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Abusi sui minori: il rischio nei social, nelle chat e tra persone conosciute
L’Unicef stima 20 milioni di vittime tra i 12 e i 17 anni in 21 Paesi. Oltre quattro casi su 10 non vengono raccontati a nessuno. Tra chi subisce abusi aumentano ansia, autolesionismo e pensieri suicidi. 11/09/26
Può essere una richiesta di amicizia, una fotografia arrivata senza essere stata chiesta, una conversazione che lentamente cambia tono. Oppure una persona di cui ci si fida che comincia a chiedere qualcosa in più. È in questa quotidianità digitale che milioni di adolescenti incontrano una forma di violenza che spesso, almeno all’inizio, faticano a riconoscere. Secondo through children's eyes: how digital technologies enable child sexual abuse, il nuovo Rapporto dell’Unicef basato sul progetto di ricerca “Disrupting harm”, in un anno, circa 20 milioni di ragazzi tra i 12 e i 17 anni che utilizzano Internet, nei 21 Paesi studiati, hanno subito almeno una forma di sfruttamento o abuso sessuale facilitato dalla tecnologia. Una media di quasi uno su cinque. Meno dell’1% dei casi è arrivato alla polizia o ai servizi sociali, mentre oltre quattro su 10 non sono stati raccontati a nessuno.
Percentuale di bambini vittime di sfruttamento e abuso sessuale minorile

Dai social alle immagini create con l’intelligenza artificiale
Le dimensioni cambiano a seconda della forma assunta dall’abuso. In un anno, secondo le stime dell’Unicef, 15 milioni di ragazzi e ragazze sono stati esposti a contenuti sessuali indesiderati, nove milioni hanno ricevuto richieste di conversazioni sessuali o immagini contro la propria volontà. Quattro milioni di adolescenti hanno subito la diffusione non consensuale di immagini sessuali che li ritraevano. Quasi il 60% degli episodi rilevati è avvenuto sui social media e il 14% nei videogiochi online. A tutto questo si aggiunge l’intelligenza artificiale. Il Rapporto stima che, in un solo anno, più di 1,1 milioni di ragazzi hanno ricevuto immagini o video sessuali generati artificialmente che li raffiguravano. Le testimonianze raccolte mostrano come fotografie reali possano essere manipolate e trasformate in contenuti sessuali senza il consenso della persona ritratta, con conseguenze che l’Unicef considera gravi e durature. Ma il Rapporto mette in discussione uno degli stereotipi più radicati sulla sicurezza online: quello dello sconosciuto che cerca vittime in rete. Nel 57% dei casi l'autore dell’abuso è già conosciuto dalla vittima, per esempio un amico, un familiare o un partner; nel 38% il primo incontro è invece avvenuto online. In nove dei Paesi analizzati, più di un caso su quattro coinvolge come autore dell’abuso un altro minorenne.
Il silenzio è parte del problema
Più di quattro episodi su 10 non vengono raccontati a nessuno. Quando i ragazzi decidono di parlarne, la persona scelta più frequentemente è un amico, nel 23% dei casi, seguita da un fratello, una sorella o dalla madre. La ragione più comune del silenzio è elementare: non sapere a chi rivolgersi o con chi parlarne. Nei Paesi esaminati, i ragazzi che hanno subito queste forme di abuso risultano quattro volte più propensi a riportare pensieri e comportamenti suicidari e quattro volte più propensi all'autolesionismo, oltre a presentare livelli di ansia superiori di circa 11 punti percentuali rispetto ai coetanei. Il Report sottolinea che si tratta di associazioni statistiche, ma evidenzia come gli effetti possano estendersi alla scuola, alle relazioni e alla vita quotidiana.
I motivi delle mancate segnalazioni

La sicurezza non può essere lasciata ai giovani
Da qui la conclusione dell’Unicef: chiedere ai ragazzi e alle ragazze di stare semplicemente più attenti non basta. Bloccare un profilo o abbandonare una piattaforma sono strategie che molti giovani già utilizzano, ma la loro capacità di difendersi non può sostituire sistemi di protezione efficaci. E limitare semplicemente l’accesso ad alcuni siti rischia di spostare il problema altrove e di aumentare le ragioni per nasconderlo. Il Rapporto chiama quindi direttamente in causa aziende tecnologiche, governi, scuole, famiglie e servizi pubblici. Alle piattaforme chiede privacy attiva per impostazione predefinita per i minorenni, limiti ai contatti indesiderati da parte degli adulti, sistemi di raccomandazione che non espongano i ragazzi a potenziali autori di abusi e strumenti capaci di individuare anche i contenuti generati dall’AI. Ai governi chiede invece regole aggiornate per affrontare fenomeni come il “grooming”, cioè l’adescamento e la manipolazione progressiva di un minore a fini sessuali, l’estorsione sessuale e i materiali di abuso prodotto artificialmente. Per l’Unicef, tecnologie, norme e piattaforme possono essere riprogettate: dalla capacità di farlo dipende la possibilità per milioni di giovani di vivere gli spazi digitali senza che quegli stessi strumenti vengano usati contro di loro.
