Approfondimenti
La pelle degli animali per la moda resta fuori dal Regolamento UE anti-deforestazione
di Simone Pavesi, responsabile Lav area moda animal free
Esclusi benefici ambientali fino a due miliardi l’anno. Studi recenti rivelano un impatto climatico molto più alto, mettendo in dubbio la coerenza delle politiche contro la deforestazione dell’Europa. 04/08/26
La Commissione europea ha deciso: con l'atto delegato adottato lo scorso 13 luglio, la pelle animale destinata alla moda resta esclusa dal campo di applicazione dell'EUDR, il Regolamento UE contro la deforestazione. Una scelta che genera un cortocircuito difficile da giustificare sul piano ambientale: la carne di un bovino allevato su terreni deforestati non potrà essere venduta nel mercato europeo, ma la pelle ricavata dallo stesso animale continuerà a circolare liberamente, senza obblighi di tracciabilità né di due diligence sulla filiera.
La decisione arriva dopo mesi di pressione da parte della filiera conciaria e viene confermata nonostante una consultazione pubblica in cui la maggioranza dei contributi si era espressa contro l'esclusione.
I numeri che la Commissione non riesce a smentire
A rendere la vicenda ancora più singolare sono i documenti tecnici prodotti dalla Commissione europea per motivare la propria scelta. Lo Staff Working Document allegato all'atto delegato stima che mantiene la pelle nel perimetro dell'EUDR avrebbe generato benefici ambientali compresi tra 979 milioni e quasi 2 miliardi di euro l'anno, a fronte di costi di compliance per le imprese quantificati in appena 16,7 milioni di euro l'anno: un rapporto benefici-costi superiore a cento volte.
Tutti i criteri quantitativi applicati dalla Commissione ai codici doganali della pelle risultano favorevoli al mantenimento del prodotto nel regolamento. È solo la valutazione “qualitativa” — fondata su considerazioni legate al minor valore economico della pelle rispetto alla carne e alle asimmetrie nei flussi commerciali internazionali, non su dati ambientali — a ribaltare la conclusione. In altre parole, l'esclusione è stata decisa in contrasto con l'evidenza raccolta dagli stessi uffici tecnici dell'esecutivo comunitario.
I grandi marchi della moda che nei bilanci di sostenibilità rivendicano l'adesione agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e la tutela degli ecosistemi, ma che non hanno speso una parola pubblica per difendere una norma capace — secondo le stime della stessa Commissione — di generare fino a due miliardi di euro l'anno di benefici ambientali, con il loro silenzio compiono comunque una scelta di campo.
“Un cortocircuito normativo tanto evidente quanto grave.”
Simone Pavesi, Responsabile Area Moda Animal Free, LAV – Lega Anti Vivisezione
Un impatto climatico sottostimato, secondo un nuovo studio scientifico
Il tema arriva in un momento in cui la letteratura scientifica sta rimettendo in discussione proprio le basi con cui l'industria della pelle minimizza il proprio impatto climatico. Uno studio pubblicato il 2 luglio su ACS Sustainable Chemistry&Engineering — a firma di Mikaila K. Roncevich e Juan P. Hinestroza (Cornell University) e di Matthew N. Hayek (New York University) — propone la ricostruzione più completa realizzata finora dell'impronta di carbonio della pelle bovina, unendo una meta-analisi degli studi scientifici disponibili a un nuovo metodo di calcolo “dall'alto verso il basso” basato su dati globali sugli allevamenti.
Il punto di partenza della critica riguarda proprio i metodi di calcolo oggi più diffusi nel settore, basati sulle regole europee di categoria di prodotto (PEFCR) pubblicate dalla Commissione nel 2018. Questo standard, costruito sui dati degli allevamenti europei — dove la maggioranza dei bovini viene allevata sia per la carne sia per il latte — attribuisce l'88% delle emissioni della fase di allevamento ai prodotti caseari, lasciando solo il 12% a carne e pelle. Da qui, sulla base del solo valore economico, alla pelle viene assegnato appena il 3,5% delle emissioni della carcassa: un valore che, applicato a livello globale, si traduce in un'allocazione economica di appena lo 0,42% del valore prodotto dall'intera filiera bovina.
Il problema, spiegano gli autori, è che questo modello riflette un contesto tipicamente europeo ma viene applicato indistintamente a tutte le regioni produttrici di pelle, mentre nella maggior parte dei principali Paesi fornitori — a partire da Brasile e Stati Uniti — gli allevamenti bovini producono poco o nessun latte destinato al consumo umano. Utilizzando i dati del modello GLEAM 3 della FAO (Global Livestock Environmental Assessment Model), che distingue gli allevamenti da carne da quelli misti carne-latte per undici macroregioni del mondo, gli autori hanno ricalcolato un'allocazione economica globale media della pelle pari all'8,1% del valore dell'animale macellato, più del doppio di quella usata dalle linee guida europee.
Confronto tra l'impronta di carbonio della pelle animale (stime precedenti e corrette) e delle alternative animal free — dati: Roncevich, Hayek & Hinestroza (2026)
Il risultato è un'impronta climatica della sola fase di allevamento più che doppia rispetto alle stime precedenti: da una media di 62,4 a 138,9 kg CO2 eq per kg di pelle finita. Sommata alla fase di conciatura (in media 48,1 kg CO2 eq/kg), la pelle animale raggiunge un'impronta totale di 187,0 kg CO2 eq/kg di pelle finita, contro una stima precedente di circa 110,5 kg CO2 eq/kg: un aumento del 69% circa. Il confronto con le alternative animal free è netto: la pelle vegana — comprese le versioni a base di poliuretano, micelio fungino e proteine vegetali analizzate nello studio — ha un'impronta media di 14,9 kg CO2 eq/kg, oltre dodici volte inferiore a quella della pelle animale.
Lo studio evidenzia anche una forte variabilità regionale nella sola fase di allevamento, legata al tipo di allevamento prevalente e al mix energetico locale: si va dai 207,5 kg CO2 eq/kg dell'America Centrale e Meridionale, dove gli allevamenti sono in larga parte orientati alla sola produzione di carne, ai 46,6 kg CO2 eq/kg della Federazione Russa.
Variabilità regionale dell'impronta di carbonio nella fase di allevamento della pelle bovina — dati: Roncevich, Hayek & Hinestroza (2026)
Lo studio arriva così a smontare uno degli argomenti più usati dalla filiera conciaria per giustificare l'esclusione della pelle dalle normative ambientali: quello secondo cui si tratterebbe di un semplice sotto-prodotto della filiera zootecnica, dal valore economico marginale e quindi non responsabile in proporzione significativa delle emissioni legate all'allevamento. Gli autori sottolineano inoltre come la fase di conciatura, pur pesando meno di quella di allevamento sul bilancio climatico, resti una fonte rilevante di rifiuti pericolosi — legati soprattutto all'uso di sali di cromo — e di variabilità regionale, penalizzando in particolare i Paesi che si affidano a mix energetici più intensivi in carbone.
Va detto, per completezza, che gli stessi autori segnalano alcuni limiti della propria analisi: il modello GLEAM è tuttora oggetto di aggiornamenti e presenta lacune note nella rappresentazione degli allevamenti pastorali e di sussistenza nei Paesi a basso reddito; i dati di base risalgono al 2015; e lo studio non include le emissioni legate ai cambiamenti d'uso del suolo successivi all'uscita dell'animale dall'allevamento, né gli impatti ambientali della conciatura diversi dalle emissioni climalteranti, come la tossicità delle acque reflue. Restano quindi margini di incertezza, che gli stessi autori indicano come prossimi passi di ricerca — un'onestà metodologica che rafforza, anziché indebolire, l'attendibilità delle conclusioni principali dello studio.
La partita non è chiusa
Trattandosi di un atto delegato, il testo che esclude la pelle dall'EUDR deve ora superare il vaglio di Parlamento europeo e Consiglio, che hanno tempo fino a metà settembre 2026 per opporsi e bloccarne l'entrata in vigore. È a queste due istituzioni che si guarda ora, chiamate a valutare se accogliere un provvedimento costruito sulla pressione della lobby conciaria oppure tornare a un impianto normativo coerente con i propri obiettivi dichiarati di lotta alla deforestazione e alla crisi climatica — obiettivi legati in modo diretto agli SDG 12 (consumo e produzione responsabili), 13 (lotta al cambiamento climatico) e 15 (vita sulla terra) dell'Agenda 2030.
Per le organizzazioni ambientaliste e animaliste, la strada per uscire dall'incoerenza esiste già ed è quella dei materiali di nuova generazione: alternative animal free che non dipendono dall’allevamento intensivo non alimentano la deforestazione né lo sfruttamento animale, e che — alla luce dei nuovi dati scientifici sull'impronta climatica della pelle — risultano oggi più solide anche sul piano ambientale.
Riferimenti
LAV – Lega Anti Vivisezione, “Il Regolamento UE anti deforestazione esclude la pelle: la moda perde credibilità green”, 27 luglio 2026. https://www.lav.it/news/regolamento-ue-anti-deforestazione-pelle
Collective Fashion Justice, “Leather's climate impact much greater than previously understood, shows new study”, 17 luglio 2026. https://www.collectivefashionjustice.org/articles/new-study-measures-leathers-true-climate-impact
Roncevich, M. K.; Hayek, M. N.; Hinestroza, J. P., “The Carbon Footprint of Leather: A Comprehensive Reassessment Using Global Livestock Data and Meta-Analysis”, ACS Sustainable Chemistry & Engineering, 2026, 14, 12580–12589. https://doi.org/10.1021/acssuschemeng.5c12631
Regolamento (UE) 2023/1115 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 maggio 2023, relativo alla messa a disposizione sul mercato dell'Unione e all'esportazione dall'Unione di determinate materie prime e determinati prodotti associati alla deforestazione e al degrado forestale (EUDR).
Commissione europea, atto delegato che modifica l'allegato I del regolamento (UE) 2023/1115 e relativo Staff Working Document di accompagnamento, adottato il 13 luglio 2026.
https://environment.ec.europa.eu/document/download/e91cf5f7-5e51-4d0f-b1f9-c9d852944d11_en?filename=Delegated+Regulation+on+EUDR+list+of+relevant+commodities+and+products_0.pdf
Staff Working Doc (si veda sezione 3.2.5 "Hides, skins and leather of cattle" (pag. 17-19) e Figura 17 (pag. 24) https://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-11910-2026-INIT/en/pdf
Commissione europea, Product Environmental Footprint Category Rules (PEFCR) for Leather, 2018.
FAO – Food and Agriculture Organization, GLEAM 3 – Global Livestock Environmental Assessment Model, version 3.0, 2022.
Immagini: elaborazione originale su dati Roncevich, Hayek & Hinestroza (2026)
