Sviluppo sostenibile
Lo sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.

L'Agenda 2030 dell'Onu per lo sviluppo sostenibile
Il 25 settembre 2015, le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, un piano di azione globale per le persone, il Pianeta e la prosperità.

Goal e Target: obiettivi e traguardi per il 2030
Ecco l'elenco dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals - SDGs) e dei 169 Target che li sostanziano, approvati dalle Nazioni Unite per i prossimi 15 anni.

Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile
Nata il 3 febbraio del 2016 per far crescere la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e per mobilitare la società italiana, i soggetti economici e sociali e le istituzioni allo scopo di realizzare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Altre iniziative per orientare verso uno sviluppo sostenibile

Contatti: Responsabile Rapporti con i media - Luisa Leonzi
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The Italian Alliance for Sustainable Development (ASviS), that brings together almost 300 member organizations among the civil society, aims to raise the awareness of the Italian society, economic stakeholders and institutions about the importance of the 2030 Agenda for Sustainable Development, and to mobilize them in order to pursue the Sustainable Development Goals (SDGs).
 

Editoriali

Le fragilità dell’informazione italiana che ostacolano il dibattito pubblico

Tra concentrazione editoriale, influenza politica e ritardi normativi, l’informazione italiana è esposta a pressioni e querele temerarie. Lo sottolineano recenti studi europei e internazionali. 09/07/26

L’ultimo studio sulla libertà di stampa ha il sapore di una conferma: l’informazione italiana continua a essere dipendente dalla politica e segnata dal conflitto di interessi, un nodo strutturale mai seriamente affrontato. Ed è proprio questa fragilità a riflettersi sulla qualità del dibattito pubblico, limitando la capacità del Paese di comprendere e affrontare le trasformazioni necessarie per mettersi al riparo dalle crisi presenti e, con ogni probabilità, future.

Secondo il Centre for media pluralism and media freedom, iniziativa cofinanziata dall’Unione europea, in tema di libertà di stampa il nostro Paese rientra nella fascia di rischio medio-alto (51%), un valore superiore a quello medio europeo (49%), e nella classifica dei 27 Stati UE si trova al 15esimo posto. Il punto più critico riguarda la pluralità del mercato dei media, valutata come ad “alto rischio” con un punteggio del 69%, a causa di una forte concentrazione della proprietà editoriale e della poca trasparenza. “La persistente carenza di dati, la limitata capacità di controllo e la rapida evoluzione dei mercati digitali riducono la capacità delle norme esistenti di salvaguardare efficacemente il pluralismo dei media. Di conseguenza, i rischi legati alla concentrazione, alla sostenibilità economica e all'indipendenza rimangono significativi e solo parzialmente mitigati”, si legge nello studio.

Non va meglio sul fronte dell’indipendenza politica, che registra un rischio medio-alto (48%). Qui il parametro che incide maggiormente è il servizio pubblico: la Rai, infatti, è considerata ad “alto rischio” a causa di una governance fortemente esposta all’influenza del governo. Il sistema di nomina del Consiglio di Amministrazione, definito dalla legge Renzi del 2016, assegna sei consiglieri su sette alla maggioranza di governo, rendendo così la gestione dipendente dai partiti. Una condizione che espone l’azienda in aperto contrasto con lo spirito dell’European Media Freedom Act (EMFA) che impone agli Stati membri di garantire autonomia e indipendenza al servizio pubblico, a partire da procedure di nomina trasparenti. L’European Media Freedom Act, tra l’altro, andava recepito entro l’8 agosto dello scorso anno, cosa che non è accaduta. Ciò ha generato una serie di tensioni che hanno vissuto proprio in questi giorni un punto di non ritorno con le dimissioni della Commissione di Vigilanza Rai. Una prima volta nel panorama legato al servizio pubblico del nostro Paese.

Il quadro evidenziato dallo studio citato trova conferma nel World Press Freedom Index, studio di riferimento di Reporter Senza Frontiere (RSF). Nel 2025, infatti, l’Italia è scivolata al 49° posto su 180 Paesi analizzati, perdendo otto posizioni rispetto al 2024, un arretramento che riflette l’influenza crescente degli interessi economici sull’informazione, in un contesto segnato da forti concentrazioni proprietarie. La struttura del sistema mediatico non è, infatti, irrilevante per la libertà di stampa e la qualità dell’informazione. Oggi, in Italia, pochi grandi gruppi - come GEDI, RCS e Mediaset - controllano la quota maggioritaria della stampa nazionale e del mercato televisivo pubblicitario. A questo si aggiunge la presenza diretta della politica nel settore editoriale, come nel caso del senatore della Lega, Antonio Angelucci, che è tutt’ora editore di testate come Il Giornale, Libero e Il Tempo.

Un altro tema determinante per la trasparenza e la qualità del sistema mediatico è ascrivibile al fenomeno delle “SLAPP” (Strategic Lawsuits Against Public Participation), le querele temerarie utilizzate per intimidire chi svolge attività di interesse pubblico. Anche in questo caso, l’Italia non ha ancora recepito la Direttiva europea 2024/1069, il cosiddetto “pacchetto anti-SLAPP”, il cui termine è scaduto il 7 maggio 2026. La normativa introduce strumenti come il rigetto rapido delle cause infondate, il rimborso integrale delle spese legali e le misure di formazione e prevenzione per proteggere giornalisti e attivisti dalle querele a scopo intimidatorio. Il mancato recepimento espone l’Italia al rischio di procedure d’infrazione e mantiene un vuoto normativo che favorisce abusi, contribuendo a indebolire ulteriormente il pluralismo dell’informazione.

I numeri restituiscono con chiarezza la portata delle SLAPP. Secondo il consorzio europeo CASE (The Coalition Against SLAPPs in Europe), nel 2024 sono state mappate 167 azioni legali temerarie in Europa (166 nel 2023), mentre per il secondo anno consecutivo è l’Italia a registrare il numero più alto di casi (21), seguita dalla Germania (20). Parallelamente, l’Osservatorio Ossigeno per l’Informazione segnala 677 giornalisti minacciati in Italia nel 2025, con un aumento del 31% rispetto ai 516 dell’anno precedente. Queste dinamiche si intrecciano sia con la precarietà del lavoro giornalistico (buona parte dell’informazione italiana ricade sulle spalle di free-lance), sia con un clima intimidatorio che favorisce forme di autocensura. Un elemento che si manifesta nei settori più esposti, come quello ambientale ed energetico, dove interessi imprenditoriali e conflitti sociali sono marcati.

La vicenda giudiziaria tra Eni e le ONG ReCommon e Greenpeace Italia rappresenta, da questo punto di vista, un caso emblematico. La Società aveva citato in giudizio le organizzazioni per diffamazione, accusandole di aver danneggiato la propria reputazione in base a “La giusta causa”. Si tratta della causa civile intentata nel 2024 da ReCommon, Greenpeace Italia e 12 tra cittadine e cittadini nei confronti dell’Eni, una delle più significative climate litigation in ambito internazionale. In breve, le ONG chiedono due cose al Tribunale di Roma: l’accertamento del danno e della violazione dei diritti umani alla vita e alla salute, sulla base delle attività legate ai combustibili fossili condotte dal cane a sei zampe; la revisione da parte dell’azienda della propria strategia industriale, in modo da ridurre le emissioni di gas climalteranti di almeno il 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2020, nel rispetto dell’Accordo di Parigi. A rendere ancora più complesso il quadro, si aggiunge la denuncia presentata dall’Eni nei confronti di Antonio Tricarico (ReCommon) per via di un’intervista rilasciata nel 2024 nel corso della trasmissione Report (Rai 3). Una vicenda che ha attirato anche l’attenzione della stampa internazionale, con un approfondimento dedicato dal quotidiano britannico The Guardian.

Le fragilità strutturali del sistema dell’informazione italiana - dalla concentrazione proprietaria alle SLAPP - non rappresentano un problema esclusivo del mondo dei media. Quando viene indebolita la capacità dell’informazione di indagare, verificare e portare alla luce interessi e responsabilità, si riduce la possibilità di costruire un dibattito pubblico trasparente su questioni decisive per il futuro del Paese. E senza un confronto libero e informato, anche il percorso verso un modello di sviluppo più sostenibile rischia di rimanere incompiuto. Non è un caso se la libertà di stampa viene vista come un pilastro dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto. Anche il Target 10 del Goal 16 (Pace, giustizia e istituzioni solide) dell’Agenda 2030 sottolinea che occorre “garantire l'accesso del pubblico alle informazioni e proteggere le libertà fondamentali, in conformità con la legislazione nazionale e con gli accordi internazionali”. Senza dimenticare, infine, che viviamo in un contesto segnato da disinformazione e pressioni sui media, e dall’impatto delle nuove tecnologie digitali. Garantire un’informazione libera, affidabile e pluralistica diventa così una condizione essenziale. Ne va della qualità delle democrazie. Ecco perché l’Italia, che andrà alle elezioni politiche nel 2027, dovrebbe almeno recepire il prima possibile le Direttive europee in materia e porre il tema al centro del dibattito pubblico dei prossimi mesi. 

Scritto da Ivan Manzo
giovedì 9 luglio 2026
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