Editoriali
A 11 anni dall’adozione dell’Agenda 2030, le Nazioni Unite affrontano una crisi profonda. Eppure, continuano ad avere un ruolo insostituibile. Chi le guiderà dovrà convincere il mondo che nessun Paese può risolvere da solo le grandi sfide del nostro tempo: occorre farlo insieme. 24/09/26
“Se tutto andrà secondo i piani, a un certo punto nelle prossime settimane 15 diplomatici usciranno da una piccola stanza insonorizzata nelle profondità del quartier generale delle Nazioni Unite a New York e annunceranno il prossimo Segretario generale dell’organizzazione”, scrive Steve Bloomfield sul quotidiano britannico The Guardian.
“La persona che sceglieranno dovrà affrontare una combinazione di sfide senza precedenti per i suoi predecessori”. Due dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza, Stati Uniti e Russia, sono impegnati in guerre deliberate che non sembrano avere una fine in vista. Una commissione d’inchiesta dell’Onu ha accusato Israele di aver commesso un genocidio a Gaza, ma l’Onu è stata di fatto relegata al ruolo di spettatore, estromessa anche (forse fortunatamente) dal Board of Peace di Donald Trump. La crisi climatica sta provocando continue nuove catastrofi umanitarie, l’ultima in Nepal, e cresce l’ombra di un’intelligenza artificiale non regolamentata.
Nel pieno del dibattito generale di alto livello dell’Assemblea generale dell’Onu c’è da chiedersi: il nuovo Segretario o la nuova Segretaria generale saprà salvare l’organizzazione? L’Onu ha bisogno di un/a nuovo/a leader che sappia riformare l’organizzazione nel profondo, ma anche dimostrare la sua rilevanza e capacità di attuare ciò per cui è stata creata: la tutela dei diritti umani, la pace e lo sviluppo sostenibile. Il problema è che i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza – Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia e Cina – dispongono del diritto di veto nel Consiglio di sicurezza, l’organo più importante per prevenire e superare i conflitti tra Stati (ce ne sono 56 attualmente in corso). Chiunque voglia ottenere l’incarico dovrà essere accettabile per Xi Jinping, Vladimir Putin e, soprattutto, Donald Trump, oltre che per Emanuel Macron e il neo primo ministro inglese Andy Burnham. E “non è facile sostenere di essere la persona più adatta a salvare l’Onu quando l’uomo che si deve convincere preferirebbe che l’organizzazione fallisse”.
Trump ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti da decine di organizzazioni dell’Onu. A luglio, il suo segretario di Stato, Marco Rubio, ha annunciato che l’amministrazione intendeva “smantellare” la Corte penale internazionale “mattone dopo mattone”. “Ma la decisione più controversa è stata la creazione del Board of Peace di Trump, che ha suscitato il timore che possa essere utilizzato per sostituire la stessa Onu”, sottolinea Bloomfield. E invece, è proprio il bilancio fallimentare del Board of Peace a confermare l’insostituibilità delle Nazioni Unite. Nel frattempo, l’Onu è alle prese con una crisi finanziaria: durante l’estate Guterres ha avvertito che l’organizzazione rischiava un “imminente collasso finanziario” a causa dei contributi non pagati, una parte consistente dei quali è dovuta dagli Stati Uniti.
Eppure, nonostante tutto, l’Onu è ancora in piedi e continua a contare. È solo l’Onu, attraverso la sua Convenzione quadro sui cambiamenti climatici, a riuscire a concentrare l’attenzione internazionale sulla più grande crisi che il mondo sta affrontando. È solo l’Onu che continua ogni giorno, attraverso la sua vasta rete di agenzie (dalla Fao all’Unep, dall’Oms all’Unhcr), a intervenire sui grandi problemi che nessuno Stato, da solo, è in grado di affrontare: la fame, le emergenze umanitarie, la salute, i rifugiati, lo sviluppo e la tutela dell’ambiente. È solo l’Onu che conserva una legittimità pressoché universale, un luogo in cui quasi tutti gli Stati del pianeta possono ancora incontrarsi, negoziare e, almeno in teoria, cercare soluzioni comuni.
Un esempio della sua capacità di costruire una visione condivisa è l’Agenda 2030, che il 25 settembre compie 11 anni. Un progetto ambizioso, oggi alle prese con ostacoli enormi: in base ai trend attuali solo il 15% degli Obiettivi di sviluppo sostenibile potranno essere conseguiti entro il 2030, mentre il 15% risulta in regressione rispetto al 2015. Sono dati che non sorprendono, considerando ciò che è avvenuto dal 2020 in poi, con la pandemia, le crisi geopolitiche e i conflitti in varie parti del mondo. Ma senza quel Piano non ci sarebbe stato quel 15% di progressi e, probabilmente, il mondo sarebbe arretrato ancora di più. Il Segretario generale dell’Onu invita infatti a guardare anche i risultati positivi conseguiti, il che dimostra che il progresso è possibile quando volontà politica, investimenti, innovazione e cooperazione internazionale si uniscono. Nella dichiarazione ministeriale approvata dagli Stati membri presenti all’High level political forum (il vertice Onu di alto livello per fare il punto sull’Agenda 2030), la volontà della stragrande maggioranza dei Paesi a favore dello sviluppo sostenibile è stata confermata con grande chiarezza: “l'Agenda 2030 rimane la nostra tabella di marcia generale per raggiungere lo sviluppo sostenibile e superare le molteplici crisi e sfide interconnesse che ci troviamo ad affrontare [...] Riaffermiamo il nostro impegno ad accelerare l'attuazione dell'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e dei relativi Obiettivi di sviluppo sostenibile riconoscendo l'urgenza di compiere progressi trasformativi nei quattro anni che ci separano dal 2030”.
È proprio qui che torna la domanda da cui siamo partiti: che cosa dovrà fare il prossimo Segretario generale? Più che “salvare” l’Onu, dovrà forse salvare la fiducia nella possibilità di affrontare insieme problemi che nessun Paese può risolvere da solo. Perché la crisi dell’Onu è, prima ancora, la crisi del multilateralismo. Le istituzioni internazionali non sono diventate improvvisamente inutili: sono diventate più difficili da utilizzare in un mondo nel quale la cooperazione lascia sempre più spazio alla competizione tra potenze, gli interessi nazionali prevalgono sulle responsabilità comuni e le regole vengono contestate proprio da alcuni degli Stati che avrebbero maggiore capacità di farle rispettare.
Il prossimo Segretario generale erediterà dunque un’organizzazione che ha bisogno di riforme profonde, ma che non può riformarsi senza il consenso degli Stati membri. Dovrà cercare di restituire autorevolezza a un’istituzione la cui autorità dipende, in ultima istanza, dalla volontà politica di chi la compone. Dovrà negoziare la nuova Agenda al 2045 o 2050 e dare concretezza al Patto sul futuro, anche per ciò che concerne l’efficientamento dell’Organizzazione; Patto che, tra i suoi punti principali, presenta un Patto digitale globale, una Dichiarazione sulle generazioni future, la riforma del Consiglio di sicurezza, la necessità di andare oltre il Pil, insomma, che proponeva in modo lungimirante soluzioni ai temi che oggi sono considerati urgenti, tra cui la governance dell'IA. Il prossimo Segretario generale dovrà difendere anche il principio della cooperazione senza ignorare i nuovi equilibri di potere. E dovrà dimostrare che il multilateralismo non è un residuo del Novecento, ma uno strumento necessario per governare il 21esimo secolo.
Perché l’Onu non può fermare da sola una guerra, invertire il cambiamento climatico o governare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale, ma può creare gli spazi nei quali questi problemi vengono riconosciuti come problemi comuni, fissare obiettivi condivisi, coordinare risorse e costruire regole.
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