Il punto di Giovannini
Homo sapiens o specie smarrita?
1 luglio
Homo sapiens, Homo sapiens sapiens: questa è la definizione che noi stessi abbiamo dato alla nostra specie. Ma in situazioni come quelle che stiamo vivendo, con un cambiamento climatico che uccide, che blocca le attività economiche, che rende la vita di tutti un disagio crescente, la definizione di Homo sapiens sapiens appare decisamente inadeguata, se non drammaticamente sbagliata.
Gli scienziati da anni ci mostrano che la crisi climatica non solo è reale, ma sta accelerando. E nei giorni scorsi le autorità scientifiche europee hanno dovuto riconoscere che lo scenario ritenuto più probabile fino a pochi anni fa era ottimistico perché la crisi sta correndo più velocemente del previsto. Lo vediamo anche nella vita quotidiana di milioni di persone: non solo nella contabilità delle vittime delle ondate di calore, ma anche nel disagio diffuso e nella necessità di riorganizzare la nostra vita e le nostre società, nonché le attività economiche. Un fenomeno evidente in Europa, ma non solo.
Di fronte a tutto questo, alla faccia dei negazionisti climatici che continuano ad avere spazio sui media, dovremmo semplicemente ascoltare la scienza e seguire le raccomandazioni delle organizzazioni internazionali. A maggio, ad esempio, la Commissione istituita dall’Organizzazione mondiale della sanità sul rapporto tra clima e salute in Europa ha formulato 17 raccomandazioni agli Stati membri. Un lavoro che abbiamo costruito ascoltando scienziati, policy makers nazionali e anche amministratori locali, per individuare le migliori pratiche e le proposte per affrontare efficacemente la sfida.
Purtroppo, al momento non si hanno notizie su come l’Italia intenda muoversi rispetto a queste indicazioni. Né è chiaro se vi sia la volontà di seguirle. D’altra parte, sono stati necessari due anni perché il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica istituisse una commissione di esperti incaricata di sovrintendere al Piano nazionale di adattamento climatico, approvato nel 2023 ma già superato dai fatti. E da allora non è dato sapere quali azioni concrete si intendano adottare, né quali risorse verranno stanziate per realizzare le oltre 300 misure previste dal piano.
Eppure le risorse esistono. Non solo quelle, limitate, del bilancio nazionale, ma soprattutto i fondi europei della programmazione 2021-2027, estesa nella capacità di spesa fino al 2029. Fondi rilevanti, la cui rimodulazione è avvenuta nei mesi scorsi in modo opaco e nel disinteresse dei media. Quindi, non sappiamo come saranno utilizzati tali fondi ai fini dell’adattamento climatico.
Accanto all’adattamento, resta poi fondamentale la mitigazione, cioè la riduzione delle emissioni di gas climalteranti e degli altri inquinanti. Su questo fronte l’Italia è in ritardo. E le contrapposizioni politiche, a livello nazionale e locale, continuano a rallentare l’installazione delle energie rinnovabili, nonostante i benefici economici oltre che ambientali.
In definitiva, serve più “sapienza”. Come specie, ma soprattutto nel nostro Paese. Servono decisioni capaci di incidere sul presente per migliorare il futuro. Altrimenti sorge una domanda ineludibile: a cosa serve la politica?
