Sviluppo sostenibile
Lo sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.

L'Agenda 2030 dell'Onu per lo sviluppo sostenibile
Il 25 settembre 2015, le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, un piano di azione globale per le persone, il Pianeta e la prosperità.

Goal e Target: obiettivi e traguardi per il 2030
Ecco l'elenco dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals - SDGs) e dei 169 Target che li sostanziano, approvati dalle Nazioni Unite per i prossimi 15 anni.

Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile
Nata il 3 febbraio del 2016 per far crescere la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e per mobilitare la società italiana, i soggetti economici e sociali e le istituzioni allo scopo di realizzare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Altre iniziative per orientare verso uno sviluppo sostenibile

Contatti: Responsabile Rapporti con i media - Luisa Leonzi
Scopri di più sull'ASviS per l'Agenda 2030

The Italian Alliance for Sustainable Development (ASviS), that brings together almost 300 member organizations among the civil society, aims to raise the awareness of the Italian society, economic stakeholders and institutions about the importance of the 2030 Agenda for Sustainable Development, and to mobilize them in order to pursue the Sustainable Development Goals (SDGs).
 

Notizie dal mondo ASviS

Clima, il 35% dell’impronta Ue nasce fuori dai suoi confini

Oltre un quinto delle emissioni globali è legato al commercio internazionale. Una maggiore cooperazione climatica tra Ue e Cina potrebbe incidere su scambi responsabili di circa il 7% delle emissioni mondiali. 06/10/26

martedì 6 ottobre 2026
Tempo di lettura: min

Per misurare l’impronta climatica dell’Europa, guardare soltanto a ciò che viene emesso dentro i suoi confini non basta. Bisogna seguire a ritroso i beni che arrivano sul mercato europeo e risalire ai luoghi in cui vengono prodotti. È lì che si genera una parte consistente delle emissioni legate ai consumi dell’Unione. A mostrarlo è il Traded Emissions Tracker, sviluppato dalla European Climate Foundation (Ecf) insieme alla società di consulenza climatica Matière. Secondo l’analisi, circa il 35% dell’impronta di gas serra associata ai consumi dell’Unione europea deriva dalle emissioni generate all’estero per produrre beni e servizi destinati al mercato europeo. Un dato ripreso anche da Focsiv, che lo inserisce nel dibattito sulla giustizia climatica e sulla distribuzione delle responsabilità tra Paesi produttori e consumatori.

Da dove nasce quel 35%

Più di un quinto delle emissioni globali di gas serra è legato al commercio internazionale: molti beni vengono prodotti, e quindi generano emissioni, in Paesi diversi da quelli in cui saranno poi consumati. L’analisi, che prende in considerazione 45 grandi economie, mostra che le emissioni associate agli scambi con Paesi terzi sono cresciute più rapidamente di quelle globali complessive. Nel 2023, all’interno dell’Ue, escludendo il commercio tra gli Stati membri, in Irlanda, Svezia, Austria, Cipro, Malta e Spagna le importazioni rappresentavano oltre il 40% dell’impronta climatica nazionale. In altre parole, un Paese può ridurre le emissioni delle proprie industrie e contemporaneamente continuare a consumare beni prodotti altrove con processi produttivi più inquinanti.

Seguendo le emissioni si arriva in Cina

Tra i principali Paesi produttori da cui partono i beni destinati al mercato europeo c’è la Cina. Nel rapporto tra Bruxelles e Pechino che Ecf e Matière individuano uno dei maggiori margini di intervento perché un maggiore allineamento degli standard climatici tra Ue e Cina potrebbe avere effetti su scambi responsabili di circa il 7% delle emissioni mondiali e di quasi un terzo di quelle legate al commercio internazionale. Invece di intervenire soltanto sulle merci quando arrivano alle frontiere europee, l’Ue potrebbe collaborare con i Paesi produttori per rendere meno emissivi i processi con cui quelle merci vengono realizzate.

È qui che Focsiv richiama il tema della giustizia climatica. Se una parte delle emissioni prodotte nei Paesi esportatori serve a soddisfare la domanda delle economie più ricche, attribuire la responsabilità climatica soltanto al luogo in cui i gas serra vengono fisicamente emessi restituisce un’immagine falsata.

Riportare le fabbriche in Europa non basta

Una prima risposta a questo problema, è stata cercata proprio là dove le merci entrano nell’Unione. Il Carbon border adjustment mechanism (Cbam) attribuisce un prezzo alle emissioni incorporate in alcune categorie di prodotti importati, con l’obiettivo di evitare che gli sforzi climatici europei siano indeboliti da produzioni più inquinanti realizzate altrove. Un’altra strada potrebbe essere riportare in Europa una parte delle produzioni. Ma anche questa soluzione nasconde un’insidia. Se una fabbrica viene trasferita nell’Ue senza rendere meno emissivo il processo produttivo, le emissioni cambiano semplicemente indirizzo. Entrano nel bilancio europeo, ma non diminuiscono nell’atmosfera. Per questo Ecf e Matière indicano nella cooperazione internazionale una delle strade con il maggiore potenziale.

Quando i consumi entrano nella politica climatica

Finora gli obiettivi nazionali si sono concentrati soprattutto sulle emissioni prodotte all’interno dei confini. Nessun Paese ha ancora fissato formalmente un obiettivo di riduzione delle emissioni importate, anche se Francia, Danimarca e Paesi Bassi hanno iniziato a muoversi in questa direzione. Il 35% evidenziato dal Traded Emissions Tracker mostra però quanto sia difficile separare la transizione europea dalle catene produttive globali. Più le economie sono integrate, più la decarbonizzazione dipenderà anche da come vengono prodotti i beni che attraversano le frontiere.

Esplora il Traded Emissions Tracker

 

Copertina: Unsplash

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