Editoriali
In un contesto globale segnato da “predatori”, la risposta non è lo scontro ma la costruzione di regole, contropoteri e alleanze fondate su responsabilità, cooperazione e bene comune. Un percorso lento, ma indispensabile per evitare che prevalga la legge del più forte. 29/01/26
Ogni epoca ha i suoi potenti. Cambiano i nomi, cambiano gli strumenti, ma le cause e la dinamica attraverso cui essi emergono sono abbastanza simili: in particolare, quando il potere si concentra, tende a sottrarsi al controllo e a strabordare, diventando delirio di onnipotenza. Il nostro tempo non fa eccezione. Anzi, la globalizzazione economica e le nuove tecnologie hanno moltiplicato le forme con cui la concentrazione della ricchezza e i poteri politici interagiscono e si rafforzano vicendevolmente, generando oligopoli, oligarchie e, sempre più spesso, autocrazie. Non possiamo quindi non domandarci, ancora una volta: come si contrastano i potenti senza distruggere la convivenza democratica?
Il Domani ha pubblicato uno stimolante editoriale del giornalista Guido Rampoldi dal titolo “Siamo al Jurassic Park. Ma ribellarsi ai grandi predatori è possibile”. Per quanto non possa fornire una risposta a una domanda così complessa, può offrire alcuni stimoli di riflessione.
Secondo l’articolo, ci siamo risvegliati “in un mondo brutale di grandi predatori, un Jurassic Park in cui gli europei, e in generale le potenze ‘minori’ come il Canada, sembrano destinati a diventare il pasto. A meno che – e qui il discorso di Carney diventa un incitamento al contrattacco – quelle medie potenze non facciano squadra e inventino un nuovo ordine che protegga i loro interessi e i loro valori”. I fronti trattati da Rampoldi sono tre: l’Ucraina, Gaza e la Groenlandia. Tre terreni di scontro dove i “tirannosauri sembrano onnipotenti, eppure ancora non riescono a spuntarla, in qualche modo arginati da alcune medie potenze con una resistenza certo flebile e scoordinata, ma sufficiente per dimostrare quel che fino a ieri pareva impossibile: ribellarsi è possibile”.
Il Jurassic Park mi ha fatto tornare in mentre il mio primo editoriale per l’ASviS, nel 2022, che titolai “La specie umana si estinguerà come i dinosauri? L’asteroide potremmo essere noi”. I dinosauri sono probabilmente scomparsi perché non hanno saputo adattarsi alla rivoluzione climatica provocata dalla caduta di un enorme asteroide. Sulle nostre teste non sta cadendo alcun oggetto cosmico, ma politico sì: è il peso dei potenti che cerca di cambiare la storia, peraltro in un momento nel quale il cambiamento climatico pone sfide nuove e complicate per la nostra sopravvivenza. Come ci dice Copernicus, il 2025 è stato il terzo anno più caldo di sempre. Il clima impazzito porta ondate di calore ma anche alluvioni, siccità, incendi. Dunque, riguarda tutti noi, specie umana, e pertanto appare ancor più sconvolgente la miopia del presidente americano, Donald Trump, che va a caccia di petrolio in giro per il mondo, quando lui stesso fa parte di questa specie.
La spiegazione, ovviamente, è che gli interessi economici di alcuni hanno un peso maggiore dell’interesse comune e per realizzare questo stravolgimento della logica è necessario rafforzare il loro potere, potere che Trump sta esercitando con pugno duro. A fronte di tutto ciò noi europei non possiamo restare in balia delle superpotenze che vogliono contendersi il mondo senza reagire.
Secondo Paolo Mieli, intervenuto sul Corriere della Sera: “L’Occidente a questo punto deve avere il coraggio di dividersi in due, tre. Eventualmente anche quattro o cinque. E mettere al mondo nuove alleanze che, senza entrare in contrasto con le antiche, siano in grado di prendere decisioni, anche militari (sempre, beninteso, di carattere difensivo), in tempi rapidi senza subire veti ed essere costrette ad impaniarsi in quel genere di discussioni che ci ha rinfacciato Zelensky. Ci sembra questo l’unico modo per supplire al venir meno di una leadership mondiale dell’Occidente. Alleanze circoscritte che eventualmente possano intrecciarsi tra loro. E non escludano per principio eventuali accordi con gli Stati Uniti ove mai essi si rendano lealmente disponibili. Ma senza che mai più torni a loro il comando”. Mieli mette anche in allerta sull’idea di gettarsi tra le braccia di Russia, Cina o qualche potenza mediorientale, comportandoci da “piccoli Trump” laddove necessario, perché è una via “piena di insidie”.
Contro la forza ci vuole cooperazione, non c’è nessuna alternativa, come ci insegna la storia. I potenti prosperano grazie alla frammentazione degli oppositori: tra Paesi, tra classi sociali, tra territori, tra generazioni. Al contrario, ogni avanzamento nella giustizia sociale e nei diritti è sempre nato da alleanze larghe, spesso imperfette, ma unite da valori comuni. Nessuna grande conquista civile è mai stata il risultato di un singolo attore isolato. Nel mondo globale, questo vale ancora di più. Nessuno Stato, nemmeno il più forte, è davvero sovrano di fronte alla crisi climatica, ai fenomeni migratori, allo sviluppo tecnologico.
Contrastare il potere predatorio significa allora rafforzare il multilateralismo, renderlo più democratico, più vincolante, più orientato al bene comune. Non è un gesto idealistico: è l’unico modo realistico per evitare che la legge del più forte diventi l’unica legge. Secondo Maurizio Ferrera, intervenuto su Il Corriere della Sera, l’Europa resta debole perché la sua potenza è composita (tanti Stati, con dimensioni e risorse diverse) e “camaleontica” (cambia a seconda dei contesti). La proposta del premier canadese Carney, dice Ferrera, è duplice: “Da un lato le medie potenze dovrebbero rafforzarsi al proprio interno, dall’altro cooperare più strettamente fra loro: agendo di concerto entro le organizzazioni internazionali e formando coalizioni «mini laterali», a geometria variabile, per raggiungere scopi condivisi”.
Occorre poi ridurre la concentrazione di potere economico e tecnologico, promuovendo modelli di sviluppo che generino benessere diffuso invece di rendite per pochi. Per questo Trump e i suoi oligarchi contestano senza pietà l’idea stessa di sviluppo sostenibile, il quale punta anche a ridurre le disuguaglianze, orientare la finanza, investire in lavoro dignitoso e innovazione responsabile.
Contrastare i potenti richiede poi tempo e visione. Il potere concentrato vive di emergenze continue, che giustificano decisioni rapide e opache. La democrazia, invece, è lenta per natura. Ma è proprio questa lentezza — fatta di confronto, mediazione, responsabilità — che la rende forte e sana.
Occorre però creare regole, istituzioni e controlli che impediscano a chiunque di sottrarsi alle proprie responsabilità. Perché abbiamo bisogno di un futuro in cui il potere non si misura dalla capacità di imporre costi agli altri, ma dalla responsabilità di prendersi cura del bene comune.
Copertina: World Economic Forum/Ciaran McCrickard
