Il punto di Giovannini
Clima fuori controllo: tra ritardi globali e inerzia italiana
10 settembre 2026
Parliamo ancora di clima, non solo perché l'estate è stata torrida, come gli scienziati avevano previsto molti mesi fa, ma perché la situazione climatica globale, e anche quella europea e italiana, sta peggiorando a una velocità molto superiore a quella che si attendeva solo pochi anni fa. Nei giorni scorsi l'Onu ha pubblicato un Rapporto che mostra come, a livello globale, ormai l'obiettivo di mantenere l'aumento della temperatura sotto un grado e mezzo rispetto all'era preindustriale sarà mancato perché non sono state fatte le cose necessarie per ridurre in modo consistente le emissioni di gas climalteranti che contribuiscono al cambiamento climatico.
Gli scienziati ci dicono anche che l'accelerazione e l’intensificazione di alcuni fenomeni naturali eserciterà un forte impatto sulla nostra vita che va preso in seria considerazione. E proprio nei giorni scorsi l'Organizzazione Mondiale della Meteorologia ha evidenziato come l'arrivo di un fenomeno naturale come il cosiddetto El Niño, quest'anno particolarmente accentuato, porterà disastri non solo nelle aree dell'Oceano Indiano normalmente colpite dal fenomeno, ma avrà effetti un po' in tutto il mondo, certamente anche in Europa.
Di fronte a tutto questo cosa bisognerebbe fare? Due cose. La prima è ovviamente accelerare la transizione verso le energie rinnovabili, verso un sistema socioeconomico che emetta gas climalteranti in misura nettamente inferiore. Ma parallelamente bisogna lavorare sull'adattamento, che non è un'ammissione di sconfitta, ma una presa di coscienza. Difronte a questa sfida ci sono diversi atteggiamenti possibili. Il nuovo primo ministro inglese ha dedicato il comitato rischi (Cobra) del governo inglese, che normalmente presiede, proprio al tema del clima non in termini di mitigazione ma di adattamento. In particolare, il Cobra ha discusso come fronteggiare i fenomeni che si teme possano realizzarsi nei prossimi 6-12 mesi, in termini di siccità, precipitazioni estreme, impatti sulla produzione agricola, e come ridurre gli effetti negativi che - come ha già segnalato la presidente della Bce Lagarde – tutto ciò avrà su inflazione e disponibilità di beni alimentari.
Il nostro Paese invece continua a parlare di altro. Ed è un peccato, perché il governo nel 2023 aveva approvato il Pnacc, il Piano Nazionale per l’Adattamento ai Cambiamenti Climatici, e quindi sapremmo cosa serve fare. Ma ci sono voluti due anni per avviare il comitato di coordinamento e soprattutto non ci sono fondi adeguati per attuare le oltre 300 azioni contenute nel Piano. Questo non significa che non si stiano facendo interventi, ma che si procede in modo non coordinato. Inoltre, manca una valutazione, e quindi la consapevolezza, di ciò che ci attende già nei prossimi mesi, come invece sta facendo il governo inglese.
Dunque cosa bisognerebbe fare? Creare un organismo, magari presieduto dal Presidente del Consiglio, per fronteggiare la crisi attesa sulla base delle indicazioni scientifiche. Prevedere nella legge di bilancio investimenti mirati sull’adattamento climatico e sugli interventi nei settori più esposti. Coordinare le attività nazionali, regionali e comunali e indirizzare anche le grandi imprese pubbliche a integrare la crisi climatica nei propri piani di investimento.
Insomma, le soluzioni esistono: alcune più costose, altre meno. Ma soprattutto serve dare un messaggio chiaro ai cittadini: la cura del territorio e delle persone di fronte agli eventi estremi non può arrivare solo dopo che il danno è avvenuto. Perché, come ricorda un antico adagio, prevenire è meglio che curare.
"Scegliere il futuro" è una rubrica realizzata in collaborazione con Radio Radicale. Ascolta l’audio.
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