descritta dal report non si limita alla capacità di assorbire gli urti e restare in piedi, ma suggerisce una trasformazione dei sistemi produttivi capace di renderli più adattivi, più intelligenti e meno dipendenti da modelli estrattivi che amplificano il rischio, dato che una filiera che investe in efficienza idrica, riciclo avanzato, agricoltura di precisione, recupero di materiali, sistemi circolari, infrastrutture di trattamento e tecnologie di gestione più fine delle risorse non si limita a ridurre il proprio impatto ambientale, ma apprende a funzionare meglio dentro condizioni di scarsità, instabilità e pressione sistemica, convertendo il vincolo ecologico in capacità di adattamento e quindi in forza economica.

In questa chiave la new nature economy si presenta come una vera economia del rafforzamento, perché non separa più la creazione di valore dalla rigenerazione delle sue basi materiali, ma unisce innovazione industriale, resilienza territoriale e convenienza economica in una stessa traiettoria, e il punto più rilevante del report sta proprio nel mostrare che questa traiettoria non è teorica né astratta, dal momento che individua più di cinquanta opportunità investibili in tredici settori, selezionate in base alla loro capacità di stare dentro la sfera operativa delle imprese, di incidere sui principali fattori di perdita di natura e di migliorare nello stesso tempo ricavi, OpEx o CapEx, traducendo così la sostenibilità in una grammatica di trasformazione industriale concreta.

Il valore del bene comune emerge con forza proprio da questa impostazione. La protezione della natura non viene descritta come una rinuncia o come un gesto etico separato dall’economia, ma come una scelta che rende più solide le condizioni collettive della produzione, dell’occupazione e della vita sociale, soprattutto in un passaggio storico in cui scarsità idrica, fragilità delle filiere, degrado del suolo, inquinamento e pressione sulle risorse stanno mostrando quanto sia illusoria l’idea di una crescita capace di prescindere dal capitale naturale. E il report insiste su questo nesso quando spiega che i modelli nature-positive possono offrire vantaggio competitivo, riduzione del rischio sistemico e nuove opportunità di mercato proprio perché operano sulle fondamenta condivise dell’economia.

La trasformazione assume un significato ancora più forte quando la si legge dentro le value chain, perché il documento non concentra l’attenzione soltanto su progetti di conservazione o restauro, ma mostra come la natura entri nelle operazioni quotidiane delle imprese attraverso agricoltura di precisione, fertilizzanti sostenibili, riciclo tessile bio-based, gestione dell’acqua nei data centre, battery recycling, trattamento delle acque reflue, AI-based leak detection, recupero di materiali da scarti industriali o da demolizione, e molte altre attività che consentono di produrre valore riducendo insieme pressione sugli ecosistemi, dipendenza da input vergini e vulnerabilità delle catene di fornitura, con il risultato che la sostenibilità smette di essere una funzione accessoria e diventa un principio organizzatore della competitività.

Si comprende allora perché il report attribuisca tanta importanza al disallineamento dei flussi finanziari, mettendo in evidenza il divario tra gli investimenti ancora diretti verso attività dannose per la natura e quelli orientati a soluzioni positive. Questo squilibrio non rappresenta soltanto un problema ambientale, ma segnala una distorsione economica profonda, nella quale il capitale continua a sostenere modelli che erodono le stesse condizioni di stabilità da cui dipende il rendimento futuro, mentre una riallocazione verso attività nature-positive avrebbe il duplice effetto di ridurre la fragilità sistemica e di aprire nuove traiettorie di crescita fondate su efficienza, recupero di risorse, innovazione di processo e maggiore resilienza degli asset.

L’Agenda 2030 acquista così un significato meno astratto e più operativo, perché sicurezza alimentare, accesso all’acqua, innovazione industriale, città sostenibili, uso responsabile delle risorse, tutela degli ecosistemi e prosperità condivisa confluiscono tutti nello stesso problema di fondo, che consiste nel costruire un’economia capace di generare valore senza distruggere le proprie condizioni ecologiche di possibilità, e la new nature economy offre precisamente questa chiave di lettura, mostrando come il rapporto tra sviluppo e natura possa essere ripensato non nei termini di un sacrificio imposto alla crescita, ma in quelli di una crescita resa più robusta, più intelligente e più durevole dal riconoscimento dei propri limiti materiali.

In questa prospettiva, la new nature economy non obbliga soltanto a produrre in modo diverso, ma anche a misurare in modo diverso ciò che chiamiamo progresso, perché la riflessione promossa dalle Nazioni Unite sull’“oltre il Pil” nasce precisamente dalla consapevolezza che il prodotto interno lordo resta un indicatore utile dell’attività economica, ma non basta a dire se la vita delle persone migliora davvero, se le opportunità sono distribuite in modo equo e se la crescita resta sostenibile per il pianeta e per le generazioni future, con la conseguenza che la rigenerazione del capitale naturale entra nel cuore di una nozione più piena di benessere collettivo, sicurezza materiale e qualità dello sviluppo.

È nello stesso orizzonte che si colloca anche il “Patto per il Futuro” adottato dalle Nazioni Unite, insieme alla “Dichiarazione sulle generazioni future”, che richiama la necessità di proteggere i bisogni e gli interessi di chi vive oggi e di chi verrà domani, riconoscendo che decisioni, azioni e omissioni del presente producono effetti intergenerazionali profondi, e proprio per questo chiede politiche più anticipatorie, più capaci di integrare scienza, dati, pianificazione di lungo periodo e responsabilità verso un ambiente pulito, sano e sostenibile. Letta dentro questa cornice, la new nature economy non appare più soltanto come una frontiera dell’innovazione sostenibile, ma come una componente essenziale di una transizione più ampia, nella quale la natura torna a essere condizione interna della prosperità condivisa, della stabilità sociale e della possibilità stessa di un futuro comune.

La forza più interessante di questa visione sta nel fatto che bene comune e antifragilità non appaiono come due registri separati, uno etico e l’altro tecnico, ma come due facce della stessa trasformazione, perché un’economia diventa davvero orientata al bene comune quando protegge i beni essenziali condivisi da cui dipendono tutti, e diventa antifragile quando riorganizza le proprie filiere, i propri investimenti e il proprio uso delle risorse in modo da imparare dalla complessità e dall’incertezza e uscirne più solida, meno dissipativa e più capace di adattarsi. Ed è proprio in questo intreccio che la new nature economy si presenta come una nuova frontiera dello sviluppo sostenibile, capace di tenere insieme interesse collettivo, innovazione economica e rafforzamento strutturale dei sistemi produttivi.

martedì 31 marzo 2026

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