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Al convegno ASviS-Ecco il richiamo alla responsabilità sociale delle società e al ruolo di indirizzo dello Stato. Giovannini: modalità di scelta dei vertici è segnale al mercato. Il punto del Mef sulla governance e gli impegni della Bce sui rischi climatici. 25/02/26
Quando una grande partecipata investe miliardi in nuove infrastrutture fossili non compie solo una scelta industriale: assume rischi che possono ricadere sull’intera collettività. Per questo serve una governance pubblica consapevole, coerente e chiaramente orientata all’interesse collettivo. È quanto emerso dal convegno “Rischi, responsabilità sociale e interesse pubblico: il ruolo delle imprese partecipate nella transizione”, organizzato il 25 febbraio da ASviS ed Ecco – il think tank italiano per il clima a Roma, presso la Sala della Lupa di Palazzo Montecitorio. Un dibattito quanto mai attuale, visto che quest’anno le grandi società quotate saranno al centro della tornata delle nomine e del rinnovo dei loro vertici, e la politica è impegnata nella definizione delle candidature e degli indirizzi strategici.
L’incontro, moderato dal giornalista Stefano Feltri, è stato aperto dal vicepresidente della Camera Sergio Costa: “Continuare a investire in nuove infrastrutture fossili è davvero una scelta prudente o è piuttosto un modo per spostare in avanti rischi che diventeranno ancora più costosi e difficili da gestire? Le pressioni per deregolamentare le normative ambientali stanno favorendo strategie industriali ancora incentrate sui fossili, ma in uno scenario globale orientato verso la neutralità climatica questi investimenti rischiano di trasformarsi in stranded asset, cioè attività destinate a perdere valore prima della fine della loro vita utile. È fondamentale integrare l’analisi dei rischi climatici nei piani aziendali e guidare la transizione anche attraverso le imprese partecipate, che controllano infrastrutture strategiche. Queste imprese non sono operatori qualunque in un mercato qualsiasi: mobilitano ingenti risorse e influenzano in modo decisivo la politica industriale”.
Matteo Leonardi, cofondatore e direttore esecutivo di Ecco, ha insistito sulle scelte strategiche delle partecipate in un momento storico così complesso: “Tutti noi siamo ancora consumatori di energia fossile, ma l’innovazione tecnologica, l’evoluzione dei mercati e i costi della crisi climatica stanno facendo coincidere sempre più l’interesse della collettività con l’accelerazione della transizione. Continuare a dipendere dai fossili espone cittadini e imprese a volatilità e rischi. In passato si è costruita l’idea che l’interesse dell’impresa coincidesse con quello pubblico anche attraverso la proprietà pubblica e le licenze sociali. Oggi questa coincidenza non è più automatica. Restare indietro nella transizione significa perdere terreno nell’innovazione e nei mercati globali. Tutti gli investimenti nei fossili saranno pagati forse dalle imprese, ma sicuramente dai cittadini. I Piani nazionali energia e clima devono trovare un inquadramento più forte nell’ordinamento e guidare anche l’azione dello Stato azionista, affinché le partecipate energetiche operino in coerenza con gli obiettivi pubblici”.
Livio Stracca, vicedirettore generale della Banca centrale europea, ha chiarito il contesto normativo e finanziario entro cui si muovono anche le imprese pubbliche: “L’Accordo di Parigi combina obblighi rigidi e impegni flessibili, ma nell’Unione europea c’è chiarezza su un punto: gli obiettivi climatici sono vincolanti. L’Ue si è impegnata legalmente a ridurre le emissioni di almeno il 55% entro il 2030 e a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Questo significa che anche le politiche nazionali e le strategie delle imprese, comprese quelle partecipate, devono allinearsi. La transizione procede, anche se non abbastanza velocemente: la quota di rinnovabili è cresciuta e contribuisce alla sicurezza energetica, riducendo la dipendenza dalle importazioni, che in Italia supera il 70%. Il sistema finanziario è esposto ai rischi climatici e di transizione e la Bce sta integrando questi rischi nella vigilanza, con stress test climatici che in futuro diventeranno parte ordinaria delle valutazioni prudenziali”.
I rischi climatici per la finanza pubblica e privata sono stati il filo conduttore della successiva tavola rotonda. Lilia Cavallari, presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, ha richiamato l’impatto dei cambiamenti climatici, che “avviene attraverso diversi canali: i danni diretti legati agli eventi estremi, sempre più frequenti e intensi, ma anche gli effetti sulla produttività, sulla crescita e quindi sulle entrate pubbliche. Abbiamo simulato due scenari: uno con una transizione coerente con l’obiettivo di 1,5 gradi e uno tendenziale. Nel secondo caso, i costi degli eventi estremi potrebbero arrivare intorno al 5% del Pil annuo entro il 2050; con politiche di mitigazione si fermerebbero sotto l’1%. Nel medio periodo l’effetto sul deficit è simile, ma cambia la composizione: meno danni e più investimenti nella transizione. Nel lungo periodo, invece, la differenza diventa enorme. L’intervento pubblico e l’azione delle imprese partecipate possono incidere in modo decisivo su questi equilibri”.
Ernesto Ciorra, esperto di innovazione e sostenibilità e già chief innovability officer di Enel, ha legato le mosse delle grandi aziende pubbliche alla competitività del Paese: “L’innovazione ha sempre un lato che distrugge e uno che crea valore. Quando un’azienda con un impatto sistemico prende decisioni industriali, l’effetto riguarda l’intero Paese. Se voglio creare valore economico e sociale devo anticipare il cambiamento. L’esperienza di Enel sulle rinnovabili dimostra che non esiste un contrasto tra sostenibilità ambientale ed economica: anticipare la transizione ha creato occupazione, innovazione e leadership industriale. Le imprese che hanno un ruolo nel sistema Paese, soprattutto se partecipate, devono considerare che nel medio periodo il bene dell’azienda e quello del Paese coincidono sempre”.
Olga Cuccurullo, dirigente generale del ministero dell’Economia e delle finanze e membro del CdA Enel, ha spiegato come lo Stato azionista orienta le partecipate: “Il Mef è azionista in settori strategici molto diversi, dall’energia ai trasporti e alla finanza. La transizione ecologica è ormai esplicitamente richiamata anche nei documenti di programmazione economica e nella valorizzazione degli asset pubblici. Non conta solo il contributo economico delle partecipate, ma anche la loro responsabilità sociale e il loro ruolo nelle strategie industriali. Come azionisti vediamo direttamente come la sostenibilità sia parte integrante dei piani industriali. Serve una governance integrata, basata anche sulla doppia materialità, per allineare obiettivi economico-finanziari e sostenibilità di lungo periodo e prevenire i rischi legati agli eventi climatici e alla sicurezza delle infrastrutture”.
Renato Mazzoncini, amministratore delegato di A2A, ha affrontato il tema del mix energetico e delle scelte industriali delle utility partecipate: “Oggi siamo intorno al 43% di rinnovabili nel mix energetico: un grande passo avanti rispetto al passato. Possiamo arrivare al 100%? Con le tecnologie attuali no. L’obiettivo realistico è arrivare al 70% di rinnovabili e mantenere una quota residuale di gas per garantire stabilità al sistema. Le utility partecipate stanno investendo molto in innovazione e climate tech proprio per accelerare la transizione. Con le tecnologie attuali, eliminare completamente il gas sarebbe troppo costoso. Serve quindi un mix equilibrato, accompagnato da innovazione e da un quadro regolatorio coerente”.

Dopo la tavola rotonda, il direttore scientifico dell’ASviS Enrico Giovannini ha spostato il focus sul mandato pubblico delle partecipate e sul compito della politica: “La vera domanda non è chi viene nominato nelle partecipate, ma con quale mandato. La crisi climatica è il più grande fallimento del mercato nella storia dell’umanità: se il mercato avesse funzionato da solo non saremmo nella situazione attuale. Per questo il ruolo della politica è fondamentale: deve indicare la direzione e utilizzare strumenti come le imprese partecipate per correggere questi fallimenti. Senza un’indicazione politica chiara non arriveremo agli obiettivi. Le grandi imprese pubbliche non servono solo a far quadrare i conti, hanno un ruolo di segnale lungo le filiere e nel dibattito pubblico. Gli amministratori delegati delle grandi partecipate influenzano il sistema economico e culturale del Paese. Serve accelerare la transizione e rafforzare il coordinamento tra indirizzo politico e strategie industriali. Anche il modo in cui vengono selezionati i vertici e definite le priorità è decisivo per orientare gli investimenti e dare un segnale coerente al mercato”.
Nell’ultima parte si sono confrontati Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera dei deputati ed esponente di Fratelli d’Italia, e Antonio Misiani, responsabile Economia e finanza del Partito democratico. Rampelli ha sottolineato che “in Europa ci si è mossi in modo difforme: alcune nazioni hanno rafforzato il controllo pubblico sulle imprese energetiche, altre hanno scelto modelli più aperti al mercato. Questo ha prodotto risultati diversi e una diversa capacità di gestire le crisi energetiche. Un approccio eccessivamente ideologico porta fuori strada. La transizione è inevitabile e va governata con realismo: serve individuare tempi e strumenti per un mix energetico che conduca alla decarbonizzazione. Le scelte italiane sono state spesso condizionate da quelle europee, ma resta il fatto che le alterazioni climatiche esistono e dobbiamo farcene carico. Il ruolo dello Stato e delle partecipate resta centrale per guidare questo percorso”.
Misiani ha chiesto una strategia pubblica più coerente per orientare le partecipate: “Rallentare o tornare indietro sulla transizione sarebbe un grave errore, non solo dal punto di vista climatico ma anche economico e industriale. Le grandi società italiane si sono mosse in ordine sparso: chi investiva nelle rinnovabili, spesso all’estero, e chi continuava a puntare sull’oil&gas come se il futuro fosse ancora quello. Non serve uno Stato dirigista, ma una via di mezzo tra ‘liberi tutti’ e pianificazione centralizzata: servono coordinamento, segnali chiari e indirizzi strategici da parte dell’attore pubblico. Alcune scelte recenti rischiano invece di inviare segnali sbagliati, incentivando di nuovo il gas. Le partecipate possono guidare la transizione solo se inserite in una strategia pubblica coerente e di lungo periodo”.
