Il punto di Giovannini
Finanza sostenibile e crisi energetica: i dati smentiscono le narrazioni
30 marzo 2026
Il celebre scrittore americano Mark Twain citava spesso una frase attribuita al primo ministro britannico Benjamin Disraeli: “Esistono bugie, bugie sfacciate e statistiche”. Un modo per mettere in guardia dall’uso distorto dei numeri. Eppure, in un’epoca segnata da un vero e proprio diluvio informativo, sono proprio i dati a permettere di smascherare molte delle narrazioni fuorvianti che circolano nel dibattito pubblico.
Un caso emblematico riguarda la finanza sostenibile. Negli ultimi anni si è diffusa l’idea che questo modello, orientato a sostenere investimenti nella transizione ecologica ed energetica, fosse in declino o addirittura “morto”. I numeri raccontano tutt’altro. Nel 2025, nonostante le pressioni politiche e gli attacchi, in particolare negli Stati Uniti durante la presidenza di Donald Trump, la finanza sostenibile ha continuato a crescere, sfiorando i 4mila miliardi di euro a livello globale, con una forte predominanza dell’Europa. Una tendenza che prosegue rispetto al 2024.
Ancora più significativa è la dinamica degli investimenti nella transizione energetica, che hanno raggiunto i 2.300 miliardi di dollari a livello globale, più che raddoppiando rispetto ai 973 miliardi del 2020. Si tratta di un segnale chiaro: il sistema finanziario sta accompagnando, e in parte guidando, il passaggio verso modelli produttivi più sostenibili. Anche il mondo degli investitori conferma questa traiettoria. Secondo analisi di Morgan Stanley, i gestori di fondi continuano a considerare la sostenibilità non solo compatibile con la redditività, ma sempre più centrale nelle strategie di mercato, anche in risposta alla crescente sensibilità delle nuove generazioni.
Se i dati smentiscono la narrativa sul declino della finanza sostenibile, altre evidenze aiutano a leggere con maggiore chiarezza le fragilità del sistema energetico italiano. In queste settimane segnate dalla guerra in Iran e dalle tensioni sui mercati internazionali, emerge come l’Italia sia più esposta rispetto ad altri Paesi europei, come la Spagna. La ragione è strutturale: la dipendenza dalle fonti fossili non solo resta elevata, ma è addirittura aumentata rispetto al 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina aveva già fatto esplodere i prezzi dell’energia. Al contrario, altri Paesi hanno accelerato sulla transizione, beneficiando oggi di costi energetici più contenuti.
Questo squilibrio si riflette direttamente su famiglie e imprese. L’aumento dei prezzi dell’energia pesa sulla competitività del sistema produttivo italiano, mentre avvantaggia le grandi compagnie energetiche. Lo ha sottolineato anche l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, evidenziando come l’attuale contesto di prezzi elevati del petrolio possa tradursi in risultati finanziari particolarmente positivi per il gruppo, che verranno distribuiti agli azionisti.
Si tratta di dinamiche legittime dal punto di vista di mercato, ma che mettono in luce un nodo politico ed economico cruciale: cioè, il ritardo accumulato dall’Italia nella transizione energetica. Un ritardo che oggi si traduce in maggiore vulnerabilità. E la lezione è chiara: accelerare sulle energie rinnovabili e sull’efficienza energetica non è solo una scelta ambientale, ma una necessità economica e strategica. In questo percorso, la finanza sostenibile può svolgere un ruolo decisivo, mobilitando risorse e orientando gli investimenti.
I dati, ancora una volta, non lasciano spazio a interpretazioni ambigue: la direzione è tracciata. Sta alla politica e al sistema economico, ma anche alle persone che con il loro voto orientano la politica, decidere con quale velocità percorrerla. Speriamo che questa nuova crisi energetica ci renda finalmente attori, e non frenatori, del cambiamento.
