Il punto di Giovannini
PNRR: il Paese è davvero cambiato?
8 luglio
Il 30 giugno è scaduto il termine entro il quale il PNRR, cioè il Piano nazionale di ripresa e resilienza, doveva essere completato. I circa 200 miliardi di euro ricevuti dall’Unione Europea, in parte come trasferimenti a fondo perduto ma in gran parte come aumento del debito pubblico, erano destinati non solo a rilanciare l’economia italiana dopo la crisi pandemica, ma anche a rendere il Paese più efficiente e più resiliente alle crisi future, di natura energetica, climatica ed economica.
A questo punto, possiamo domandarci se, al di là degli obiettivi, il Paese è davvero cambiato. Le prime analisi, ancora basate su dati incompleti, lasciano intravedere il rischio di una lettura distorta dei risultati, concentrata soprattutto sugli aspetti economici e molto meno sulle altre dimensioni che il programma europeo indicava come centrali. Alcuni segnali positivi non mancano: ad esempio, negli ultimi quattro anni, grazie al PNRR, il Mezzogiorno ha registrato una crescita superiore a quella del Nord, contribuendo a ridurre, almeno in parte, i divari territoriali. Tuttavia, limitarsi a questi dati rischia di tradire lo spirito del Next Generation EU, che con la parola “resilienza” indicava la necessità di costruire un Paese diverso, non soltanto più ricco in termini di prodotto interno lordo.
La mia preoccupazione è che, in assenza di un progetto di ricerca ampio e strutturato sulla valutazione complessiva del PNRR, il dibattito pubblico si concentri solo su indicatori parziali: crescita del PIL, andamento dell’occupazione, performance settoriali. Si tratterebbe di una lettura superficiale incapace di cogliere possibili trasformazioni sul piano ambientale e sociale, o di concludere che nulla di ciò accaduto.
Eppure, strumenti per una valutazione più completa esistono già. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha recentemente pubblicato un Rapporto sull’utilizzo degli oltre 13 miliardi di euro raccolti nel 2025 attraverso i BTP Green, mostrando come sia possibile affiancare alla valutazione economica anche quella ambientale e sociale. Infatti, il Rapporto considera non solo ritorni in termini di crescita economica, ma anche riduzione delle emissioni, miglioramento della qualità della vita, ecc.
È esattamente questo approccio che servirebbe per una seria valutazione del PNRR. Non solo per giudicare un’esperienza senza precedenti – 200 miliardi investiti in cinque anni – ma soprattutto per costruire una capacità di valutazione utile per il futuro. Nei prossimi anni, infatti, tra fondi europei e risorse nazionali, saranno disponibili ingenti finanziamenti che dovrebbero essere allocati anche sulla base delle esperienze maturate con il PNRR o dei vuoti che esso non ha colmato.
Al momento, però, non risulta avviato alcun progetto di ricerca nazionale dedicato a una valutazione complessiva del Piano, del tipo di quella che svolgerà la Commissione europea su scala continentale. Colmare questo vuoto, guardando simultaneamente alle dimensioni economiche, sociali e ambientale del nostro Paese sarebbe cruciale per comprendere cosa ha funzionato e cosa no, per evitare di ripetere gli stessi errori e per valorizzare le esperienze positive. Troppo complicato? Direi di no, a patto di decidere di avviare un tale processo e di imparare dalle esperienze disponibili, in Italia e non solo, in questo campo.
