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La pace positiva e il ruolo delle imprese: l’attore che manca
di Raffaella Lebano, Tending Peace
La pace è spesso considerata una responsabilità di governi e istituzioni. Eppure le imprese influenzano ogni giorno le condizioni che favoriscono fiducia, stabilità e sviluppo. E potrebbero avere molto da guadagnare nel farlo. 18/06/26
Quando si parla di pace, il pensiero corre quasi automaticamente alla diplomazia, alle organizzazioni internazionali o alle istituzioni pubbliche. La pace viene generalmente considerata una questione politica, sociale o umanitaria, raramente economica. Eppure esiste un attore che ogni giorno influenza milioni di persone, organizza relazioni, distribuisce risorse, genera opportunità e contribuisce a modellare i territori: l’impresa. Per questo motivo, se vogliamo affrontare seriamente il tema della pace positiva, forse dovremmo iniziare a guardare alle aziende in modo diverso.
Il concetto di pace positiva, sviluppato a partire dagli studi di Johan Galtung, supera l’idea tradizionale di pace come semplice assenza di guerra o di violenza diretta. La pace positiva riguarda invece la presenza di condizioni che consentono alle persone e alle comunità di prosperare: fiducia, inclusione, collaborazione, accesso alle opportunità, qualità delle istituzioni, capacità di gestire i conflitti e stabilità dei sistemi sociali ed economici.
Osservata da questa prospettiva, la pace non rappresenta più soltanto un obiettivo da perseguire quando emerge un conflitto. Diventa una caratteristica dei sistemi. Una condizione che può essere rafforzata oppure indebolita dalle decisioni quotidiane dei soggetti che ne fanno parte.
Tra questi soggetti vi sono anche le imprese
Le aziende influenzano la qualità delle relazioni interne, il benessere delle persone, la gestione dei conflitti organizzativi, la distribuzione delle opportunità, il funzionamento delle filiere, il rapporto con i territori e con le comunità locali. In altre parole, contribuiscono quotidianamente alla qualità e alla stabilità dei contesti in cui operano. La domanda, quindi, non è se le imprese abbiano un impatto sulla pace positiva. La domanda è in che modo questo impatto venga generato e quanto sia consapevole.
Per molti anni il dibattito sulla sostenibilità ha concentrato l’attenzione soprattutto sulla riduzione degli impatti negativi. Un passaggio fondamentale, che ha consentito alle organizzazioni di comprendere meglio le proprie responsabilità ambientali e sociali. Oggi, però, potrebbe essere necessario compiere un passo ulteriore.
Non limitarsi a chiedere alle aziende quali danni evitano di produrre, ma comprendere quali condizioni positive contribuiscono concretamente a generare. Questa riflessione appare particolarmente rilevante in un contesto caratterizzato da crescente instabilità geopolitica, polarizzazione sociale, tensioni nelle filiere globali, crisi di fiducia nelle istituzioni e crescente difficoltà nel coinvolgimento delle persone all’interno delle organizzazioni.
In scenari di questo tipo, elementi come la fiducia, la qualità delle relazioni, la capacità di collaborazione, la gestione costruttiva dei conflitti, la stabilità dei territori e il coinvolgimento degli stakeholder non rappresentano soltanto valori desiderabili. Sono anche condizioni che incidono direttamente sulla capacità delle organizzazioni di operare, innovare e crescere nel tempo.
È qui che emerge un aspetto spesso trascurato
Molte delle condizioni che favoriscono la pace positiva sono le stesse che contribuiscono alla creazione di valore per l’impresa. La fiducia riduce i costi di coordinamento. La qualità delle relazioni favorisce la collaborazione. Una gestione efficace dei conflitti limita inefficienze e dispersione di energie. Territori più stabili riducono l’esposizione al rischio. Filiere solide migliorano la continuità operativa. Persone coinvolte e valorizzate contribuiscono a una maggiore capacità di innovazione. Pace positiva e creazione di valore non sono necessariamente obiettivi in contrapposizione. In molti casi possono rafforzarsi reciprocamente. Per questo motivo la pace positiva può essere letta non soltanto come una responsabilità sociale delle imprese, ma anche come una dimensione organizzativa e strategica.
Non perché alle aziende debbano essere attribuite responsabilità che spettano alle istituzioni, ma perché le loro decisioni influenzano concretamente le condizioni che rendono possibile una società più stabile, inclusiva e prospera.
L’Agenda 2030 richiama questa sfida attraverso il Goal 16 dedicato a pace, giustizia e istituzioni solide. Tuttavia, il ruolo delle imprese nella costruzione della pace positiva rimane ancora oggi un tema poco esplorato rispetto ad altri ambiti della sostenibilità.
Nei prossimi anni potrebbe emergere una nuova domanda: come aiutare le organizzazioni a comprendere, misurare e rafforzare il proprio contributo alle condizioni che favoriscono fiducia, stabilità e sviluppo? Se accettiamo l’idea che la pace positiva sia una caratteristica dei sistemi e non soltanto una responsabilità delle istituzioni, allora anche il ruolo delle imprese assume una nuova rilevanza.
Non come semplici beneficiarie di contesti stabili e prosperi, ma come attori che possono contribuire attivamente alla loro costruzione. E forse è proprio qui che si trova una delle sfide più interessanti per il futuro della sostenibilità: riconoscere che la pace non è soltanto un obiettivo da proteggere, ma una condizione che può essere generata. Anche dalle imprese.
