Sviluppo sostenibile
Lo sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.

L'Agenda 2030 dell'Onu per lo sviluppo sostenibile
Il 25 settembre 2015, le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, un piano di azione globale per le persone, il Pianeta e la prosperità.

Goal e Target: obiettivi e traguardi per il 2030
Ecco l'elenco dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals - SDGs) e dei 169 Target che li sostanziano, approvati dalle Nazioni Unite per i prossimi 15 anni.

Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile
Nata il 3 febbraio del 2016 per far crescere la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e per mobilitare la società italiana, i soggetti economici e sociali e le istituzioni allo scopo di realizzare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Altre iniziative per orientare verso uno sviluppo sostenibile

Contatti: Responsabile Rapporti con i media - Luisa Leonzi
Scopri di più sull'ASviS per l'Agenda 2030

The Italian Alliance for Sustainable Development (ASviS), that brings together almost 300 member organizations among the civil society, aims to raise the awareness of the Italian society, economic stakeholders and institutions about the importance of the 2030 Agenda for Sustainable Development, and to mobilize them in order to pursue the Sustainable Development Goals (SDGs).
 

Approfondimenti

Industrie culturali e creative: quanto contano per lo sviluppo sostenibile

di Oliviero Casale, General Manager di UniProfessioni, e Stefano Monti, Partner di Monti&Taft

Le industrie culturali e creative emergono come leva strategica per sviluppo sostenibile, innovazione e occupazione. In Italia crescono ma restano frammentate: servono dati migliori e politiche mirate per valorizzarne il potenziale. 27/04/26

Quando si parla di industrie culturali e creative, si tende ancora a collocarle in una posizione laterale, come se fossero importanti soprattutto sul piano simbolico e identitario ma non davvero decisive nei processi di sviluppo. Il quadro europeo e le più recenti evoluzioni normative italiane mostrano invece che questa lettura non è più adeguata, perché le industrie culturali e creative rappresentano uno degli ambiti nei quali cultura, innovazione, impresa, territori e trasformazione sociale si intrecciano in modo sempre più profondo.

La definizione adottata in ambito europeo riflette bene questa natura trasversale, dal momento che nei settori culturali e creativi rientrano tutte quelle attività che si basano su valori culturali ed espressioni artistiche o creative, siano esse orientate al mercato oppure no. Il perimetro comprende architettura, archivi, biblioteche, musei, artigianato artistico, audiovisivo, patrimonio culturale materiale e immateriale, design, festival, musica, letteratura, arti performative, editoria, radio e arti visive, e si tratta della stessa impostazione che il Ministero della Cultura ha assunto come riferimento anche nelle linee di indirizzo del Pnrr dedicate all’investimento 3.3.

Una simile impostazione consente di superare una lettura troppo ristretta del settore, perché le industrie culturali e creative non coincidono soltanto con le attività artistiche in senso tradizionale, ma comprendono un ecosistema molto più articolato, nel quale convivono produzione culturale, servizi creativi, nuove tecnologie, valorizzazione del patrimonio, organizzazione di eventi, comunicazione, design e forme diverse di imprenditorialità. È proprio questa ampiezza a renderle rilevanti per lo sviluppo contemporaneo, perché le “Icc” operano nel punto in cui il valore culturale incontra il valore economico e dove la creatività diventa anche capacità di generare prodotti, servizi, esperienze, attrattività territoriale e nuove opportunità di lavoro. Lo stesso quadro europeo della ricerca e delle politiche culturali collega questo ecosistema non solo alla dimensione artistica, ma anche a innovazione, transizione digitale, transizione verde, qualità urbana, benessere e coesione.

Anche l’Italia, dopo anni nei quali il tema è rimasto sospeso fra pratiche amministrative, politiche di comparto e definizioni non sempre convergenti, ha finalmente compiuto un passo in avanti con la Legge 27 dicembre 2023, n. 206, dedicata al Made in Italy, che ha introdotto per la prima volta una definizione normativa di impresa culturale e creativa e ha aperto la strada a un impianto più organico di riconoscimento, sostegno e programmazione. Il significato politico e amministrativo di questo passaggio è notevole, perché per la prima volta il legislatore prova a delimitare il perimetro del settore, a riconoscerlo come parte strategica del sistema produttivo nazionale e a predisporre strumenti specifici, dalla sezione speciale del Registro delle imprese all’albo delle imprese culturali e creative di interesse nazionale, fino ai contributi e al piano strategico pluriennale. La Direzione generale creatività contemporanea del Ministero della Cultura ha sottolineato con chiarezza che la legge quadro per il Made in Italy rappresenta il primo intervento normativo che affronta in modo esplicito il compito di definire il settore e di accompagnarne lo sviluppo con una programmazione dedicata.

Il collegamento con l’Agenda 2030 è particolarmente rilevante, anche se va chiarito che non esiste un Sustainable Development Goal (SDG) specificamente dedicato alla cultura. Ciò non significa che la cultura sia esterna all’idea di sviluppo sostenibile, perché il contributo delle industrie culturali e creative attraversa in modo netto diversi obiettivi dell’Agenda 2030, a partire dal Goal 8, dedicato al lavoro dignitoso e alla crescita economica, dal Goal 9, che richiama innovazione e sviluppo produttivo sostenibile, dal Goal 11, centrato su città e comunità sostenibili, e dal Goal 4, che collega istruzione, apprendimento permanente e valorizzazione della diversità culturale. Le Icc parlano direttamente a questi obiettivi, perché producono occupazione, innovazione, rigenerazione urbana, partecipazione culturale e nuove competenze.

Perché questi riferimenti non restino astratti, è indispensabile accompagnarli con una base conoscitiva più solida, ed è proprio qui che i materiali più recenti prodotti dal Ministero della Cultura risultano particolarmente utili. Le linee di indirizzo del Pnrr per l’Investimento 3.3, dedicato alla capacity building degli operatori della cultura per la transizione digitale e verde, mostrano con chiarezza che il comparto delle Icc viene letto come uno snodo decisivo della doppia trasformazione digitale ed ecologica e insistono sul fatto che il settore è caratterizzato prevalentemente da micro e piccole realtà, elevata frammentazione e approccio a silos, ragione per cui diventa necessario incoraggiare cooperazione, innovazione e rafforzamento delle competenze manageriali e organizzative. La dotazione dell’investimento, pari a 155 milioni di euro, va letta non come semplice misura di sostegno settoriale, ma come tentativo di accompagnare un ecosistema ritenuto strategico nelle sue trasformazioni più urgenti.

Su questo terreno, Minicifre della cultura 2025 offre un contributo particolarmente prezioso, perché rende disponibile una base di dati ufficiali costruita proprio per sostenere analisi, monitoraggio e politiche culturali e dedica, per la prima volta, una sezione specifica alle imprese culturali e creative e alle istituzioni non profit culturali e creative. Nel 2022 le imprese culturali e creative censite sono 301.577, pari al 6,5% del totale delle imprese italiane, con 589.000 addetti, 287.686 dipendenti e 29 miliardi di euro di valore aggiunto, corrispondenti al 2,9% del totale dell’economia; accanto a queste, il volume censisce 55.807 istituzioni non profit culturali e creative, con 24.519 dipendenti e 743.325 volontari. Il quadro che ne emerge restituisce immediatamente l’immagine di un ecosistema che non può essere letto in modo riduttivo, né soltanto come impresa in senso classico né soltanto come settore culturale in senso tradizionale.

Lo stesso volume segnala che oltre l’80% delle imprese culturali e creative è costituito da imprenditori individuali, liberi professionisti e lavoratori autonomi, che impiegano più del 40% degli operatori del comparto e producono circa un quarto del valore aggiunto complessivo. Questa struttura spiega bene perché le ICC siano al tempo stesso dinamiche e fragili, diffuse e difficili da intercettare con strumenti amministrativi standardizzati. Il Report dell’indagine conoscitiva sulle organizzazioni culturali e creative che hanno partecipato agli avvisi del Pnrr conferma questa immagine: ai questionari hanno risposto 1.571 organizzazioni; il 69% dei partecipanti è localizzato nel Centro-Nord e il 31% nel Mezzogiorno; il 55,5% dei soggetti è non profit e il 44,5% profit; l’area più frequente è quella interdisciplinare, seguita dal patrimonio culturale materiale e immateriale e dallo spettacolo dal vivo e festival; il 63% dichiara un ampliamento del proprio mercato di riferimento nell’ultimo biennio, mentre il 38% non fa parte di partenariati e segnala fra le criticità principali il costo iniziale degli investimenti e la difficoltà di accesso ai finanziamenti.

L’utilizzo di questi dati è indispensabile per comprendere struttura, peso economico e tendenze delle industrie culturali e creative, ma richiede prudenza interpretativa e ulteriori approfondimenti, perché la classificazione formale delle attività economiche non sempre coincide in modo pieno con la realtà operativa dei soggetti osservati. In un settore caratterizzato da forte ibridazione, interdisciplinarità e compresenza di attività culturali, creative, formative, digitali e di servizio, i codici Ateco rappresentano un punto di partenza utile ma non sufficiente. Non è casuale che gli avvisi del Pnrr della Dgcc abbiano preferito un criterio mission driven e non esclusivamente fondato sui codici Ateco, così come non è secondario che, per individuare le istituzioni non profit culturali e creative, Minicifre segnali l’utilizzo congiunto delle classificazioni Ateco e Icnpo. Per restituire una fotografia più attendibile del comparto, sarebbe quindi necessario affiancare alla classificazione amministrativa anche una lettura della composizione effettiva dei ricavi e del fatturato, così da comprendere quale sia il peso reale delle attività propriamente culturali e creative all’interno di ciascuna organizzazione, distinguendole da quelle accessorie, strumentali o complementari.

È sufficiente passare in rassegna queste brevi informazioni per definire alcuni punti sui quali è necessario fare una riflessione. Il primo è senza dubbio la dimensione del comparto, che è molto più ampia di quanto si tenda a pensare, e che quindi merita un approfondimento non soltanto culturale, ma anche di politica economica in senso stretto. Il secondo punto è l’eterogeneità del comparto, che aggrega esperienze, modelli di business, dimensioni e attività molto differenti tra loro. Il terzo, e forse il punto più importante, è che al momento di questo “cluster”, si ha una conoscenza inadeguata, condizione che va interpretata come una enorme opportunità per il nostro Paese.

Da una migliore conoscenza di questo settore possono derivare miglioramenti su molteplici dimensioni della nostra vita democratica. Una migliore conoscenza implica infatti la possibilità di sviluppare strumenti più efficaci, e strumenti più efficaci implicano uno sviluppo potenziale che, quando riguarda le Icc nella loro globalità, coinvolge la dimensione occupazionale, il rapporto tra istituti di credito e imprese, lo sviluppo di innovazioni intersettoriali e il rafforzamento dell’antifragilità dei territori e delle istituzioni.

Non da ultimo, una maggiore conoscenza del comparto implica anche una maggiore capacità di analizzarne gli impatti in una logica di sviluppo sostenibile e di contributo al bene comune, tema sul quale, a dispetto della dimensione aggregata e della natura dei beni e servizi prodotti, sono ancora molto poche le riflessioni strutturate.

lunedì 27 aprile 2026

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