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Transizione verde, per il 91% delle imprese rafforza la competitività
L’indagine GlobeScan per il Wwf rileva una richiesta di regole stabili e prevedibili. Solo il 29% valuta positivamente la semplificazione Ue, mentre cresce l’incertezza sugli investimenti. 05/10/26
Nove dirigenti d’impresa europei su dieci considerano la transizione verde un fattore di competitività nel lungo periodo, anche quando comporta difficoltà nel breve. A preoccupare le aziende è soprattutto l’incertezza sulle regole: appena il 29% valuta positivamente gli effetti delle recenti iniziative europee di semplificazione, mentre il 55% segnala conseguenze negative o miste.
È quanto emerge da “Beyond uncertainty: What senior European business leaders need from the EU to deliver a competitive, resilient and sustainable economy”, il rapporto pubblicato a settembre 2026 e commissionato dall’Ufficio europeo del Wwf a GlobeScan, che ha progettato, condotto e analizzato l’indagine in modo indipendente. Lo studio raccoglie le opinioni di 350 dirigenti d’impresa europei, appartenenti a diversi settori e aziende di differenti dimensioni, intervistati tra giugno e luglio 2026. L’obiettivo è capire come le imprese valutano il rapporto tra competitività e transizione verso un’economia a basse emissioni e quali condizioni ritengono necessarie per realizzarla.

Il 91% dei dirigenti intervistati ritiene che la transizione verso un’economia a basse emissioni e ambientalmente sostenibile rafforzi la competitività delle imprese nel lungo periodo.
Fonte: GlobeScan, Beyond uncertainty, settembre 2026
Ridurre i rischi e rendere più stabili i costi
Per le dirigenti e i dirigenti intervistati, i vantaggi della transizione verde sono legati soprattutto alla riduzione dei rischi e a una maggiore stabilità nel tempo. Il 59% indica una minore esposizione ai rischi climatici e legati alla natura, il 57% una maggiore sicurezza nell’accesso a energia, risorse e materie prime e il 51% una migliore prevedibilità dei costi. Tra i benefici emergono anche la possibilità di creare nuovi mercati e prodotti e di attrarre investimenti, capitali e talenti.
Lo sguardo si allarga all’intera economia europea. Se l’Unione riuscisse a raggiungere i propri obiettivi di sostenibilità, il 46% delle intervistate e degli intervistati prevede una maggiore sicurezza energetica e minori rischi di approvvigionamento. Il 42% indica il ripristino degli ecosistemi e della biodiversità e una minore esposizione agli shock climatici, naturali e legati alle risorse. Il 36% vede opportunità di crescita nelle tecnologie pulite e nei lavori verdi e, nella stessa percentuale, prospettive di crescita economica e prosperità nel lungo periodo.
Il Rapporto richiama anche il costo economico dell’inazione. Secondo le stime della Commissione europea riportate nello studio, la mancata piena attuazione della legislazione ambientale esistente costa all’Ue circa 180 miliardi di euro ogni anno, pari a circa l’1% del Pil. Una cifra che, evidenzia il Wwf, è circa dieci volte superiore ai risparmi ottenuti finora attraverso gli interventi di semplificazione normativa.
Le imprese chiedono regole chiare e stabili
È proprio sul terreno delle regole che emerge uno dei risultati più significativi dell’indagine. Alla domanda su cosa dovrebbe fare l’Ue per sostenere la competitività nel lungo periodo, la risposta più frequente, indicata dal 43% dei dirigenti e delle dirigenti, è garantire regole chiare, coerenti e stabili nel tempo. Seguono gli investimenti pubblici e gli incentivi per la transizione verde, la ricerca e l’innovazione (31%) e l’accesso a energia pulita, affidabile e a prezzi accessibili (29%).

Le priorità indicate dai dirigenti d’impresa per sostenere la competitività europea nel lungo periodo.
Fonte: GlobeScan, Beyond uncertainty, settembre 2026.
Quando si passa all’attuazione, le richieste diventano ancora più concrete. Il 32% chiede maggiore chiarezza e certezza giuridica, il 28% un’applicazione coerente delle regole e tempi stabili sui quali programmare gli investimenti, mentre il 27% indica l’utilità di un insieme uniforme di indicatori di sostenibilità nei diversi quadri normativi europei. Tra le esigenze indicate compaiono anche la proporzionalità degli obblighi rispetto alla dimensione e al settore dell’impresa, maggiore sostegno alle Pmi e strumenti digitali per facilitare la gestione dei dati.
I risultati aiutano anche a comprendere perché le recenti revisioni normative non siano state accolte positivamente da tutte le aziende. Tra i dirigenti che dichiarano effetti negativi o misti, il 57% segnala una maggiore incertezza sulla futura direzione delle politiche europee. Il 45% indica risorse già investite per prepararsi agli obblighi normativi e poi almeno in parte sprecate, mentre il 36% ritiene che si sia indebolita la convenienza economica di nuovi investimenti nella sostenibilità. Tre su dieci dichiarano di avere rinviato o sospeso decisioni di investimento e altrettanti di aver perso il vantaggio acquisito rispetto ai concorrenti meno avanzati nella transizione.
Gli effetti delle recenti revisioni delle norme Ue indicati dai dirigenti che hanno registrato conseguenze negative o miste.
Fonte: GlobeScan, Beyond uncertainty, settembre 2026, pag. 11.
Tra gli obiettivi europei e la loro realizzazione resta un divario
La fiducia nella capacità dell’Unione di creare queste condizioni rimane però limitata. Tra le dirigenti e i dirigenti che considerano prioritarie politiche e norme stabili, soltanto il 34% ritiene che l’Ue sia sulla strada giusta per garantirle, contro il 64% che esprime scarsa fiducia.
Sull’applicazione equa ed efficace delle regole la quota di fiduciosi è del 41%, mentre sale al 47% per investimenti pubblici e incentivi alla transizione.
Il divario riguarda anche gli obiettivi ambientali complessivi: solo il 36% ritiene probabile che l’Ue riesca a raggiungere i suoi principali traguardi di sostenibilità, tra cui la neutralità climatica entro il 2050 e l’inversione della perdita di biodiversità. Il 56% lo considera invece improbabile nelle condizioni attuali. Secondo il Rapporto, questa distanza suggerisce che le preoccupazioni delle imprese riguardino soprattutto le condizioni necessarie per realizzare la transizione e la capacità europea di garantirle.
Il Wwf traduce i risultati dell’indagine in una serie di raccomandazioni alle istituzioni europee: maggiore stabilità normativa, sostegno all’attuazione delle regole, applicazione uniforme nel mercato unico, investimenti pubblici coerenti con gli obiettivi climatici e ambientali e strumenti capaci di mobilitare capitali privati verso la transizione. Per l’organizzazione, la questione centrale diventa quindi creare condizioni sufficientemente stabili e prevedibili perché le imprese possano programmare investimenti e innovazione nel lungo periodo.
