Editoriali
Dalla lotta alla crisi climatica all’esplosione della spesa militare globale, il mondo sta spostando risorse e priorità nella direzione opposta a quella dello sviluppo sostenibile. Ma la Terra resta un sistema chiuso che impone urgenti azioni e l’assunzione di responsabilità comuni. 16/04/26
1970. In prima pagina sul New York Times esce, a firma di Joseph Lelyveld, l’articolo sulla prima Giornata della Terra. Titolo: Milioni partecipano alle celebrazioni della Giornata della Terra in tutto il Paese. Chi avrebbe detto che, più di 50 anni dopo, proprio gli Stati Uniti, con l’amministrazione Trump, sarebbero passati da alleati a nemici della Terra. Dall’uscita dall’Accordo di Parigi alle revoche per le concessioni per l’eolico, dallo stop agli investimenti per il clima al ritorno delle cannucce di plastica, dalla scissione con l’Ipcc all’eliminazione di oltre 30 regolamenti ambientali (e si potrebbe continuare oltre), le azioni compiute in poco più di un anno testimoniano questa brusca inversione di tendenza, per non parlare del ritiro dall’impegno per l’attuazione dell’Agenda 2030.
E intanto la Terra viene “asfaltata” dai lanci delle bombe e dalla guerra. Guerra che oscura tutta l’attenzione sulle tematiche ambientali e che genera inquinamento, come avevamo raccontato già per il conflitto in Ucraina, dove in soli 18 mesi erano state disperse in atmosfera 150 milioni di tonnellate di emissioni di anidride carbonica e altri gas serra. Guerra al Pianeta! L’economia di guerra e i suoi impatti sull’ambiente e il clima, la monografia a cura di A Sud e Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali, in collaborazione con l’Associazione Culturale 46° Parallelo, analizza il legame strutturale tra industria bellica, crisi ecologica e disuguaglianze globali. “Dire ‘guerra al Pianeta’ non è usare una formula retorica. È descrivere, finalmente, ciò che accade. Perché le guerre contemporanee sembrano proprio questo: una costante, continua, stupida guerra alla Terra”, si legge nel volume. “La guerra al Pianeta, in un Pianeta in guerra”.
Solo tra il 2000 e il 2023 la spesa globale per gli armamenti è aumentata dell’85%, con i primi 15 Paesi per investimenti nella difesa che concentrano oltre l’80% delle spese mondiali e corrispondono esattamente agli stessi 15 che generano quasi due terzi delle emissioni climalteranti. L’industria bellica genera il 5,5% delle emissioni globali totali (comprendendo addestramenti, mobilitazioni materiali e indotto produttivo, ma non includendo gli effetti dei conflitti). Se fosse un Paese, l’industria bellica sarebbe il quarto emettitore mondiale, dopo Cina, Usa e India. Secondo il rapporto Trends in World Military Expenditure, 2024 di Sipri, i Paesi con la più alta spesa militare pro-capite sono, nell’ordine: Israele, Usa, Singapore, Arabia Saudita, Norvegia, Ucraina, Kuwait, Danimarca, Paesi Bassi, Australia.
E poi va segnalato uno squilibrio importante: “Nel 2023 nel mondo sono stati destinati quasi 2.500 miliardi di dollari alla spesa militare, mentre i finanziamenti globali per la finanza climatica a favore dei paesi vulnerabili restano ancora fermi attorno ai 100 miliardi l’anno. È un disequilibrio che racconta l’agenda politica e le sue priorità: investiamo più di venti volte per alimentare la macchina bellica che per contenere il collasso climatico in corso”. Non a caso la monografia parla di un War Deal in contrapposizione a un Green Deal, che spiazza le risorse che negli ultimi anni erano state pensate per sostenere la transizione ecologica, progressivamente ridistribuite verso programmi di difesa e sicurezza. Il risultato? “Un pericoloso scollamento tra gli obiettivi climatici dichiarati e le scelte economiche che vengono effettivamente messe in campo”. Per questo il Rapporto ASviS Pace, giustizia e diritti: pilastri della sostenibilità raccomanda di assicurare che le spese militari non compromettano gli investimenti per lo sviluppo sostenibile e per la costruzione della pace, come recita il Patto sul Futuro adottato dai Paesi dell’ONU nel 2024.
Mentre maltrattiamo la Terra, il Pianeta rimane fonte di servizi ecosistemici: benefici che gli ecosistemi naturali ci forniscono gratuitamente per la vita umana. Cibo, acqua, legna, piante, impollinatori, biodiversità, bellezza del creato. Guardando agli esperimenti scientifici è interessante risalire agli anni ’90 quando ci si è chiesto: sarebbe possibile vivere in un mondo chiuso con tutto questo? Aveva provato a dimostrarlo l’esperimento Biosfera 2: un intero “mondo” racchiuso in 1,27 ettari situato nel cuore del deserto dell’Arizona, nato per simulare la complessità del nostro pianeta all’interno di un ecosistema chiuso. L’esperimento audace, controverso e a tratti utopico, ha diviso la comunità scientifica, ma continua ancora oggi a far parlare di sé. Progettata per ospitare otto persone (quattro uomini e quattro donne) per due anni isolate dal resto del mondo, l’obiettivo della Biosfera era dimostrare che un gruppo umano poteva sopravvivere in modo autosufficiente, respirando ossigeno prodotto dalle piante nella cupola, mangiando solo ciò che coltivava e vivendo in armonia con cinque ecosistemi artificiali. Non andò bene.
Emersero, infatti, delle difficoltà non previste. Mentre le attività quotidiane diventavano sempre più faticose, i raccolti non crescevano alla velocità prevista e ciò incideva sulle calorie a disposizione del team di ricerca. I “biosferiani” iniziarono dunque a perdere peso, anche in modo drastico: in media 16 chili ciascuno. L’alimentazione era povera di grassi e proteine, basata soprattutto su patate dolci e barbabietole. Altro problema fu l’ossigeno: nei primi 18 mesi, il livello scese dal 21% al 14,5%, comportando affaticamento, difficoltà cognitive e aumento di stress. Per evitare danni alla salute, si decise così di contravvenire alla regola principale dell’esperimento introducendo ossigeno dall’esterno della cupola. Con il passare dei giorni, i fattori bio-climatici resero difficili i rapporti umani. La tensione, infatti, cresceva, a tal punto che due membri del gruppo smantellarono i telefoni per interrompere le comunicazioni con l’esterno, mentre altri due si rifiutarono di partecipare agli esperimenti scientifici. Il gruppo si divise persino in due fazioni. A quel punto fu chiarissimo: la sfida non era solo tecnica o ecologica, ma profondamente umana.
A distanza di tanti anni, Biosfera 2 non è stato poi così fallimentare. I suoi protagonisti, come Mark Nelson e Linda Leigh, ricordano quell’esperienza come una lezione profonda: ogni respiro dipendeva dalle piante, ogni rifiuto doveva essere trasformato, ogni gesto aveva conseguenze visibili. Non c’era modo di esternalizzare gli impatti. Era un’ecologia totale, concreta, quotidiana, dove le tensioni tra persone hanno però inciso pesantemente sul successo dell’esperimento.
Un delle lezioni apprese da quell’esperimento è che in un mondo segnato dalle crisi ambientali e dai limiti planetari, caratteristiche che molti umani non conoscono o che rifiutano sul piano cognitivo, la consapevolezza di essere parte di un “sistema chiuso” non può essere assunta come condivisa e quindi, momenti come la Giornata della Terra, possono aiutare a far avanzare tali concetti tra la popolazione. Ma questo non è senza conseguenze sulla vita sociale e politica, le quali vanno prese in considerazione dai decisori politici. Se le conseguenze dell’uso di energie fossili, di un capitalismo sfrenato e di stili di vita insostenibili non possono essere più scaricate “fuori”, perché siamo tutti, ogni giorno, dentro la stessa barca, o meglio, dentro Biosfera 1, dobbiamo insistere perché le scelte pubbliche tornino a essere coerenti con le dichiarazioni. Continuare a spostare risorse dalla transizione ecologica alla spesa militare non è solo miope: è controproducente. Nell’unico mondo che abbiamo, la vera alternativa non è tra Green Deal e War Deal, ma tra futuro e declino.
