Il punto di Giovannini
Energia e geopolitica: il prezzo della dipendenza dai fossili
29 luglio 2026
La ripresa delle ostilità tra Stati Uniti e Iran sta determinando nuovamente effetti molto negativi sui mercati internazionali del petrolio e, più in generale, delle materie prime. Molti analisti temono che nella seconda parte dell’anno, in particolare tra autunno e inverno, possano verificarsi fenomeni di razionamento, soprattutto per quanto riguarda le fonti fossili, con impatti rilevanti sulle economie più dipendenti da queste risorse. L’Italia è tra i Paesi più esposti. La sua vulnerabilità è superiore a quella di altri partner europei, anche perché negli ultimi anni non ha accelerato a sufficienza lo sviluppo delle energie rinnovabili, a causa sia di scelte politiche sia della complessità delle procedure amministrative.
In estrema sintesi, il Paese non sta cogliendo appieno l’opportunità di trasformazione del sistema energetico, né sta abbracciando con decisione la strategia di elettrificazione dei consumi, come suggerito ora anche dalla Commissione europea. Ovviamente, si tratta di una trasformazione profonda del sistema economico e sociale, basata su un maggiore utilizzo di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili, in sostituzione dei combustibili fossili, ma è la strada da intraprendere al più presto e con convinzione.
Il dibattito pubblico tende però a concentrarsi quasi esclusivamente sui costi di questa transizione, che sono indubbiamente elevati, trascurando spesso i benefici economici, ambientali e sociali che ne deriverebbero. A tale proposito va segnalato l’ottavo rapporto del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica sui sussidi con impatto ambientale. Tra il 2020 e il 2025, i sussidi dannosi per l’ambiente sono aumentati da circa 17 a 22 miliardi di euro, mentre quelli classificati come incerti sono passati da 12 a 22 miliardi. I sussidi favorevoli all’ambiente sono passati da 24 del 2020 a 82 miliardi nel 2025, ma questo incremento è legato in larga parte al superbonus. Al netto di questo, la variazione è molto contenuta.
Nel complesso, emerge un dato chiave: l’Italia dispone di oltre 40 miliardi di euro l’anno tra sussidi dannosi e incerti, una sorta di tesoretto che potrebbe essere riorientato verso politiche di sviluppo sostenibile. Risorse che potrebbero sostenere la diffusione delle energie rinnovabili, migliorare l’efficienza energetica e accompagnare famiglie e imprese nella transizione. Le risorse, dunque, esistono. Ciò che manca è la capacità politica di intervenire in modo deciso, anche a costo di scontentare interessi consolidati.
Una politica orientata al futuro dovrebbe essere in grado di redistribuire le risorse in funzione dell’interesse collettivo, guardando non solo alle esigenze immediate ma anche agli equilibri di lungo periodo. È su questo terreno che si giocheranno scelte decisive nei prossimi anni. E forse anche nella prossima campagna elettorale si misurerà la capacità di affrontare questo nodo: trasformare una vulnerabilità strutturale in un’opportunità di cambiamento. Un obiettivo ambizioso, forse. Ma è proprio da qui che passa la possibilità di costruire un’Itala più solida, meno esposta agli shock esterni e in grado di cogliere i grandi vantaggi della transizione ecologica.
