Editoriali
È ora che tutti i partiti si pronuncino con chiarezza sulle politiche migratorie per i prossimi 20/30 anni. Sono urgenti in particolare strategie di medio e lungo periodo per la formazione e l’integrazione culturale.
Sono oltre 40 milioni le persone in fuga da violenze e conflitti nel mondo, a cui si aggiungono quasi 69 milioni di sfollati interni. Una parte del fenomeno mostra una lieve flessione rispetto all’anno precedente, legata soprattutto all’aumento dei ritorni nei Paesi d’origine. Ma si tratta spesso di rientri fragili, in contesti ancora instabili, mentre sette rifugiati su dieci vivono in condizioni di povertà. Il dato forse più rilevante è però un altro: il 65% delle persone in fuga da conflitti e persecuzioni trova protezione nei Paesi confinanti, spesso a basso o medio reddito; sono dunque questi Stati a sostenere il peso principale della crisi globale dei rifugiati. È questo il quadro delineato dal Global Trends report dell’Alto Commissario Onu per i rifugiati (Unhcr), pubblicato a giugno in occasione della Giornata mondiale del rifugiato.
Un quadro drammatico, a cui si aggiunge il problema dei migranti economici e la pressione crescente di quelli climatici, che dovrebbe guidare il dibattito pubblico europeo e italiano su un tema che resta strutturalmente complesso: la gestione dei flussi migratori. L’Unione europea ha provato a ridisegnare in modo complessivo il sistema di gestione dei flussi migratori e del diritto d’asilo attraverso il Patto europeo su migrazione e asilo. Approvato nel 2024, si sta traducendo operativamente tra il 2025 e il 2026. Il Patto ha introdotto alcune novità, tra cui: lo screening obbligatorio alle frontiere esterne dell’Ue; il maggiore ricorso a procedure accelerate di asilo e rimpatrio; il meccanismo di solidarietà tra Stati membri, secondo cui non esiste più un obbligo unico di ricollocamento dei richiedenti asilo, ma un sistema flessibile in cui i Paesi possono scegliere tra accoglienza, contributi finanziari o supporto operativo. Recentemente Martina Ciai si è espressa così su La Repubblica:
Il nuovo affondo del Governo sull’attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo preoccupa non solo le organizzazioni che si occupano di diritti dei migranti, ma chiunque abbia a cuore il funzionamento democratico delle istituzioni. Nel comunicato diffuso dal Tavolo Asilo e Immigrazione, viene denunciata la scelta di procedere ancora una volta attraverso la decretazione d’urgenza, mentre il Parlamento sta già esaminando un disegno di legge sulla stessa materia. Una modalità che, secondo le associazioni, limita il dibattito pubblico e riduce il ruolo delle assemblee elettive proprio su temi che incidono direttamente sui diritti fondamentali”.
Nel comunicato si evidenzia come il Governo abbia mantenuto opachi i piani di implementazione del Patto, limitando il confronto con enti locali, organizzazioni della società civile e operatori del settore. E “quando le regole diventano opache e l'emergenza si trasforma in metodo di governo, a indebolirsi non sono soltanto le garanzie per le persone migranti, ma la qualità stessa dello Stato di diritto”, aggiunge Ciai.
Mentre in Europa si cerca di dare attuazione al nuovo Patto su migrazione e asilo, negli Stati Uniti la recente sentenza della Corte Suprema che ha respinto il tentativo di Donald Trump di limitare la cittadinanza per nascita ha riportato al centro uno dei principi fondanti dell'ordinamento americano. La vicenda dimostra come le politiche migratorie non riguardino soltanto il controllo delle frontiere, ma investano il rapporto tra sicurezza, diritti fondamentali e tenuta dello Stato di diritto. Le decisioni in materia di immigrazione possono essere oggetto di legittimo confronto politico, ma trovano un limite nelle garanzie costituzionali e negli obblighi internazionali che gli ordinamenti democratici si sono dati.
Anche in Europa la ricerca di un equilibrio tra queste esigenze è diventata una delle principali sfide politiche del nostro tempo. L'approvazione del nuovo Patto su migrazione e asilo rappresenta il tentativo più ambizioso degli ultimi anni di costruire una risposta comune a un fenomeno che nessun Paese può affrontare da solo. Tuttavia, il compromesso raggiunto riflette anche le profonde divisioni che attraversano l'Unione europea: da un lato la richiesta di rafforzare il controllo delle frontiere esterne e accelerare le procedure di rimpatrio, dall'altro la necessità di garantire il diritto d'asilo e una più equa condivisione delle responsabilità tra gli Stati membri.
La questione centrale resta però un'altra. Da troppo tempo il dibattito sull'immigrazione si sviluppa attorno a una contrapposizione che rischia di essere fuorviante: sicurezza contro accoglienza, controllo contro diritti. È una rappresentazione che semplifica un fenomeno molto più complesso e che finisce per alimentare polarizzazioni invece di favorire soluzioni efficaci.
La gestione dei flussi migratori riguarda certamente la sicurezza dei confini e delle comunità locali, ma coinvolge anche fattori economici, sociali e demografici che difficilmente possono essere ignorati. In un continente che invecchia rapidamente e che in molti settori produttivi fatica a trovare manodopera qualificata e non qualificata, la migrazione fa parte delle trasformazioni che stanno ridefinendo il mercato del lavoro, il welfare e la sostenibilità dei sistemi economici. Allo stesso tempo, l'integrazione richiede investimenti, capacità amministrativa, politiche per l'istruzione e il lavoro. Per questo servono strategie di medio e lungo periodo per la formazione e l’integrazione culturale. Senza questi strumenti, le tensioni sociali aumentano e cresce la percezione di insicurezza che alimenta ulteriori contrapposizioni, portando al rifiuto da parte di un pezzo della società. Come sostiene Zygmunt Bauman, di fronte a qualsiasi forma di difficoltà, conflitto o pericolo, la reazione istintiva è la chiusura piuttosto che la risoluzione, il cercare “una via di uscita che abbia una porta abbastanza solida da chiudersi dietro”. Dopotutto, dalle voci delle destre emerge il grido della remigrazione, il rifiuto all’accoglienza e il desiderio a respingere quanti cercano accoglienza nel nostro Paese.
Ma come sostiene lo “Shadow report voluntary national review italiana 2026” a cura di Gcap Italia e del progetto GenP - Focsiv: “Le migrazioni non sono una minaccia e non esiste alcuna invasione. La narrazione pubblica e politica securitaria sulle migrazioni è pericolosa per la democrazia e i diritti. Essa va rivoltata guardando alle migrazioni in termini di opportunità per lo sviluppo sostenibile, investendo decisamente nella mobilità regolare (che oggi non funziona), nell’accoglienza e in una integrazione positiva, eliminando la schiavitù e il precariato che affligge anche i giovani, riformando il Patto europeo su migrazioni e asilo e il testo unico sull’immigrazione. In specifico, è necessario fermare la strumentalizzazione della cooperazione allo sviluppo per fini di controllo migratorio, l’esternalizzazione delle frontiere, firmare e partecipare attivamente al Global compact sulle migrazioni e i rifugiati”.
La vera sfida ora non consiste nello scegliere tra sicurezza e accoglienza, ma nel costruire una politica migratoria capace di tenere insieme entrambe. Ciò che oggi sembra mancare, in Italia come in gran parte dell'Europa, è soprattutto una visione di lungo periodo. Le forze politiche si confrontano spesso sulle singole misure, sugli sbarchi, sui rimpatri, sugli accordi con i Paesi terzi o sui centri di accoglienza. Molto più raramente discutono di quale modello di società intendano costruire nei prossimi venti o trent'anni e di quale ruolo possano avere le migrazioni all'interno di quel progetto. Occorre riflettere su come conciliare il bisogno di sicurezza con una politica di immigrazione che tenga conto dei diversi fattori. È una grande sfida su cui tutti i partiti devono pronunciarsi con chiarezza.
Continuare a rincorrere le emergenze non basta più. La politica migratoria ha bisogno di uscire dalla logica delle contrapposizioni e diventare finalmente una politica di sistema, capace di guardare al futuro.
