Editoriali
Superare 1,5°C non è più un rischio ma lo scenario più probabile, come indica il Rapporto dell’Unep. Tra impatti crescenti e limiti dell’adattamento, l’Italia resta esposta e in ritardo. Ma il Pnacc è fermo e il governo non coinvolge il Paese per prepararsi ai prossimi mesi. 10/09/26
C’è un passaggio, nel nuovo Rapporto dell’Unep, che è bene sottolineare: il riscaldamento globale supererà la soglia di +1,5°C rispetto all’era pre-industriale fissata dall’Accordo di Parigi e, anche nello scenario migliore, si stabilizzerà intorno ad almeno 1,8°C. Per tornare indietro serviranno decenni. Insomma, non siamo più di fronte a un obiettivo da raggiungere o a un rischio da evitare, ma davanti a un dato. Ed è da qui che dovrebbe partire qualsiasi riflessione sulla crisi climatica, sull’economia, sull’energia. Lo studio del Programma ambientale delle Nazioni Unite ridefinisce i confini del possibile e, soprattutto, descrive una traiettoria ormai inevitabile: quella dell’overshoot. Il punto non è più se accadrà, ma quanto durerà e quanto sarà profondo, perché da questi fattori dipenderà la gravità dei suoi impatti sulle persone, sull’economia, sulla società. Del resto, +1,5°C non è mai stato un livello “tendenziale”, ma una soglia di rischio oltre la quale gli effetti sono destinati rapidamente più difficili da gestire. Già oggi ne vediamo i segnali: ondate di calore sempre più frequenti, incendi, siccità prolungate, eventi meteorologici estremi.
È in questo quadro che emergono i punti di non ritorno: dal deperimento della foresta amazzonica alla fusione del permafrost, fino al collasso dell’Amoc (Capovolgimento meridionale della circolazione atlantica) e delle grandi calotte glaciali. Gli impatti del cambiamento climatico non sono lineari e, in alcuni casi, sono irreversibili. Questo significa che ecosistemi, territori e condizioni di vita potrebbero non tornare allo stato precedente anche in presenza di una netta riduzione delle emissioni.
Man mano che gli scenari più caldi diventano realtà, gli impatti sull’ambiente e sulla società smettono di essere marginali e diventano strutturali. Secondo l’Unep, fino a un quarto dei ghiacciai potrebbe scomparire entro la fine del secolo, mentre la produzione alimentare globale rischia di ridursi in modo significativo già a metà secolo. A crescere sono anche i costi della mitigazione: più si ritarda il taglio delle emissioni, più aumenta la dipendenza da interventi successivi. Ed è qui che entra in gioco la rimozione del carbonio (Cdr) dall’atmosfera. Il Rapporto distingue tra soluzioni basate sugli ecosistemi, come riforestazione e gestione dei suoli, e soluzioni tecnologiche. Le prime sono oggi le più praticabili, ma richiedono enormi superfici e non garantiscono un’attività di stoccaggio della CO₂ stabile. Le seconde restano costose, ancora poco mature e difficili da implementare. In ogni caso, anche nelle proiezioni più ottimistiche, il loro contributo è limitato: possono ridurre il riscaldamento globale solo di pochi decimi di grado. Un apporto importante ma insufficiente, che non sostituisce la mitigazione.
Per evitare il peggio, l’unica strada tracciata dall’Unep è quella di raggiungere il prima possibile il picco delle emissioni di gas serra, per poi avviare una riduzione rapida e su larga scala. Non c’è alternativa. Ogni frazione di grado in più ci spinge verso un mondo inesplorato, dove le condizioni che hanno reso possibile lo sviluppo umano cessano di essere garantite. Il Rapporto, però, non è un invito ad arrendersi a un futuro inevitabile. Al contrario, stabilisce una gerarchia molto chiara: oltre +1,5°C esistono differenze profonde tra scenari peggiori e meno peggiori. La variabile decisiva diventa dunque il tempo, che scandisce la durata dell’overshoot, la velocità dei tagli alle emissioni e la capacità di contenere il picco dei gas climalteranti.
Ed è su questo punto che la questione torna ad essere politica. Per restare intorno a 1,8°C la neutralità climatica - quando le emissioni antropiche saranno totalmente assorbite dagli ecosistemi - non è più negoziabile, ma rappresenta un passaggio obbligato.
Come inevitabile è il passaggio di El Niño. Si tratta di un fenomeno ciclico, oggi in fase di espansione, caratterizzato da un forte riscaldamento delle acque dell’Oceano pacifico orientale e centro-meridionale. I dati più recenti restituiscono un quadro preoccupante: nel cuore dell’evento le temperature oceaniche risultano superiori di circa 2,6°C rispetto alla media trentennale, con proiezioni che indicano un ulteriore rafforzamento fino a circa +4°C nei prossimi mesi. Gli effetti sono già evidenti su scala globale (incendi più intensi nel Sud-Est asiatico e in Australia, indebolimento delle piogge monsoniche in India, precipitazioni estreme in alcune aree del Sud America), ma con alte probabilità si faranno sentire anche in Europa e in Italia.
Questa combinazione tra riscaldamento e variabilità naturale rende ancora più urgente un tema rimasto troppo a lungo in secondo piano: l’adattamento. Perché se una parte degli impatti è ormai inevitabile, la capacità di ridurne i danni dipende dalle scelte che facciamo oggi. E su questo fronte, l’Italia resta esposta e in forte ritardo. La crisi climatica è la principale minaccia per gli 8mila chilometri costieri del nostro Paese. I ghiacciai italiani, preziosa riserva di acqua dolce, hanno già perso circa il 40% del loro volume e si ritireranno sempre di più. Le precipitazioni complessive sono destinate a diminuire, mentre cresce il pericolo di frane e alluvioni. Le produzioni agricole, soprattutto nel Mezzogiorno, potrebbero ridursi in modo significativo, colpendo alcune delle filiere più rappresentative del made in Italy. Non è un caso che l’Italia sia considerata un “hot spot” climatico, un’area in cui il riscaldamento procede più rapidamente rispetto alla media globale.
Eppure, almeno sulla carta, uno strumento esiste. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) individua 361 misure per rafforzare la resilienza di infrastrutture e territori a livello nazionale e regionale, dalla gestione delle risorse idriche alla tutela degli ecosistemi. Il problema è che, a più di due anni di distanza, il Pnacc non ha ancora beneficiato di alcun finanziamento. Del tema ne ha parlato il direttore scientifico dell’ASviS, Enrico Giovannini, all’interno della rubrica Il punto di Giovannini, ricordando che “l’adattamento non può essere considerato una voce accessoria delle politiche pubbliche, ma una componente strutturale della programmazione economica e istituzionale”.
In altri Paesi europei la questione è già entrata nell’agenda di governo. Nel Regno Unito, il primo ministro ha dedicato il comitato sui rischi (Cobra) proprio alle conseguenze del cambiamento climatico, con un’attenzione ai prossimi 6/12 mesi, che si attendono caratterizzati da siccità, precipitazioni estreme e impatti sulla produzione agricola, con possibili effetti su inflazione e disponibilità di beni alimentari, come segnalato anche dalla presidente della Bce, Christine Lagarde.
L’Italia, invece, continua a essere in ritardo. Il Pnacc, pur approvato nel 2023, ha richiesto due anni solo per avviare il comitato di coordinamento e non dispone ancora di risorse dedicate per l’attuazione. Non si tratta di assenza totale di interventi, ma di una loro dispersione, priva di una regia unitaria e di una valutazione sistemica dei rischi già nel breve periodo. Secondo Giovannini, “senza una governance chiara e risorse dedicate rischiano di rimanere sulla carta”. Viste le preoccupanti previsioni degli scienziati per i prossimi mesi andrebbe creato un organismo di coordinamento di alto livello, presieduto dal Presidente del Consiglio, in grado di integrare le evidenze scientifiche nella gestione dei rischi climatici e immaginare gli interventi necessari. “In secondo luogo, occorrerebbe prevedere in Legge di bilancio investimenti specifici per l’adattamento, indirizzati ai settori più esposti. Infine, è necessario rafforzare il coordinamento tra livello nazionale e regionale e coinvolgere le grandi imprese pubbliche nell’integrazione del rischio climatico nei propri piani industriali”.
Le soluzioni esistono, con livelli diversi di costo e complessità. Ma soprattutto serve un cambio di impostazione culturale e politica: la tutela dei territori e delle persone non può essere solo una risposta ex post agli eventi estremi. Deve diventare prevenzione. Perché, in questo caso più che mai, prevenire è davvero meglio che curare.
