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La crisi climatica fa sempre meno notizia, i media tagliano le redazioni
La copertura mediatica sul riscaldamento globale sta calando, nonostante temperature record e impatti sempre più evidenti. Il Washington Post licenzia centinaia di giornalisti, colpendo anche la redazione clima. 10/03/26
I dati descrivono una tendenza preoccupante. Secondo il nono rapporto del Media and Climate Change Observatory (MeCCO), nel 2025 la copertura mediatica delle questioni climatiche è diminuita del 14% rispetto al 2024 ed è inferiore del 38% rispetto al picco registrato nel 2021, e lo è ancor di più rispetto al 2010, l’anno in cui è stato firmato l’Accordo di Parigi. Nonostante il legame sempre più evidente tra clima, geopolitica, economia, scienza e società, il tema continua a perdere spazio nell’agenda informativa globale. Il 2025 si colloca infatti solo al decimo posto negli ultimi 22 anni monitorati dal team MeCCO.

Il confronto tra i mesi del 2025 e quelli degli anni precedenti mostra un calo generalizzato rispetto al 2024 in tutte le regioni del mondo. La diminuzione è particolarmente marcata nella stampa di Africa, Medio Oriente, Nord America ed Europa, mentre risulta più contenuta in Asia, America Latina e Oceania.
A differenza degli anni precedenti, nel 2025 non è stato registrato alcun record mensile nel numero di articoli che citano “cambiamenti climatici” o “riscaldamento globale” in nessuna regione del mondo. L’unica eccezione riguarda i giornali asiatici, che a gennaio hanno raggiunto il livello più alto rispetto allo stesso mese degli anni precedenti. Significativo anche il calo registrato a dicembre: in Europa e Nord America il volume di copertura ha toccato livelli che non si vedevano rispettivamente da agosto 2016 e da febbraio 2018. Un andamento che contrasta con la realtà climatica. Negli ultimi anni, infatti, le temperature medie globali hanno raggiunto i livelli più elevati dall’inizio delle registrazioni, quasi 150 anni fa.
È in questo contesto che si inserisce anche quanto sta accadendo al The Washington Post. Dei 300 giornalisti licenziati dalla testata – su un totale di 800 in totale -, almeno 14 sono reporter specializzati in climatologia. Solo poche settimane prima il proprietario Jeff Bezos, fondatore di Amazon e uno degli uomini più ricchi del pianeta, aveva espresso pubblicamente la propria insoddisfazione per i risultati del giornale in termini di lettori e ricavi. Un giudizio che ora si traduce in una ristrutturazione drastica, capace di colpire anche uno dei settori più qualificati della redazione.
Negli scorsi anni il Washington Post ha infatti firmato alcuni dei migliori lavori di giornalismo climatico degli ultimi dieci anni negli Stati Uniti. La testata ha raccontato con continuità le deregolamentazioni ambientali dell’amministrazione Trump, ha investito in inchieste e reportage sul campo e ha vinto persino un premio Pulitzer – uno dei più importanti premi di giornalismo al mondo - sul tema, grazie al progetto del 2019 intitolato "2°C: oltre il limite": una serie dedicata alle aree degli Stati Uniti che si stanno riscaldando più rapidamente. Un patrimonio editoriale che oggi rischia di essere ridimensionato.
Quanto sta accadendo solleva interrogativi profondi sulla trasparenza e sull’indipendenza del sistema dell’informazione. Da un lato emerge il nodo irrisolto della proprietà dei grandi media, sempre più concentrata nelle mani di poche élite finanziarie, dall’altro si pone il problema della crisi climatica, che tende a scivolare ai margini proprio mentre i suoi effetti diventano più devastanti.
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