Il punto di Giovannini
Aree interne e città: il paradosso italiano delle politiche territoriali
13 luglio
Il 10 luglio, a San Donato Val di Comino, in provincia di Frosinone, si è svolto un meeting nazionale dedicato alle aree interne, quelle parti del Paese lontane dai grandi centri urbani e dalle principali vie di comunicazione. Le aree interne, è ben noto, affrontano sfide straordinariamente difficili come lo spopolamento e l’invecchiamento accelerato della popolazione. Per questo sono da anni al centro di una Strategia nazionale, più volte rivista nel tempo, ma sempre con fondi limitati. È vero, il PNRR ha consentito interventi importanti: investimenti nella fibra digitale, riorganizzazione e ristrutturazione dei borghi, miglioramento dei collegamenti, con l’obiettivo di rendere questi territori più attrattivi e vivibili. Dunque, si tratta di dare continuità a tali interventi anche dopo il PNRR perché il lavoro da fare è ancora molto ampio.
Quello che, da anni, trovo difficile da comprendere è che non esiste un’analoga Strategia nazionale per le città, quei luoghi in cui vive la maggioranza della popolazione italiana, dove si concentrano problemi complessi ma anche le maggiori opportunità di sviluppo e innovazione. È un’assenza che negli ultimi dieci anni è stata più volte sottolineata dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), che ha anche proposto di rilanciare il Comitato interministeriale per le politiche urbane, con il compito di coordinare gli interventi del governo sulle aree urbane. Durante il governo guidato da Mario Draghi, quel Comitato, istituito ai tempi del governo Monti, ma poi “andato in sonno” era stato ricostituito, con l’obiettivo esplicito di definire un’Agenda urbana sostenibile, dimensione territoriale di quella nazionale, che pure prevede la definizione di questo tipo di strumenti, ma solo per le Città metropolitane .
Purtroppo, il Comitato non si è mai riunito a causa della caduta del governo. Da allora, il tema è rimasto ai margini del dibattito politico. Eppure, la mancanza di coordinamento delle politiche urbane produce effetti evidenti: interventi frammentati, legati alle risorse dei singoli Comuni o alle scelte di sindaci e amministrazioni locali, senza una visione sistemica. Sorprende anche che questa richiesta non sia mai stata fatta propria dalle associazioni dei Comuni, forse privilegiando un approccio più puntuale (magari per intercettare risorse), salvo lamentarsi della mancanza di una strategia per le città.
Si tratta di una scelta che appare ancora meno comprensibile alla luce del nuovo quadro finanziario europeo 2028-2034, attualmente in discussione. A livello europeo, infatti, le aree urbane sono considerate una priorità assoluta e un attore indispensabile per la transizione verso uno sviluppo sostenibile. Non solo perché ospitano la maggioranza della popolazione, ma perché rappresentano il terreno privilegiato per accelerare le transizioni digitale ed ecologica, oltre che per favorire l’adattamento al cambiamento climatico e affrontare problemi rilevanti come l’accesso ad alloggi per giovani e altre persone in difficoltà economiche.
Per tutti questi motivi il nodo della definizione di efficaci politiche per le aree urbane non può più essere rinviato. Anche in vista della prossima legislatura, diventa cruciale rimettere al centro il tema del coordinamento nazionale, anche attraverso la possibile istituzione di un ministero dedicato. Senza una strategia per le città, diventa difficile immaginare una trasformazione complessiva del Paese, mentre dalle città potrebbe passare quell’accelerazione decisiva verso uno sviluppo più equo e sostenibile.
