Editoriali
Nel mondo 100 persone muoiono ogni ora di solitudine. Tra social media, app e intelligenze artificiali, le evidenze e le esperienze di vita ci insegnano quali valori possono davvero contribuire al nostro benessere.
Un giovane brillante si laurea. Poi decide di abbandonare ogni sicurezza materiale e i legami familiari alla ricerca di una vita autentica. Viaggia attraverso gli Stati Uniti vivendo di incontri, lavori occasionali e natura selvaggia, spinto da un ideale di libertà assoluta. Arriva fino all’Alaska, dove la solitudine e la durezza dell’ambiente mettono alla prova il suo sogno, portandolo a una profonda riflessione sul senso della felicità e dei rapporti umani.
“La felicità è reale solo se condivisa”, comprende il giovane Christopher McCandless in punto di morte, come raccontato nel film Into the wild.
Perché la felicità è condivisione, relazione, contatto umano. Che sia per amore, per amicizia, per compagnia di colleghi. L’essere umano è intrinsecamente sociale. Aristotele parlava dell’essere umano come “animale sociale” o “zoon politikon”, sottolineando che la vita in comunità è essenziale per realizzare la propria natura e la propria felicità. Senza interazioni l’essere umano può soffrire di depressione, isolamento o ansia.
Questo vale nella “vita reale”, ma anche in quella digitale. A raccontarcelo è il World Happiness Report 2026, l’analisi globale sul benessere soggettivo che dedica quest’anno il focus ai social media. “Molte persone attribuiscono ai social media il calo della felicità, ma questa ipotesi resiste alla prova di un’analisi scientifica rigorosa?” si chiedono gli autori e le autrici del Rapporto.
Guardando alle giovani generazioni, la soddisfazione di vita è più alta a bassi livelli di utilizzo dei social media e più bassa a livelli più elevati, secondo i dati del Programme for International Student Assessment (Pisa) che coprono sette attività online per studenti di 15 anni in 47 paesi. Ma con una differenza: le attività di comunicazione, notizie, apprendimento e creazione di contenuti sono associate a una maggiore soddisfazione di vita, mentre quelle di social media, giochi e navigazione per divertimento sono associate a valutazioni di vita più basse. Tutte le attività online sono associate a una minore soddisfazione di vita quando l’uso è molto elevato. Insomma, la vera differenza la fa un uso moderato rispetto a un uso eccessivo.
I dati dell’America Latina mostrano che il tipo di piattaforma è cruciale. Le piattaforme progettate per facilitare le connessioni sociali mostrano una chiara associazione positiva con la felicità, mentre quelle basate su contenuti selezionati algoritmicamente tendono a mostrare un’associazione negativa a livelli elevati di utilizzo.
È freschissima, nel merito, una sentenza storica: Google e Meta sono state ritenute responsabili della dipendenza dai social media tra i giovani. Il verdetto è partito da una denuncia di una ventenne californiana che ha sostenuto che Youtube (Google) e Instagram (Meta) abbiano istigato la sua depressione. Inducendole pensieri suicidi fin dall’infanzia.
Ad ogni modo, il vero problema è: le piattaforme social sono ancora fatte per socializzare? Come raccontiamo in questo articolo su FUTURAnetwork, da anni si parla di morte dei social network. I social sono ancora vivi e vegeti se prendiamo come metro di giudizio la quantità di contenuti pubblicati online, ma se invece guardiamo alla ragione per cui sono nati, ovvero “socializzare”, il discorso cambia.
“Credo che i social media siano diventati meno social”, ha commentato Kyle Chayka, giornalista del New Yorker e critico culturale, intervistato dalla Bbc. “Se le piattaforme perdono il controllo sulla vita quotidiana delle persone e le persone normali non sentono più l'incentivo a postare, allora i social media diventano come la televisione. Ciò che ci rimane sono le pubblicità dei marchi, del fast fashion, delle case e degli hotel”.
Questo stato di salute del web non è il frutto di evoluzioni casuali ma di scelte premeditate, come sottolinea il giornalista Riccardo Luna nel suo libro dedicato al sogno infranto di internet Qualcosa è andato storto. Una volta compreso l’immenso potenziale pubblicitario delle piattaforme, Zuckerberg e altri dirigenti del settore hanno infatti scelto di privilegiare i contenuti monetizzabili (le preferenze degli utenti) piuttosto che dare spazio al racconto di una gita domenicale, segnando un passaggio cruciale dalla condivisione di esperienze all’esposizione dei contenuti che generano più engagement.
Ma chi pubblica e cosa viene pubblicato oggi sui social? Secondo Forbes, il 71% delle immagini sui social media è attualmente generato dall'intelligenza artificiale. AI che attira anche nella ricerca di compagnia, come raccontato in questo articolo: per alleviare il senso di solitudine milioni di persone si rivolgono alle AI companion, applicazioni progettate per fare conservazione e offrire supporto emotivo. Secondo un rapporto della società di consulenza Grand View Research, il mercato degli accompagnatori virtuali basati sull'intelligenza artificiale raggiungerà i 140 miliardi di dollari entro il 2030.
Il problema alla base è la solitudine. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, nel mondo cento persone muoiono ogni ora a causa della solitudine. La solitudine colpisce persone di tutte le età, ma in particolare giovani e persone che vivono nei Paesi a basso e medio reddito. Nella fascia d’età dai 13 ai 29 anni, una percentuale tra il 17 e il 21% ha dichiarato di sentirsi solo, con tassi più elevati tra gli adolescenti e le adolescenti. In Italia cresce il numero di single: la quota di persone single è quasi raddoppiata negli ultimi vent’anni. L’Economist ha parlato di una “grave recessione nelle relazioni”. Non tutti, però, sono single per scelta. Secondo uno studio condotto in 14 Paesi citato dall’Economist, solo il 40% di chi è solo dichiara di non essere interessato a una relazione. Questo suggerisce, almeno in parte, una sorta di fallimento nel modo in cui le persone si incontrano. I social media e le app di dating hanno ampliato il numero di potenziali partner, ma hanno aumentato anche la selettività, trasformando la ricerca di una relazione in un processo spesso frustrante.
Le relazioni rimangono una delle basi fondamentali per la felicità. Secondo il World Happiness Report 2025, la condivisione quotidiana ha effetti diretti sul benessere, come dimostra la correlazione tra la frequenza dei pasti in compagnia e la felicità percepita: in sostanza chi mangia spesso con altri si dichiara più soddisfatto della propria vita, indipendentemente dalla grandezza del nucleo familiare. Il contrario di ciò che accade in alcuni Paesi, come negli Stati Uniti, dove la crescente abitudine di mangiare da soli è tra i fattori legati alla riduzione del benessere.
Alla fine, ciò che emerge è semplice e chiaro: la vera felicità è fatta di presenza, di scambio autentico, di momenti condivisi, piccoli o grandi che siano, di connessioni digitali sociali basate su un uso moderato delle piattaforme. Come ha imparato Christopher McCandless, isolarsi può portare a grandi avventure e rivelazioni personali, ma la pienezza della vita si raggiunge attraverso gli altri. In un mondo sempre più digitale, tra social, app e intelligenze artificiali che cercano di colmare il vuoto della solitudine, ciò che contribuirà a dare un senso alla nostra vita è la condivisione.
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