Editoriali
L’AI Act la rende leader nella regolazione, ma per competere con Usa e Cina servono capitali, talenti e un mercato Ue più forte. Un segnale incoraggiante arriva dal Barometro Accenture: il gap delle imprese europee con quelle nordamericane si sta restringendo. 06/08/26
Il 2 agosto sono entrati in vigore gli obblighi di trasparenza previsti dall’AI Act, la legge dell’Unione europea che regolamenta l’uso dell’intelligenza artificiale. Qualche giorno prima le linee guida fornite dalla Commissione europea hanno chiarito alcuni concetti applicativi, dai chatbot ai contenuti generati dall'AI fino ai deepfake. La regolamentazione europea ha il merito di ripensare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale tenendo conto dei rischi e suggerendo un’adozione graduale prima della diffusione su larga scala. È una scelta coerente con la tradizione europea di tutela dei diritti e responsabilità tecnologica. Ma questo approccio non è accettato in altre regioni del mondo, a partire da Stati Uniti e la Cina, i Paesi che stanno sviluppando i sistemi di AI più avanzati al mondo.
Al vertice di Pechino di maggio, Donald Trump e Xi Jinping hanno concordato di avviare un dialogo intergovernativo sull’intelligenza artificiale. Ma è difficile immaginare che due superpotenze che si contendono la supremazia nell'AI possano realmente cooperare per una governance comune. Più probabilmente continueranno a sviluppare modelli, infrastrutture e standard propri, affrontando al tempo stesso i rischi dell’AI perché sempre più intrecciati con la sicurezza nazionale.
Consapevole della posta in gioco, l'amministrazione Trump aveva inizialmente puntato sulla deregolamentazione, convinta che i vincoli avrebbero rallentato l’innovazione americana. Ma negli ultimi mesi ha ricalibrato la sua strategia, dovendo confrontarsi con i crescenti rischi informatici posti dall'intelligenza artificiale. Da qui la recente decisione di bloccare per qualche settimana i modelli di AI più avanzati, temendo che potessero finire nelle mani degli hacker. Di assoluto rilievo è anche Pax Silica, l’alleanza guidata dagli Usa per la sicurezza della catena di approvvigionamento dell’intelligenza artificiale, cui pochi giorni fa ha aderito anche l’Italia.
Non sorprende, allora, che la Cina abbia risposto lanciando a luglio la World AI Cooperation Organization (Woc), proponendosi come guida di una nuova cooperazione internazionale sull’intelligenza artificiale, che mira a coinvolgere i Paesi in via di sviluppo. Una strategia che arriva mentre i modelli di AI del Paese stanno rapidamente raggiungendo le prestazioni dei principali sistemi americani.
In questo quadro l’Europa parte da un punto di forza: è stata la prima grande area economica a dotarsi di una disciplina organica sull’intelligenza artificiale. Ma la competizione non si gioca soltanto su questo terreno. Stati Uniti e Cina stanno mobilitando capitali, infrastrutture digitali, data center, capacità di calcolo e politiche industriali. Per diventare protagonista, l’Unione europea deve affiancare alla leadership normativa una strategia altrettanto ambiziosa sul fronte della competitività. Le priorità sono almeno tre.
Mobilitare capitali. Addestrare modelli di frontiera richiede investimenti di miliardi di dollari in hardware ed energia. Gli Stati Uniti hanno un ecosistema di capitale di rischio disposto a fare scommesse tecnologiche altamente speculative, mentre la Cina beneficia di un forte sostegno pubblico. Sebbene l'Europa possa contare su realtà come la francese Mistral AI, gli investimenti privati europei restano una frazione di quelli destinati ad aziende come OpenAI e Anthropic. Il manuale europeo sull'AI di Mistral stima che l'Europa rappresenti appena il 5% del capitale di rischio globale, contro il 52% degli Usa. Come osserva Yoshua Bengio, uno dei “padri” dell’AI, bisogna considerare un investimento nell’intelligenza artificiale come un’opportunità a lungo termine: rinunciare a farlo significa mettere in conto un progressivo declino competitivo.
Trattenere i talenti. L’Europa ha dato i natali ad alcuni dei principali pensatori nel campo dell'AI, ma troppo spesso migrano nella Silicon Valley o lavorano per aziende Usa con sede a Londra e Parigi, attratti da stipendi più elevati e ambienti di ricerca all'avanguardia. Il problema, quindi, non è la qualità del capitale umano europeo, ma la difficoltà nel trasformare la ricerca in imprese innovative capaci di crescere su larga scala.
Completare il mercato unico dell’innovazione. Pur essendo nominalmente un mercato unico, l’Ue rimane frammentata da barriere linguistiche, normative e amministrative che rendono più difficile la crescita delle startup rispetto a Stati Uniti e Cina. Nel 2024 la Corte dei conti europea ha evidenziato la mancanza di strumenti di governance e di obiettivi di finanziamento coordinati per le politiche sull’intelligenza artificiale. Anche il rapporto sulla competitività europea di Mario Draghi individua proprio nella frammentazione uno dei principali ostacoli allo sviluppo delle tecnologie strategiche.
Occorre, quindi, fare un salto di scala, e alcuni segnali positivi si intravedono. È una buona notizia che l'Ue abbia lanciato un bando per la realizzazione di sette AI Gigafactory, con l’obiettivo di sviluppare un'intelligenza avanzata sulla propria infrastruttura, in linea con le norme e i valori dell'Ue. Anche sul fronte dell’adozione, l’AI Progress Barometer di Accenture mostra che negli ultimi sei mesi le aziende europee hanno costantemente migliorato la loro preparazione all'intelligenza artificiale, riducendo il divario con le imprese nordamericane.
Abile a regolare, l’Europa deve varare una politica industriale all’altezza della sfida. Se riuscirà a tenere insieme queste due dimensioni, potrà contribuire a definire le regole dell’AI, e il suo futuro.
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