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Siamo a rischio atrofia cognitiva: affidandoci troppo all’intelligenza artificiale, perdiamo capacità critica. Esperti ed esperte a confronto su dati, governance, consapevolezza e impatti sociali dell’AI. 19/05/26
In una fase storica in cui l’intelligenza artificiale sta trasformando il modo in cui produciamo, lavoriamo, apprendiamo e comunichiamo, il dibattito pubblico appare spesso diviso tra entusiasmi incontrollati e timori radicali. Da una parte, l’AI viene presentata come una tecnologia capace di risolvere problemi complessi e accelerare lo sviluppo economico, dall’altra, crescono le preoccupazioni legate all’impatto sul lavoro, sulla qualità dell’informazione, sui diritti delle persone e sul funzionamento delle democrazie. Tutti temi trattati nel volume “2026-2076. Dall’Homo Sapiens all’Homo Augmentatus”, curato dalla redazione di Futura Network.
L’Italia e l’Europa sono così chiamate a confrontarsi sull’innovazione tecnologica, la quale non è neutrale e può ampliare opportunità e conoscenza, ma anche accentuare disuguaglianze se non accompagnata da regole adeguate, responsabilità collettiva e una visione orientata al bene comune. Diventa quindi sempre più urgente interrogarsi su come governare l’AI affinché rafforzi, anziché indebolire, la dignità delle persone, la coesione sociale e lo sviluppo sostenibile.
Questi i temi al centro dell’incontro “Dall’IA all’IO. L’intelligenza artificiale al servizio delle persone (e non il contrario)” del 19 maggio alla Fondazione Mast di Bologna, promosso nell’ambito del Festival dello Sviluppo Sostenibile, che ha visto il confronto tra Barbara Carfagna, giornalista Rai, Giusella Finocchiaro dell’Università di Bologna, Rita Ghedini, presidente di Legacoop Bologna, ed Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’ASviS.
Il dato è il nuovo capitale
Rita Ghedini: “Ci sono grandi poteri globali che si contendono le risorse e, in questo scenario, parlare di una cooperativa territoriale può sembrare fuori scala. Ma quando riflettiamo sull’utilizzo dei dati, ci diciamo che vogliamo essere ambiziosi senza essere velleitari. I soci e le socie delle cooperative sono nel mondo circa 200 milioni: se riuscissimo a renderli consapevoli del proprio potere e del valore dei propri dati, potremmo mettere in campo una nuova forma di dominio proprietario capace di aprire una vera dialettica sull’uso dei dati e dell’AI, costruendo una cultura condivisa.
Il movimento cooperativo in Italia sta approfondendo questi temi e il passaggio decisivo riguarda proprio il valore della proprietà, da cui può nascere un modello diverso. Stiamo lavorando alla costituzione di un’associazione con altri partner con l’obiettivo di accrescere questa consapevolezza. In Emilia-Romagna, inoltre, esiste un contesto favorevole, costruito sulla condivisione delle opportunità, messe a disposizione delle persone attraverso la partecipazione, che è un elemento costitutivo della democrazia e richiede consapevolezza. Qui, a fronte di investimenti in alta tecnologia, è nata anche la fondazione Ifab, con soci privati: tutti riconoscono che le infrastrutture devono restare pubbliche, ma devono poter beneficiare delle competenze del privato. L’idea di costruire forme collaborative sul valore dei dati si sta strutturando anche grazie alla nostra storia”.
Gli effetti di una crescente frammentazione
Enrico Giovannini: “Sono piuttosto preoccupato per la velocità con cui stanno accadendo i cambiamenti: non siamo abituati a questi ritmi e, soprattutto, siam di fronte a un processo guidato da altri. Già nel 2008, quando ero all’Ocse, c’erano segnali che lasciavano intravedere buona parte di ciò che sarebbe accaduto. Il problema è che non abbiamo strutture mentali adeguate per seguire la crescita esponenziale dell’AI. Dovremmo chiederci dove vogliamo andare: se non proviamo a capire dove alcuni attori intendono portarci, rischiamo di arrivarci senza aver governato il processo e senza esserci preparati. Ci sono Paesi che immaginano politiche e strategie, mentre altri, tra cui il nostro, spesso inseguono e vengono colti di sorpresa.
Allo stesso tempo, però, c’è anche un motivo di ottimismo: nel 2022, anche grazie al lavoro dell’ASviS, è stata modificata la Costituzione. L’articolo 41 stabilisce che l’attività economica non può svolgersi in contrasto con la salute e l’ambiente, e la salute include anche quella mentale. Immaginiamo, per esempio, un’impresa che sviluppa algoritmi che inducono dipendenza: la nostra Costituzione potrebbe consentire di sanzionarla o addirittura chiuderla. Forse il legislatore ci ha fornito uno strumento che può renderci più avanzati di altri nel controllo di questi fenomeni. Tutti dovremmo essere informati sui rischi, dalla cybersicurezza in poi, non solo i giovani, anche alla luce della struttura economica e sociale del Paese.
L’idea di mutualizzare i rischi rappresenta una prospettiva culturale e politica opposta all’individualismo promossa da alcuni grandi poteri economici e finanziari. Bisogna poi chiarire un punto: come ha fatto Google ad accrescere il proprio potere? Ha raccolto dati e poi ha deciso come utilizzarli. In Italia, invece, il principio è opposto: bisogna prima dichiarare la finalità e solo dopo si possono raccogliere i dati. Nemmeno l’Istat può utilizzarli liberamente. In sostanza, oggi un soggetto privato può fare ciò che al pubblico non è consentito”.
Valorizzazione del dato: pro e contro
Giusella Finocchiaro: “L’elemento di base è sempre il dato, che si tratti di informazioni sulle persone o sul clima. Tutti i dati hanno un valore, non solo economico. Molti dei click che facciamo sono inconsapevoli e gestiamo le informazioni con superficialità. Il vero valore sta nella possibilità di utilizzare quei dati per altri scopi, come la ricerca scientifica: posso, per esempio, scegliere che i miei dati siano utilizzati in questa direzione. Tuttavia, manca ancora un’adeguata educazione all’importanza dei dati e dell’informazione: non siamo pienamente padroni dell’ambiente digitale e serve un salto culturale.
Tra gli aspetti positivi dell’AI c’è sicuramente l’ambito sanitario, ma è fondamentale che i dati siano facilmente accessibili ai ricercatori, che oggi spesso si scontrano con normative che non favoriscono la condivisione. Guardando al futuro, mi piacerebbe poter vivere in un ambiente digitale in cui mi senta libera, senza piattaforme che censurano preventivamente i comportamenti. Vorrei anche poter conoscere la fonte e la natura delle informazioni che ricevo: sono artificiali? Sono attendibili? Prima ancora di parlare di qualità, dobbiamo risolvere questo problema e attribuire un grado di affidabilità alle informazioni.
Per quanto riguarda i processi giudiziari, l’AI può supportare alcune attività, come la ricerca o la revisione di clausole contrattuali. Tuttavia, esiste ancora un margine elevato di errore, con il rischio di citare sentenze inesistenti. La decisione finale non può che restare umana, e lo è anche per legge. In questo momento storico, una controversia può essere decisa solo da una persona. Esiste poi il rischio di atrofia cognitiva: tendiamo sempre più ad affidarci all’AI, con il pericolo di perdere capacità critica. Gli strumenti sono utili, ma vanno usati con attenzione: non devono sostituire l’essere umano. Non dobbiamo cedere alla tentazione della delega totale, perché abbiamo bisogno di preservare una riserva di umanità”.
