Sviluppo sostenibile
Lo sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.

L'Agenda 2030 dell'Onu per lo sviluppo sostenibile
Il 25 settembre 2015, le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, un piano di azione globale per le persone, il Pianeta e la prosperità.

Goal e Target: obiettivi e traguardi per il 2030
Ecco l'elenco dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals - SDGs) e dei 169 Target che li sostanziano, approvati dalle Nazioni Unite per i prossimi 15 anni.

Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile
Nata il 3 febbraio del 2016 per far crescere la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e per mobilitare la società italiana, i soggetti economici e sociali e le istituzioni allo scopo di realizzare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Altre iniziative per orientare verso uno sviluppo sostenibile

Contatti: Responsabile Rapporti con i media - Luisa Leonzi
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The Italian Alliance for Sustainable Development (ASviS), that brings together almost 300 member organizations among the civil society, aims to raise the awareness of the Italian society, economic stakeholders and institutions about the importance of the 2030 Agenda for Sustainable Development, and to mobilize them in order to pursue the Sustainable Development Goals (SDGs).
 

Editoriali

Caro energia: il problema non è l’ETS ma la dipendenza dai combustibili fossili

Il conflitto in Medio Oriente riporta al centro dell’attenzione la fragilità energetica europea, e italiana in particolare. Il governo punta a rivedere il sistema ETS, ma è la dominanza del gas nel sistema energetico italiano a guidare i rincari. 19/03/26

Gli americani sono molto fortunati perché dovunque vanno per esportare la libertà trovano il petrolio”. Con una nota di sarcasmo il giornalista Michele Serra ha riassunto decenni di dipendenza dai combustibili fossili. Una dipendenza che nel tempo ha generato conflitti, compresso diritti e spazi democratici, aggravato e originato crisi ambientali e prodotto costi sociali scaricati sulle spalle della collettività.

L’ultimo capitolo di questa storia è iniziato con l’attacco degli Stati Uniti e di Israele all’Iran, un gesto che ha riacceso le tensioni sui mercati energetici globali, analogamente a quanto aveva fatto l’aggressione della Federazione Russa all’Ucraina. Ancora una volta, le conseguenze economiche si sono propagate ben oltre il teatro del conflitto: sul fronte petrolifero, le quotazioni hanno già superato la soglia dei 100 dollari al barile. Parallelamente, le tensioni nello stretto di Hormuz si traducono in un forte aumento dei prezzi del gas, con il nostro Continente al centro della tempesta perfetta. Un’Europa che nel corso degli ultimi anni ha cercato di correre ai ripari, riducendo l’esposizione agli effetti degli shock energetici, soprattutto a seguito della nascita del Green Deal del 2019, che ha messo in campo un serie di misure votate all’efficienza energetica e all’espansione delle rinnovabili, e del programma RepowerEu, aggiunto nel 2022 alle missioni del Next Generation EU.

Tuttavia, siamo ancora lontani dall’essere indipendenti. L'Europa si conferma l'area con il maggior grado di dipendenza energetica tra le grandi economie mondiali, con circa il 58% del fabbisogno soddisfatto dalle importazioni. Un dato che contrasta con quello della Cina, ferma al 20%, e degli Stati Uniti, completamente autosufficienti. Ma il dato italiano è ancor più preoccupante. Come sottolinea il Libro verde del Coordinamento Free, la dipendenza dall’importazione di combustibili fossili è addirittura aumentata dal 72% nel 2015 al 73% del fabbisogno nel 2023. Una dinamica che si riflette nella struttura del sistema energetico del Paese: nello stesso anno gas e petrolio rappresentavano il 79% dei consumi complessivi. La vulnerabilità del sistema italiano è legata anche a un altro fattore, di tipo strutturale: il livello limitato di elettrificazione dell’economia. Nel 2023 l’elettricità ha coperto appena il 22,1% di tutti i consumi finali di energia, una quota di poco inferiore alla media dell’Unione europea pari al 22,9%.

Per individuare risposte immediate all’impennata dei prezzi energetici, il tema approda oggi e domani (19 e 20 marzo) al centro del Consiglio europeo. La posizione italiana è stata delineata nei giorni scorsi in Parlamento, dove l’11 marzo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha indicato la linea che Roma intende sostenere a Bruxelles. “Con lo scoppio della crisi in Medio Oriente, il tema dei prezzi dell’energia ha evidentemente assunto ancora maggiore rilevanza ed è per questo che, a livello europeo, stiamo anche chiedendo di sospendere urgentemente l’applicazione dell’ETS alla produzione di elettricità da fonti termiche, cioè dal termoelettrico”, ha dichiarato Meloni. Una proposta che, nelle intenzioni del governo, dovrebbe accompagnarsi a un intervento più strutturale: “Aldilà di questa misura emergenziale e urgente, chiediamo che la revisione di ETS corregga strutturalmente l’effetto inflattivo legato all’applicazione congiunta delle regole europee di fissazione del prezzo dell’energia elettrica e dell’ETS”.

Il riferimento è all’Emission Trading System (ETS), il principale strumento di politica climatica ed energetica dell’Unione europea. Introdotto nel 2005 sulla scia del Protocollo di Kyoto e più volte riformato nel corso degli anni, il sistema si basa sulla creazione di un mercato del carbonio dove vengono scambiate quote di emissioni di CO2. Inizialmente concepito per regolamentare il settore elettrico e le industrie “energivore”, oggi coinvolge oltre 1.000 installazioni in Italia e più di 10mila in Europa. Con l’ultima riforma (intervenuta nel 2024) l’ETS è stato esteso al settore dell’aviazione civile e a quello navale. Il suo funzionamento si fonda sul principio del “cap and trade”: viene cioè fissato un tetto massimo alle emissioni complessive e le imprese ricevono quote che autorizzano a emettere una determinata quantità di CO₂. Se superano il limite assegnato, devono acquistare ulteriori permessi sul mercato, il cui prezzo è determinato dalla domanda e dall’offerta.

L’obiettivo di questo meccanismo è chiaro: orientare investimenti e innovazione verso tecnologie a basse emissioni. Perché ciò avvenga, tuttavia, il prezzo della CO₂ – quel “permesso a inquinare” che negli ultimi mesi si è attestato intorno ai 70 euro per tonnellata – deve risultare più elevato rispetto ai costi necessari per decarbonizzare processi produttivi e sistemi energetici. E in questa prospettiva, l’ETS ha contribuito negli anni a rafforzare la capacità di innovazione delle imprese, ad accrescerne la resilienza e ad accelerare lo sviluppo delle fonti rinnovabili, definite dall’Agenzia europea per l’ambiente la nostra “dichiarazione di indipendenza”. Non a caso, Paesi come Spagna e Paesi Bassi, insieme ad altri governi europei, hanno invitato la Commissione a non sospendere né indebolire il sistema.

La richiesta italiana rischia dunque di rivelarsi controproducente, anche perché una revisione dell’ETS avrebbe effetti limitati sui prezzi finali dell’energia in quanto, secondo l’analisi di ECCO, la quota ETS incide per il 6,8% sul prezzo dell’elettricità per le industrie energivore e per circa il 3% sulle bollette delle famiglie italiane. Si tratta, peraltro, di una quota inferiore a quella registrata in Germania (9,5%) e nei Paesi Bassi (8,5%), e in linea con la Spagna (6,5%), tutti Paesi che si sono già dichiarati contrari alla sospensione del sistema.

Più che sullo stop, il dibattito sull’ETS andrebbe concentrato su come utilizzare in modo efficace le risorse che genera. E qui i dati mostrano con chiarezza il paradosso italiano. Tra il 2012 e il 2024 le aste ETS hanno prodotto circa 18 miliardi di euro di entrate per le casse pubbliche, ma dalle rendicontazioni disponibili emerge che solo 1,6 miliardi - appena il 9% del totale - sono stati effettivamente spesi per renderci meno esposti a crisi energetiche. Si tratta di una scelta di cui ha beneficiato il deficit pubblico (alla cui riduzione sono stati orientati i proventi del sistema) e non la trasformazione del sistema energetico e industriale: se, dunque, quelle risorse fossero impiegate in modo strategico e corretto, esse potrebbero contribuire ad alleggerire in modo duraturo il peso degli oneri nelle bollette di famiglie e imprese e, soprattutto, incentivare la transizione energetica per affrancarci dalla dipendenza estera.

La questione, dunque, non è se indebolire l’ETS ma come aumentarne l’efficacia. Ridurre in modo strutturale i prezzi dell’energia richiede interventi mirati allo sviluppo delle rinnovabili, all’efficienza energetica e all’elettrificazione dei consumi, così da attenuare alla radice la volatilità legata ai combustibili fossili, specialmente in un mondo turbolento come quello in cui viviamo. Di conseguenza, occorre guardare al funzionamento del mercato elettrico europeo, basato sul meccanismo del “prezzo marginale”. In sostanza, l’energia viene acquistata all’ingrosso attraverso un sistema in cui le diverse fonti - rinnovabili, nucleare, carbone, gas - entrano in ordine di costo crescente. A soddisfare la domanda è una combinazione di queste fonti, ma il prezzo finale pagato da tutti è determinato dall’ultima centrale necessaria a coprire il fabbisogno: quella più costosa. E, nella maggior parte dei casi, questa fonte marginale è rappresentata dal gas naturale. Ed è qui che si concentra la fragilità del sistema italiano: nonostante la crescita delle rinnovabili, il gas continua a svolgere un ruolo dominante, arrivando a generare circa il 46% dell’elettricità prodotta nel Paese.

Contrariamente a quanto spesso si sente affermare, una rapida transizione energetica è dunque nell’interesse dell’Europa e dell’Italia, anche da un punto di vista puramente economico. Non possiamo però dimenticare che la crisi climatica sta accelerando e che questo determina, e determinerà, un costo crescente sull’economia e sulla società, come mostra anche un recente studio pubblicato su Lancet. Eventuali aggiustamenti dell’ETS non devono quindi in nessun modo determinare effetti negativi sui processi di transizione climatica, da accompagnare con nuove politiche industriali e sostegno, in una prospettiva di medio-lungo termine, ai settori produttivi decisivi per tale transizione.

Se fosse già operativa la Valutazione d’impatto generazionale (VIG) delle nuove leggi sull’equità generazionale (si attende a breve l’emanazione dei decreti attuativi) la soppressione dell’ETS sarebbe giudicata contraria al principio indicato nella legge 167/2025 “Le leggi della Repubblica promuovono l'equità intergenerazionale anche nell'interesse delle generazioni future”, nonché dei principi inseriti nella Costituzione con la revisione del 2022.
Evitiamo  di concentrare l’attenzione su soluzioni inefficaci e sbagliate, trasformando la necessaria gestione di una crisi in decisioni orientate tutte al breve termine, come quelle più volte prese nel corso degli ultimi anni in tema di politiche energetiche. Conseguire l’autonomia energetica dell’Unione europea è un obiettivo da perseguire con decisione e rapidità, e prendere decisioni che rallentano tale processo sarebbe sbagliato, senza se e senza ma.  

Scritto da Ivan Manzo
giovedì 19 marzo 2026
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