Sviluppo sostenibile
Lo sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.

L'Agenda 2030 dell'Onu per lo sviluppo sostenibile
Il 25 settembre 2015, le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, un piano di azione globale per le persone, il Pianeta e la prosperità.

Goal e Target: obiettivi e traguardi per il 2030
Ecco l'elenco dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals - SDGs) e dei 169 Target che li sostanziano, approvati dalle Nazioni Unite per i prossimi 15 anni.

Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile
Nata il 3 febbraio del 2016 per far crescere la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e per mobilitare la società italiana, i soggetti economici e sociali e le istituzioni allo scopo di realizzare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Altre iniziative per orientare verso uno sviluppo sostenibile

Contatti: Responsabile Rapporti con i media - Luisa Leonzi
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The Italian Alliance for Sustainable Development (ASviS), that brings together almost 300 member organizations among the civil society, aims to raise the awareness of the Italian society, economic stakeholders and institutions about the importance of the 2030 Agenda for Sustainable Development, and to mobilize them in order to pursue the Sustainable Development Goals (SDGs).
 

Editoriali

I giovani non sono spariti: stanno cercando un nuovo modo per cambiare il mondo

Dopo i Fridays for Future, che fine hanno fatto i giovani? Ci sono ancora, ma la mobilitazione si è spostata su altri temi. Ora chiedono spazi reali di partecipazione, ascolto e una nuova visione in cui riconoscersi. 18/06/26

"Six-Seven, six-seven”.

Le mani, con il palmo rivolto in alto, si alternano su e giù. Persino Google, se digitiamo “six-seven”, balla tutto. Ma che cosa vuol dire? NIENTE. Questa è la risposta. Un gesto virale tra le giovani generazioni (dai più piccoli fino ai 16 anni), un meme, che non vuol dire nulla. Anche Papa Leone XIV lo ha ripreso. Ma perché lo ha fatto? Perché è un linguaggio, che parla a tutti i giovani e le giovani. Un modo per avvicinarli, per dialogare con loro.

Nessun messaggio, nessuna rivendicazione, nessuna visione del mondo. Eppure, proprio qui risiede la sua forza. La mimica funziona perché non comunica un contenuto, ma un’appartenenza”, ha affermato Aldo Grasso su Il Corriere della Sera. “Il ‘six-seven’ è forse il gesto più sincero del nostro tempo: una forma vuota nella quale ciascuno può mettere ciò che desidera. Anche niente”.

Qualcuno dice che il significato sia la mediocrità (6 o 7 su 10), qualcun altro lo lega al mondo del basket, ma il punto interessante mi sembra quello dell’appartenenza. Perché i giovani vogliono ancora sentirsi parte di qualcosa.

Dai tempi delle piazze piene dei Fridays for future e delle azioni di Extinction Rebellion ci troviamo in un momento di stasi con i giovani. Gli animi della loro forte appartenenza a questi movimenti si sono spenti. C’è da chiedersi perché e vorrei fare alcune prime riflessioni sul tema.  

Un ruolo chiave lo sta giocando senza dubbio il cambiamento geopolitico. In particolare, i temi dei diritti si sono legati sempre più alla battaglia per la Palestina. L’agenda pubblica è cambiata: guerre, inflazione, crisi energetica e sicurezza internazionale hanno occupato gran parte dell'attenzione mediatica e politica. Il focus si è spostato e le piazze si riempiono per motivi diversi. “La costellazione del movimentismo climatico ha cambiato faccia: il Covid-19 e i nuovi disordini globali sembrano aver spostato l’attenzione dei giovani su altri temi rispetto al clima, ma in realtà sempre più ragazzi concordano sul fatto che la tutela dell’ambiente non possa essere separata dalla giustizia sociale”, scrive Arianna Salvatori su Avvenire. Dopotutto, una ricerca sulla sostenibilità sociale realizzata da Eikon Strategic Consulting e presentata in Adnkronos rivela che il concetto di sostenibilità si sta spostando dal solo perimetro ambientale a quello, più ampio e più vicino alla vita quotidiana, della vulnerabilità sociale. Secondo l’indagine, condotta su 2mila giovani italiani tra i 16 e i 34 anni, le preoccupazioni di questi giovani verso il futuro del loro Paese riguardano lavoro, economia, povertà, clima, guerra, sanità, disoccupazione. “Vince largamente la dimensione economico-sociale, a conferma che in quell’area la sostenibilità aggancia in modo forte la vita quotidiana e vi si radica in quanto sostenibilità sociale. Il clima, l’ambiente, l’inquinamento sono presenti e tuttavia lontani dal prevalere sui bisogni diretti e concreti dell’esistenza”, si legge.  Secondo un’indagine del Forum Disuguaglianze e Diversità su 3mila giovani tra i 17 e i 19 anni, invece, le nuove generazioni sono sensibili e consapevoli rispetto ai temi della giustizia sociale e ambientale, ma l’81,5% pensa che la propria voce non conti.

In secondo luogo, c’è il tema finanziamenti. Sempre su Avvenire si legge che “anche se sono riusciti a riempire le piazze, non hanno alle spalle una struttura solida come altri collettivi. ‘Sicuramente anche l’età conta’, commenta Silvia, attivista di Ultima Generazione, ‘ad esempio qua a Torino è una realtà che continua a esistere, però sono tutti ragazzini fra i 16 e i 20 anni. Quindi per loro riuscire a trovare il tempo ma soprattutto i soldi è più difficile. E i soldi servono per far succedere le cose’”.

Credo ci sia poi la questione della repressione. Associazioni come Extinction Rebellion e Ultima generazione sono diventate famose per i loro imbrattamenti, i blocchi stradali, le manifestazioni di disobbedienza civile. Poi, la stangata. Le manifestazioni sono state criminalizzate, protestare è diventato pericoloso. Anche l'opinione pubblica è diventata più ostile verso le proteste che interrompono la vita quotidiana. Questo potrebbe aver scoraggiato le azioni eclatanti che conducevano questi movimenti.

Occorre riflettere anche sulla perdita di speranza e il senso di incertezza. Le giovani generazioni sentivano forte l’urgenza del cambiamento. Ma il cambiamento non è arrivato. L’innalzamento delle temperature c’è stato. La percezione è che, nonostante anni di manifestazioni, le emissioni globali continuano a crescere e i governi procedono troppo lentamente. Questo può generare frustrazione, scoraggiamento e una minore propensione alla mobilitazione di massa. Il tutto in un tempo in cui domina l’incertezza. “il ‘cambiamento è la nuova normalità’ di vita, non solo dell’economia”, afferma Daniele Marini da Il Sole 24Ore riportato sul sito di Fondazione San Benedetto, “l’unica certezza di cui si dispone è l’incertezza. E le generazioni attuali hanno in buona misura introiettato questo sistema di vita”. Nonostante questo, le giovani generazioni sono quelle che pensano di più al futuro. Lo rivela il Barometro sul futuro, realizzato dall’ASviS con l’Istituto Piepoli, secondo cui il 54% dei 20-39enni ci pensa spesso, rispetto al 39% dei 40-59enni.

Manca poi forse un leader? Greta Thunberg ha ispirato tanti giovani grazie alla sua capacità di incarnare un messaggio semplice e potente: ascoltare la scienza e agire subito contro la crisi climatica. È stata un catalizzatore mediatico straordinario. Ora i movimenti hanno iniziato a privilegiare una leadership diffusa.

Va considerata anche la stanchezza militante. Molti attivisti che avevano 16-18 anni nel 2019 oggi studiano, lavorano o hanno assunto altri ruoli. Alla crisi climatica si sono aggiunte la precarietà lavorativa, il caro vita e la difficoltà di accesso alla casa, le guerre e l'instabilità geopolitica, l'ansia legata alle tecnologie e all'intelligenza artificiale, un diffuso senso di incertezza sul futuro. Hanno nuove sfide davanti che catalizzano le loro energie.

Eppure, i giovani non è che non ci sono. Sono impegnati nel volontariato, cercano di incidere nei modelli di leadership aziendale, sono attivi nelle community online, manifestano impegno civico locale e hanno dato un segno di attenzione politica anche con la partecipazione al referendum sulla Giustizia. Per questo, più che parlare di assenza dei giovani, si potrebbe parlare di una crisi della mobilitazione giovanile. L'energia c'è ancora, ma non è riuscita a trovare una nuova forma, una nuova leadership e forse nemmeno una nuova speranza collettiva attorno a cui organizzarsi. “I giovani non sono assenti. Hanno desideri forti e idee chiare. Il punto è: diamo loro lo spazio e gli strumenti per partecipare al presente e costruire il futuro?” domanda Alessandro Rosina, professore dell’Università Cattolica di Milano e coordinatore del Rapporto Giovani. C'è disillusione, sì. Ma non disinteresse. I giovani intervistati raccontano di una politica lontana, chiusa, poco coerente. Eppure, quando si parla di temi locali, diritti, ambiente, si accende l'interesse. C'è una richiesta forte e chiara: più spazi veri di partecipazione. Secondo il Barometro sul futuro, tutte le generazioni ritengono che i giovani siano poco considerati dai governi: solo una persona su quattro crede che i governi agiscano nell’interesse delle future generazioni.

Per cambiare rotta, è stato dato il via al Patto Generazionale del Cnel, un'iniziativa sviluppata dal Cnel insieme al Consiglio nazionale dei giovani che rientra nell'accordo istituzionale con il ministro per lo Sport e i Giovani. Il progetto coinvolge oltre 60 associazioni e organizzazioni giovanili provenienti dal mondo dell'impresa, del lavoro, dell'università e del terzo settore. I partecipanti sono impegnati in cinque tavoli di lavoro dedicati a debito pubblico, pensioni, occupazione giovanile, attrattività del Paese e partecipazione democratica. L'obiettivo è elaborare proposte condivise per costruire un "nuovo patto" tra generazioni, orientando le politiche pubbliche affinché tengano maggiormente conto dell'impatto sulle nuove generazioni e favoriscano crescita, occupazione e sostenibilità sociale nel lungo periodo. Il percorso, già in fase avanzata nella stesura dei documenti emersi dai singoli tavoli, si concluderà con la presentazione di un documento finale contenente le raccomandazioni emerse dal confronto tra i giovani e le istituzioni. 

Come ASviS, invece, abbiamo proposto una Assemblea nazionale sul futuro, che prevede una Costituente con 40 giovani under 35 e 12 mentor (personalità come Giuliano Amato, presidente emerito della Corte Costituzionale) e che si terrà a Parma nel 2027, e delle “Piazze sul futuro”: momenti di partecipazione civica dal basso, guidati in particolare dalle giovani generazioni, che nei prossimi mesi attraverseranno il Paese raccogliendo idee, proposte e visioni per l’Italia del 2050. Chiunque può promuovere una Piazza sul Futuro candidando la propria iniziativa e contribuendo così ad ampliare una rete di confronto diffusa su tutto il territorio nazionale. Nella Piazza sul futuro dei giovani dell’Agesci sono emersi uno sguardo estremamente lucido sulla realtà, una tensione molto forte tra speranza e preoccupazione, un grande senso di solitudine, uno sguardo critico verso il mondo degli adulti. Ma anche la voglia di non arrendersi con rassegnazione. “Non dobbiamo essere indifferenti all’indifferenza”: nonostante le incertezze e le difficoltà del presente, i giovani continuano a credere che il cambiamento sia possibile, a condizione di non smettere di interessarsi agli altri e al mondo che condividiamo.

Andando ai dati, secondo l’Istat, nonostante l’inverno demografico, i giovani tra i 15 e i 34 anni sono circa 12,2 milioni, pari al 20,6% della popolazione residente. “L'attenzione a questa generazione dovrebbe caratterizzare anche le scelte politiche in particolare di chi pensa l'anno prossimo di presentarsi al giudizio degli elettori”, afferma il direttore scientifico dell’ASviS Enrico Giovannini nella sua rubrica Scegliere il futuro. Secondo i dati dell’ultimo Rapporto Istat riportati da Giovannini, tra i ragazzi e le ragazze di 11-19 anni solo il 54,6% si dichiara molto o moltissimo soddisfatto della propria vita, il che significa che il 45% non lo è. Inoltre, occorre fare una riflessione sul rapporto con i social media. Tra le ragazze che li utilizzano molto frequentemente, il 48% dichiara di sentirsi agitata, contro il 33% di chi li usa meno. Secondo diversi studi pubblicati su riviste scientifiche, come Jama riportato da Focus, i preadolescenti che utilizzano i social per diverse ore al giorno ottengono risultati peggiori nei test di lettura, vocabolario e memoria rispetto a chi li usa poco o nulla. Non sorprende dunque la scelta di alcuni governi, come quello britannico (che segue un divieto simile introdotto lo scorso anno dall’Australia), di vietare i social ai minori di 16 anni. .

Ma tornando alla partecipazione, il punto è che abbiamo interpretato il silenzio delle piazze come un segno di disinteresse, quando potrebbe essere invece il sintomo di una ricerca ancora aperta. I giovani non hanno smesso di voler cambiare il mondo. Per questo il successo di un gesto come il “six-seven” dovrebbe farci riflettere. Dietro quella sequenza apparentemente priva di significato non c'è il vuoto, ma il bisogno di riconoscersi, di sentirsi parte di una comunità, di condividere un linguaggio comune. È lo stesso bisogno che qualche anno fa riempiva le piazze dei Fridays for Future. La differenza è che allora esisteva una causa capace di trasformare l'appartenenza in azione collettiva. La vera domanda, oggi, non è dove siano finiti i giovani. La domanda è se la politica, le istituzioni e la società civile siano ancora in grado di offrire loro una visione credibile del futuro e spazi reali in cui esercitare la cittadinanza.

giovedì 18 giugno 2026
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