Il punto di Giovannini
Scuola, competenze e disagio: il doppio ritardo che pesa sul futuro dei giovani
22 luglio
In questi giorni è stata pubblicata l’indagine 2026 dell’Invalsi, l’istituto pubblico che valuta le competenze degli studenti e delle studentesse nelle scuole italiane. Il quadro che emerge non è particolarmente brillante: quasi il 40% degli alunni delle elementari ha difficoltà in matematica, mentre una quota analoga degli studenti delle medie presenta problemi nella comprensione dell’italiano.
Rispetto al recente passato si registrano alcuni segnali positivi, come il miglioramento relativo del Mezzogiorno rispetto al Nord. Tuttavia, la presenza di quote così elevate di studenti con carenze nelle competenze di base rappresenta un problema strutturale e drammatico, che nel tempo non si è riusciti a risolvere. È una criticità che interroga il sistema educativo nel suo complesso, nonostante l’evoluzione delle tecniche didattiche nel corso del tempo.
Alcuni risultati incoraggianti riguardano invece l’uso degli strumenti digitali. Ma proprio su questo terreno si apre un fronte delicato. La crescente familiarità con le tecnologie non è priva di rischi: diversi studi mostrano come l’uso intensivo dei social media possa amplificare il disagio psicologico tra ragazze e ragazzi. Un segnale in questa direzione arriva anche dal bilancio sociale di Telefono Azzurro, organizzazione attiva da decenni nella tutela dell’infanzia, che sottolinea l’aumento delle fragilità legate proprio all’utilizzo delle piattaforme digitali.
Non è un caso che alcuni Paesi abbiano già introdotto limiti all’accesso ai social per i minori, mentre l’Unione europea sta valutando un rafforzamento delle misure di protezione. Parallelamente, si moltiplicano i procedimenti giudiziari, soprattutto negli Stati Uniti, che mirano a dimostrare come le piattaforme siano progettate per massimizzare il coinvolgimento e generare dipendenza, anche attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale.
Il risultato è un quadro sempre più preoccupante: l’infanzia e l’adolescenza appaiono esposte a rischi crescenti, come denuncia da tempo anche Save the Children. Eppure, a questa emergenza non corrisponde ancora un’adeguata attenzione in termini di politiche pubbliche e risorse dedicate.
Nel dibattito pubblico, la condizione giovanile torna al centro solo in occasione della pubblicazione di qualche nuovo dato preoccupante, per poi scomparire rapidamente dall’agenda politica. Una dinamica che contribuisce a mantenere il problema in una dimensione emergenziale, senza affrontarlo in modo strutturale.
Negli ultimi mesi, qualche passo avanti si è registrato sul piano istituzionale. La Valutazione di impatto generazionale delle leggi (Vig) è diventata, su proposta dell’ASviS, un obbligo per il governo, obbligato, d’ora in poi, a considerare gli effetti ambientali e sociali delle nuove leggi sui giovani e sulle future generazioni. Anche alcune realtà territoriali si stanno muovendo in questa direzione: la Puglia, ad esempio, è stata la prima regione ad adottare uno strumento di questo tipo, seguita da diversi comuni, come Parma. Altre amministrazioni regionali e comunali stanno valutando di fare altrettanto.
Resta però la sensazione di un’azione ancora troppo lenta. Perché scegliere il futuro significa investire con decisione sulle nuove generazioni, affrontando insieme il nodo delle competenze e quello del benessere psicologico. Due dimensioni sempre più intrecciate e decisive per il destino del Paese, perché mettere oggi la testa sotto la sabbia fa sì che il ritardo di oggi si trasformi in un disastro irreversibile domani.
"Scegliere il futuro" è una rubrica realizzata in collaborazione con Radio Radicale. Ascolta l’audio.
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