Incentivi verso le imprese: il nodo non è quanto ma come si spende
Secondo la ricerca del Teha Club, nonostante 299 miliardi erogati in 25 anni, l’Italia non colma i divari produttivi. Siamo parte di un sistema frammentato che guarda poco al futuro, così il Paese non cresce. 16/09/26
“Non è la quantità degli incentivi a fare la differenza ma la loro qualità”. È intorno a questa considerazione che ruota la ricerca del Teha Club dal titolo “Sostenere chi crea valore: incentivi alle imprese e semplificazione amministrativa”, presentata a Cernobbio nell’ambito del Forum Ambrosetti. Il Rapporto mette sotto la lente di ingrandimento uno dei pilastri della politica industriale italiana: il sistema di sostegno alle imprese.
Negli ultimi 25 anni l’Italia ha erogato 299 miliardi di euro di incentivi, di cui 18,3 miliardi nel solo 2024, pari allo 0,8% del Pil. Una cifra significativa – anche se minore di Francia (1,2% del Pil) e Germania (1%) -, che però non ha avuto gli effetti sperati. La produttività industriale del nostro Paese resta infatti inferiore del 25% rispetto ai livelli del 2007, mentre cresce il peso delle imprese medio-grandi a controllo estero, che nel 2024 rappresentano il 34,5% del fatturato, in aumento rispetto al 29,7% del 2022.
A questo si aggiunge la dinamica delle acquisizioni: solo nel 2024 si contano 429 operazioni di “M&A” (fusioni e acquisizioni) che hanno coinvolto realtà italiane da parte di fondi o imprese straniere, per un valore record di 36,2 miliardi di euro. Un trend che alimenta il rischio di delocalizzazione della produzione e solleva interrogativi sulla capacità del Paese di trattenere valore industriale.
A differenza di quello che ci si aspettava non emerge, dunque, una correlazione chiara tra volume di incentivi e crescita della produttività. Un risultato che mina una convinzione diffusa, cioè che basta aumentare le risorse, sottolineando che la vera differenza è data dalla capacità di orientarle. Anche perché, quando gli incentivi vengono concentrati su obiettivi industriali specifici, gli effetti diventano evidenti. Per fare un esempio, nei programmi a sostegno della siderurgia in Germania, Francia e Spagna, la produttività è cresciuta in media di 2,9 punti percentuali in più all’anno rispetto allo scenario senza incentivi, con un aumento del valore aggiunto di oltre 3 punti.
Il problema italiano, sottolinea inoltre il Teha Club, è che siamo parte di un sistema frammentato, che guarda poco al futuro, basti pensare che nel 2024 circa il 39% delle risorse è stato assorbito da misure emergenziali e di stabilizzazione economica, mentre altri Paesi europei hanno concentrato gli sforzi su energia, innovazione e trasformazione industriale.
Ciò comporta una serie di rischi concerti, come la possibilità che gli incentivi finiscano per premiare le imprese più attrezzate a intercettarli anziché quei progetti capaci di creare valore economico.

Ma a pesare è anche la macchina amministrativa. Ministeri, Regioni, enti locali e organismi di controllo fanno parte di una rete che spesso si traduce in costi e incertezza per le imprese. Secondo le stime Teha, la sola complessità nell’accesso agli incentivi genera circa 3,9 miliardi di euro l’anno di costi indiretti. Ecco spiegato il motivo per cui il 65% delle imprese ricorre a consulenti esterni, con una spesa media di 3.650 euro per pratica.
C’è infine il capitolo lentezza burocratica: in Italia un investimento pubblico richiede in media quasi cinque anni per essere realizzato, e può arrivare fino a 11 anni per progetti di dimensioni medio-piccole. Un ritardo che incide direttamente sulla capacità del sistema produttivo di innovare e competere.
